Avere ed essere corpo

Di Olimpia Capitano


Una torsione lentissima del collo e rivolgi lo sguardo alla tua destra, sono le 11.30 e fastidiosamente te lo ricorda lo schermo dell'orologio che fa capolino tra le pile di libri che hai sul comò. Avevi  letto Mark Fisher quella notte e una piega tra le pagine ti ricordava quanto a lungo ti eri addentrata in quella marea di parole e orizzonti aperti, per poi crollare un po' così, tra il disappunto per l'oggi e qualche pensiero sul domani. Accanto al libro dell'ultima nottata, un poco nascosto, c'è Journal d'un corps di Daniel Pennac, autore che ami forte, di un amore intenso, come quello che si prova per un'ideale. Sta lì, con quella copertina arancione che trovi inspiegabilmente bella, pur essendo un pugno cromatico in un occhio. Quel diario è un piccolo scrigno, che racchiude e concilia le idiosincrasie a noi più comuni e che tu, come tutti e più di tutti senti tue. Come è possibile avere ed essere corpo?

Un'altra lenta torsione del tuo esile collo ed ecco che risuona ovattato un passo svelto, mentre la sua eco si perde tra le fitte maglie di un cielo plumbeo. Un fragore soffuso che si infrange contro le pareti di un rigido strapiombo di pallida atmosfera. Dal cielo affonda fino alle viscere della terra.

Il passo si fa sempre più rarefatto. Come continuare se è il pensiero che ti muove?

Hai visto un'immagine frapporsi tra te e dove devi andare ma non vuoi arrivare. Stai immobile, un ramoscello sfiorito inerte sulla colata di cemento che abbraccia l'ospedale. Il padiglione è poco distante ma tu chiudi e serri stretti i tuoi occhi per immaginarti altrove, eppure già ti vedi là dentro.

Indecisa li riapri e la macchina rossa che ti passa di fianco per un momento ti sembra una barella che schizza, fiammante, in corsia. È il silenzio del meriggio su un deserto di parcheggi semivuoti, mentre le voci continuano a crescere caoticamente in ogni direzione: «è l'indice di massa corporea che non va bene»; «abbiamo raggiunto la soglia minima»; «sondino naso-gastrico»; «hai avuto problemi con tuo padre?». È il suono flebile dell'ennesima pasticca spezzata e deglutita con fatica, l'ottava del giorno. Scende amara come fiele e lacrima.

Nel trascinarti le gambe si fanno macigni e ogni passo sembra metter radici. Il piede affonda in una melma di cemento e lo guardi, guardi le carni ormai consumate fondersi in una calda poltiglia di materia e pulviscolo. Cerchi di spingere forte sul suolo, vorresti proseguire ma cedono i tuoi muscoli e scricchiolano le tue ossa. Ti disgreghi, ti sembra.

Osteoporosi hanno detto.

La testa e la schiena sul suolo pulsano a ritmo di un battito veloce, i sassolini grattano e puntellano il cranio e un brivido freddo ti attraversa e ti trapassa. Il dorso della mano giace a terra.

Quel mare di fumi e strisce blu appare farsi più confuso, evapora sotto i raggi di un sole cocente e un viscido liquame ti risale come rampicante dai piedi, su per le caviglie, tre le cosce, fino a cingerti lo stomaco e a penetrare sinuoso tra i seni, afferrandoti brutale la gola e diramando i suoi gorghi melliflui sul tuo viso inerte di uno sguardo vuoto che non muta espressione. I flutti ti premono sin dentro l'ombelico mentre dai fianchi emergono pareti cineree che ricongiungendosi nascondono il cielo al tuo sguardo. E giù, giù, sempre più giù, sprofondi rapida da nessun e verso nessun luogo. Il dorso tenta piano di risalire la superficie, il palmo ricerca nuovi appigli.

Di nuovo, un'altra lenta torsione del collo e nessun orologio, nessun parcheggio. Ti sei aggrappata al lembo di un lenzuolo bianco che penzola dalla tua mano. Vedi adesso una quantità indefinita e molto fitta di figure veloci, bianche, eteree, che si susseguono, accavallano, incastrano freneticamente tra corsie che si fanno strettoie. Vorresti chiamare qualcuno ma la voce è meno che un sussurro, l'energia è così poca e, mentre continui a vedere quelle candide saette dimenarsi qua e là, ti accorgi di uno strano formicolio sul braccio destro. Ti hanno tolto un lungo ago dalla vena e, lì accanto, giace uno striminzito laccio emostatico che sembra una versione in miniatura di quei consunti elastici che si trovano di tanto in tanto gettati negli angoli delle palestre. Non ti piace e il braccio continua a pulsare, ogni battito del cuore è lì. I sensi sono rallentati e mentre ti ritrovi un po' alienata, tra i tepori del giaciglio e la confusione che ti assale da ogni lato, senti una carezza cingerti il viso. Non hai neanche il tempo di apprezzare quel tocco delicato e quell'acre ma piacevole odore di lavanda e borotalco. Rapido, lo sfiorarsi diviene presa e la pelle vellutata perde ogni sfumata dolcezza tra le diramazioni di lunghe dita ossute. Ti hanno afferrato il viso, salendo giù dal mento e sprofondandoti la nuca nel cuscino. Inizi a intravedere qualcosa da fessure a fatica socchiuse, che ancora riescono a mantenersi in qualche modo vigili, benché sempre più pesanti. Non hai più dubbi quando il tubo inizia a salirti per le narici. Non senti niente, ma il dolore è infinito, è sconfinato ed esonda in un pianto intimo che non riesce a farsi strada, ingabbiato tra gola e ciglia. Poi di nuovo ti chiedi dove sta il confine, qual è il sottile limite che separa l'essere e l'aver corpo. Non c'è più nessuno, solo silenzio, Journal d'un corps è ancora lì sul comodino. Altra lenta torsione del collo, sono le 12:00, è passata solo mezz'ora.

Sono trascorsi circa tre mesi da quando tua madre, con tutta la frustrazione germogliata su giorni di violente sordità e noncuranze, ti prese e ti trascinò davanti allo specchio di camera tua.

Ti afferrò con deciso tremore, svelando la complessità di tutti i suoi conflitti: quelli con te e con sé stessa; quelli che chiamavano dall'immediato passato, intriso del terrore di non essere stati pronti a intervenire prima di allora; quelli del presente, stretti nella morsa tra tenacia e tenerezza. Non volevi andarci davanti allo specchio e mentre cercavi di radicarti dappertutto (nel parquet, tra le lenzuola, tra i pelucchi dei tappeti) restavi innegabilmente in bilico: mente e corpo in precario equilibrio sull'orlo di precipizi distanti tra loro chilometri.

Non trovavi alcun nesso logico in quanto tutti stavano dicendo. Tutti, non importava chi fossero, familiari, amici, specialisti di rinomata competenza da fior fiore di policlinici, erano solo mosche fastidiose da scacciare. D'altro canto, mica te ne accorgevi: i solchi che ti risucchiavano il viso, i capelli che si spezzavano, i succhi gastrici che sfuggivano dalle labbra e quei 23 chilogrammi perduti in un soffio non ti rappresentavano alcun segnale. E guai a controbatterti! L'energia che ti brucia nel dissenso non l'hai mai perduta, ma nel tuo esserti nemico ti sei confusa. A volte per il quieto vivere e in quei brevi momenti di lucidità in cui cercavi di non intaccare un piacevole quanto frangibile equilibrio familiare cercavi di mangiare qualcosa in più, lentissima, credendo di ingannar qualcuno nel dilatare il tempo. Ma poi eccolo, il più dolce dei sollievi, che trovavi nella spinta delle dita che ti liberavano da tutto. E continuò così a lungo: anche dopo aver deciso di dare a tua madre la piccola soddisfazione di qualche visita; dopo aver percorso una indefinibile quantità di volte gli incroci di quei parcheggi desolati verso il padiglione numero sette; dopo aver puntualmente provato ogni effetto collaterale possibile dovuto agli psicofarmaci e dopo l'ennesima litigata estenuante con tuo padre che non comprendeva come potesse spendere settanta euro per ogni seduta psichiatrica se "questa poi non si mangia nemmeno le zucchine". E ogni volta buttavi tutto fuori, assieme alle urla, al pianto e al mai ammesso senso di colpa. Siete sempre stati su due diversi piani del mondo, agli estremi che congiungono le abissali e sfumate distanze di qualsiasi sensibilità. Mentre tutto procedeva con il ritmo scandito di un'incessante monotonia, a volte ti ostinavi in una confusa ricerca di colpe. Ogni sprazzo di ragione si era persa nei labirinti di un controllo minuzioso e maniacale, tra tabelle caloriche, bilancini dalle pile sempre scariche e quantità infinite di pile di scorta. Tutto il tuo vivere si orientava attraverso una nota fissa del pensiero ed era andata completamente persa l'immensità del vivere che sente ma che non pensa e che non parla. Mentre il tempo fuggiva nel tuo corpo restavano tutta la vita e tutta la morte.

Nel frattempo, ti eri alzata dal letto e trascinata piano davanti allo specchio, senza nessuno che ti strattonasse. Quella mattina tutto sembrava più complesso, difficile e confuso. Come sempre ti sentivi pesante e iniziasti a spogliarti, ferma di fronte al solito specchio. E mentre si creava un piccolo cumolo ai tuoi piedi anche la tua pelle cominciò a cedere. Vedevi crepe che ti attraversavano mentre uno strano bagliore sfumava le tue forme, che sembravano dissolversi, ridursi, sciogliersi e fondersi con mattonelle e stracci sporchi. Stavolta lo vedevi, mentre ti contavi le costole, nitide sotto la patina trasparente della pelle. Avevi paura, una di quelle paure così forti che ti derubano di ogni sensazione, ti bloccano e conducono nel luogo dove si perde ogni confine tra l'essere e l'aver corpo. Piccola e nuda tornasti a letto e l'orologio segnava già le 14:00. Pensasti che forse davvero non fosse tutto ok e dopo esserti sdraiata facesti un'altra, sempre più lenta, torsione del collo.