Antigone

Di Nina Braccini


L'universo letterario è costellato da grandi personaggi che si caratterizzano per la loro polivalenza, ossia per l'impatto che hanno all'interno dell'opera stessa e per il grande valore simbolico che il lettore gli attribuisce; indubbiamente Antigone è uno di questi in quanto si è affermato sia come personaggio tragico di una straordinaria caratterizzazione psicologica sia come simbolo, emblema di valori affini a tutta l'umanità e universali del tempo. 

All'interno della tragedia di Sofocle Antigone incarna i valori della morale privata, della pietà in contrasto con la legge di stato e conduce la sua battaglia su due fronti, l'uno privato, che concerne la coscienza umana e un universo psicologico a tutto tondo, l'altro in cui viene investita di un valore politico come incarnazione della lotta contro il potere autocratico e della disobbedienza verso uno stato che ha perso ogni parvenza di eticità. Se già Antigone è un personaggio sdoppiato per sua stessa natura le numerosissime riletture che sono state date del personaggio nel corso dei secoli ne evidenziano o estremizzano alcuni aspetti. 

Partendo da questo presupposto è facilmente concepibile come una figura così complessa abbia assunto, calata in situazioni differenti, una casistica di simboli tanto numerosa da trovare questi stessi simboli in contrasto tra loro nelle diverse produzioni a seconda del periodo storico e del luogo geografico. Antigone è stata trasposizione letteraria delle donne di Plaza de Mayo e delle madri dei desaparecidos, in un'Argentina dilaniata dalla tirannia in cui era vivo il dramma dei morti insepolti. 

Nel Nuovo Mondo di Griselda Gambaro la figlia di Edipo è l' Antigona Furiosa, è la donna che alza la testa in una sfida non violenta al potere, un atto di ribellione così genuino e dettato dalle leggi del cuore che non lascia altra scelta all'autocrate poco accorto se non la degenerazione politica nella violenza. Sulla stessa scia si inserisce il testo L'eredità di Antigone. Storie di donne martiri per la libertà, il libro che il giornalista Riccardo Michelucci ha dedicato a dieci donne morte militando o combattendo per cause giuste e nobili ideali.

Antigone è stata anche rappresentazione dell'individualità, dell'affermazione dell'io contro la molteplicità. 

Questa è una delle interpretazioni riscontrabili anche nelle parole di Sofocle. Quest'ultimo le dà il nome di Antigone, letteralmente "nata contro", viene quindi da chiedersi contro cosa; forse contro questa molteplicità, forse contro le leggi dello stato, forse contro il suo stesso γένος. 

Antigone infatti lotta per affermare se stessa, i suoi valori e ciò che ella ritiene intimamente giusto. Alcuni hanno visto l'affermazione del suo io nel γένος, ella esiste all'interno di esso, solo circoscritta al suo ruolo di sorella, ma la tragedia si apre con uno scontro con Ismene, sangue del suo sangue, per poi scontrarsi con un altro membro della sua famiglia, lo zio. 

Antigone lotta quindi per affermare ciò che è, ed il suo amore che si trova al di sopra di tutto, di leggi scritte e non scritte. Antigone afferma di essere nata per l'amore e non per l'odio, per di più alla luce di un olimpo composto da divinità alle volte incredibilmente brutali ed egoiste, l'affermazione dell'io rappresentato dall'eroina tragica è anche al di sopra di quelle stesse divinità. 

Antigone rappresenta l'alienazione e la voglia di rottura da un qualsiasi schema prestabilito per sostenere l'inalienabilità dell'individuo. Antigone è stata anche il modello per Hegel di una fase della storia dello Spirito, nella sua teoria il passaggio dalla coscienza "particolare" incarnata nella famiglia a quella "universale"della politica, è costituito dal rapporto tra sorella e fratello. 

Hegel però non poteva che attribuire ad una donna questo ruolo poiché va da sé che sia rappresentante della famiglia, mentre il fratello trova la sua ragion d'essere nella πόλις, la donna seppur nel suo atto di disobbedienza resta fedele alle leggi della famiglia, di cui è fedele guardiana.

Una visione della tragedia che rompe in un certo senso la tradizione delle antigoni classiche è quella di Elsa Morante in Serata a Colono. Il testo si presenta come una parodia, nel senso di uno sradicamento della vicenda sofoclea, per portarla ad una quotidianità surreale. 

Infatti ci troviamo in un ospedale in cui Antigone non è la donna forte e solenne ma un'analfabeta che parla in un linguaggio elementare e condito di espressioni colorite e dialettali. La ragazza accompagna il padre Edipo, ormai cieco e in preda ad allucinazioni, che parla invece un linguaggio aulico e metaforico. Antigone propone in questo caso la sua psicologia più infantile e semplice che però oppone alla confusione di Edipo le ragioni del cuore.

Paradossalmente la rilettura di Elsa Morante è quella che più si avvicina alla realtà delle donne della Grecia antica. Le donne infatti nelle mura domestiche erano solitamente analfabete e portatrici di saggezza popolare a cui si opponeva il linguaggio politico e retorico degli uomini che si occupavano delle vicende della πόλις. 

Tuttavia colui che impazzisce è proprio Edipo, come Creonte alla fine della tragedia sofoclea. Entrambi ciechi, il primo come punizione per esserlo stato altrettanto in vita, il secondo perché davanti al dramma familiare e politico non ha saputo, accecato dall'orgoglio, vedere la realtà dei fatti.

Tutte queste interpretazioni presuppongono però un atto di denaturalizzazione rispetto all'Antigone originale. 

Si è parlato di "disambientazione" in relazione alla figura di Antigone, così come per tutti i grandi personaggi letterari che sono diventati universali, cioè questo atto arbitrario di estrapolazione dal contesto per attribuire valori di cui inizialmente i personaggi non si facevano portatori, per dirla con Steiner:

Quando si applica a un testo dell'importanza di Antigone, la 'comprensione' [...] è storicamente e attualmente dinamica. È un processo di accordo e disaccordo fra l'autorità cumulativa e selettiva dell'opinione dominante e la sfida della supposizione individuale. La lettura non è mai statica. Il significato è sempre mobile. Esso si dispiega [...] nello spazio semantico disegnato [...] dai grammatici e dai critici, dagli attori e dai produttori, dalla musica e dalle arti visive nella misura in cui 'rappresentano' o immaginano l'opera.[1]

Per come ce la presenta Sofocle, Antigone prima di tutto è una donna e una sorella. Collochiamola nell'ambiente che le è più proprio: la tragedia greca del V secolo a.C. Nella corso della tragedia Antigone vive un'evoluzione, nella prima parte è la donna forte, che agisce, nella seconda quando volta le spalle a Creonte che l'ha appena condannata a morte torna una bambina fragile che andando verso il luogo destinato alla sua fine intona un lamento funebre. Trovo che sia importante insistere su questo aspetto di Antigone come donna poiché il femminile costituisce sia una componente essenziale della tragedia, sia perché femminile è lo sguardo che la interroga.

Maria Zambrano intraprende proprio questo percorso, la mantiene nella tragedia e la mantiene donna. 

La sua rivisitazione fa vivere Antigone oltre i confini della storia tragica e ne crea una su misura per lei. 

La voce di Maria Zambrano, la cui caratteristica è di essere troppo umana, accompagna la ragazza-Antigone nel processo di morte e rinascita, nella ricerca di quel sapere originario che si disvela alla fanciulla non sotto forma di una luce chiara della ragione quanto sotto forma di luce tremante del sentimento. Se alcuni hanno visto in Antigone un'eroina solo perché i suoi gesti sono estensione di attributi (almeno nell'immaginario comune) maschili, la scrittrice spagnola vede in lei l'eroina della coscienza. 

La coscienza di Antigone si concretizza in un flusso febbricitante di parole nel quale emerge tutta la sua purezza di cui si rende consapevole solo in questa nuova nascita. Antigone, aurora dell'umana coscienza, scopre se stessa come donna senza nozze, come sorella senza fraternità, come dramma della figlia che sopporta non tanto il peso della stirpe dell'Edipo-re, ma dell'Edipo padre. Antigone viene " destata dal suo sonno di bambina dalla colpa del padre e dal suicidio della madre, dall'anomalia della sua origine, dall'esilio, costretta a servire da guida al padre cieco, re-mendicante, innocente-colpevole, le toccò entrare nella pienezza della coscienza." Solo in quel momento si compie il suo nascere. 

Perché però il suo nascere come individuo autonomo non è stato l'atto di disobbedienza per affermare una propria verità, ma avviene mentre è chiusa in una grotta? 

Forse la donna può scoprire se stessa solo all'interno di uno spazio chiuso, nella grotta come nella casa, mentre lo spazio destinato al maschio è quello all'esterno, nel mondo? 

Antigone serrata nella sua nuova dimora si scopre portatrice dei ruoli femminili tradizionali: è la donna senza nozze, la ragazza promessa, la sorella preoccupata, la figlia di una presenza ingombrante e la redentrice delle colpe della madre. 

Antigone si scopre nella sua verginità, nella purezza di una donna che ha vissuto così poco e che per questo può riscattare la colpa della stirpe. Anche la città vivrà del suo sacrificio. 

Vigeva nell'antica Grecia la credenza che gli dei si manifestassero nelle anime vergini, ma a mio parere, la verginità di Antigone risiede nel non essersi mai scoperta davvero, di aver rivestito vari ruoli nella sua vita ma di aver preso coscienza di sé solo alla morte. Il sacrificio che Antigone ci offre è la coscienza pura che non è dipendente da nessun io, poiché ella in vita era sia un'estensione della legge divina sia del ruolo delle donne nella polis. Nella morte invece può essere semplicemente Antigone, una donna.

Certo non si può negare che l'Antigone sia prima di tutto un personaggio della tragedia e secondo Aristotele nella Poetica non può sussistere un interessa tragico se un individuo non ha colpa o, viceversa, la sua colpa è assoluta. Ma perché una donna? Sicuramente un espediente per dare un effetto di maggiore tragicità al testo, ma per Sofocle il valore "positivo" è Antigone, è la razionalità contro la follia dell'uomo trascinato dall'orgoglio. La condizione delle donne ci viene presentata dalle parole di Ismene e di Creonte a colloquio con il figlio:

Questo bisogna considerare: siamo nate donne, non fatte per batterci contro gli uomini; costrette dai più forti, ci tocca sentire simili cose e altre ancora più dolorose. [...] poiché vi sono forzata obbedirò a chi sta al potere. (Ismene)

Finché io vivo non sarà una donna a comandare e ancora che carattere ignobile sta sotto una donna. (Creonte) 

Risulta quindi di fondamentale importanza la domanda che si pone Rossana Rossanda nel saggio introduttivo alla tragedia, che valore ha Antigone in quanto donna. 

A mio parere la disobbedienza da parte di una donna è volta a rimarcare il capovolgimento dell'ordine vigente delle cose secondo cui le leggi dello stato sono più importanti e la donna riveste un ruolo subalterno. 

La problematicità di un'identità femminile risale addirittura alla Genesi, quando la creazione della donna è successiva e derivante dall'uomo, si perpetua nella storia quando le donne vengono escluse dalla vita pubblica, per erompere infine in tutta la sua forza in una rivendicazione femminile per mano di Antigone. 

Si potrebbe opporre che Antigone non sta trasgredendo e non si sta riappropriando di niente in quanto è la donna ad impersonare la stirpe e il culto dei morti, ma, a ragione, Rossana Rossanda scrive che il nodo della tragedia non sta nel dilemma se seppellire o meno il morto, quanto nell'atto stesso di infrazione che va compiuto per rendere questi onori. A compiere questa disobbedienza è una donna, perché la storia le ha sempre lasciato un terreno d'azione limitato, e in questo campo la donna si è adoperata per diventare ciò che non è storico ma eterno. 

Per questo Antigone è portatrice di un principio oltre il tempo, di leggi inviolabili, e queste usa per riaffermare nuovamente il suo valore all'interno della storia. Per dirla con la Rossanda, Antigone è l'informalità dell'eterno rispetto alla formalità limitata del presente. Il valore del tragico risiede in questa dualità natura/storia che si concretizza nella dualità sessuale di Antigone e Creonte.

Bibliografia:

Sofocle, Antigone, con saggio di Rossana Rossanda, Feltrinelli, Milano, 1987

Maria Zambaro, La tomba di Antigone, La Tartaruga edizioni, Milano, 1995

Elsa Morante, Serata a Colono, Einaudi, Torino, 2013

Teresa Cirillo, Antigone nel teatro ispano americano