15 febbraio 1917

Tratto da Isonzo 1917 di Mario Silvestri

15 febbraio 1917, Ospedale militare

Reparto alienati


Io, benché la mia classe di leva non fosse in linea, fin dall'inizio della guerra ho chiesto di battermi e mi sono battuto, coerente al mio pensiero e alla mia azione di interventista. Probabilmente tu penserai che ciò era già un evidente segno di pazzia. Ne convengo, se vuoi, a patto che tu convenga che, almeno, la è stata una pazzia collettiva e che dovremmo essere in parecchi qui... Soprattutto mancano coloro che, avendo berciato, hanno trovato il posticino: gli incoerenti. Più pazzo io, coerente, o loro, gli incoerenti? Ti dicevo adunque che dovremmo essere in parecchi qui... Ti dicevo anche che mi sono battuto... Inutile invece che ti dica che la guerra scientifica, meccanica, quella che ha ucciso il garibaldinismo e l'impeto latino, ha ben presto smorzato in me ciò che era - soprattutto - impeto e fiamma latina. Credi, non c'è nulla di peggio di un reticolato per ovattare lo slancio. E convieni che non è un'ovatta comoda il reticolato di ferro spinoso... Comunque, coerente, mi sono continuato a battere. Sul Trentino e sul Carso, in venti combattimenti, guadagnandomi due proposte di medaglie al valor militare. E, lentamente, per ragionamento, per deduzione, per eliminazione sono venuto alla conclusione che non dovevo credere a nessuna idealità, perché la guerra è un groviglio di passioni, di interessi, di mercati, di denaro, di carriera, di ambizioni. Il delitto elevato a virtù. Le più basse passioni che ringagliardiscono all'ombra di una bandiera. Mentre il ragionamento arriva a questa terribile conclusione, il sentimento è ogni giorno premuto, urtato, violentato da mille contatti, da mille conoscenze, da mille particolari miserevoli, che, rapidamente, mentre erano piccole ombre nel grande quadro tricolore, ecco, ingigantiscono e si sovrappongono alla luce ad ai colori... Allora viene il momento in cui, quando ti si dà l'ordine di uscire di pattuglia spingendoti a centocinquanta metri dalle trincee, mentre sai che quelle nemiche distano appena trenta metri dalle nostre, tu ti chiedi se chi ha ordinato ciò è pazzo o imbecille. Siccome, solitamente, chi ti dà un ordine è un tuo superiore, farai opera disciplinata se concluderai, per rispettosa esclusione, che l'ordine è pazzesco. Se oserai dirlo forte risponderanno: <<Poiché osa dirlo, il pazzo non può che essere lui>>. Così ti formi una fama. E un giorno, in cui tu sai di essere condannato alle famose ondate di uomini, quelle che debbono seguirsi come i flutti del mare, finché, a furia di infrangersi contro l'ostacolo, lo infrangono, tu senti l'imperioso bisogno di essere sincero... Con la fama già creata e la verità, lo stato di pazzia è decretato. E allora finisci qui...

E chiedo io a te se un uomo che dichiara la guerra non è pazzo. Se colui che la subisce non è pazzo... Se tutto il mondo è pazzo o lo sono io... Via, amico, convienine, sei turbato e tu stesso te lo chiedi... E andandotene di qui te lo chiederai. E il pensiero ti turberà. E se il turbamento durerà, sarà la pazzia... Il che ti auguro, perché mi sei simpatico e non mi hai l'aria, tu, di essere un uomo allegro, nelle ondate... Avrai allora il sommo vantaggio di dire quello che ti piace e, soprattutto, quello che pensi. Io, ad esempio, dico forte, come ho già detto, che il mio generale è un imbecille. Un generale imbecille, anzi. Il che è più grave. Tu non lo puoi dire e non lo dici... Di qui il tuo svantaggio di savio...