Cambogia, oblio e miseria

Tratto da il Tascabile

Di Andrea Staid


Cosa rimane del genocidio del regime di Pol Pot? Un reportage e un'intervista al sopravvissuto Chun Mey.

Perché i crimini dei nazisti sono stati riconosciuti per tali dall'intera comunità internazionale e quelli dei Khmer rossi no? Forse perché le vittime degli uni erano degli ebrei, bianchi, e quelle degli altri erano dei semplici cambogiani dalla pelle scura?", domandava Tiziano Terzani sul Corriere della Sera del 20 Giugno 1992, e ipotizzava: "Forse perché a Norimberga i vincitori ebbero modo di imporre la loro giustizia ai vinti, mentre in questa maledetta guerra indocinese, finita senza una chiara sconfitta, ma solo con milioni di morti, nessuno è in grado di processare nessuno e la giustizia resta fra le tante speranze frustrate?".

Arrivo in Cambogia via terra dalla capitale Thailandese, prendendo mezzi locali per cercare di immergermi tra i cambogiani che lavorano in Thailandia e tornano a casa a trovare i parenti. Raggiungo la frontiera, precisamente il border di Poipet all'imbrunire. Caldo, tanta gente, e appena passato il confine con la Thailandia cambiano le vibrazioni.

Nella stanza per richiedere il visto tutto è molto sporco, c'è tensione nell'aria e troppi militari. Viaggiatori siamo pochi, massimo una decina. Compilo il foglio per la richiesta del visto e vado a consegnare il passaporto ai militari. Sapevo che il visto costava 30 dollari ma allo stesso tempo sapevo che sarebbe stato molto probabile che mi chiedessero una mazzetta. Così è: appena gli allungo i documenti mi chiedono 200 baht per loro. Qui in Cambogia i militari sono corrotti: chiedere la loro parte, senza vergogna né segretezza, davanti a tutti, è la prassi nell'ufficio della frontiera. Addirittura la cifra da dargli si trova scritta su un foglio in matita negli uffici governativi.

La prima intensa settimana in Cambogia la passo in città piccole e non turistiche, per cercare di incontrare persone con le quali capire meglio il passato recente. Battambang è una città sporca e inquinata. Anche i templi sono sporchi e semi distrutti, la povertà è tanta, le uniche vetrine illuminate sono quelle dei negozi di smartphone, onnipresenti, surreali se pensati in relazione alla povertà che si vede in strada. 

In questa cittadina incontro un uomo sorridente che si propone di farmi da autista con il suo mototaxi costruito da sé, a metà tra una moto e una carrozza di legno. Mi passa subito tra le mani il suo tripadvisor analogico: un quaderno con tutte le recensioni che i suoi clienti gli hanno lasciato negli ultimi anni. Mi convince, oltre che con un prezzo dignitoso sia per il suo lavoro sia per le mie tasche, facendomi capire che ha voglia di parlare e raccontarsi.

Il giorno dopo mi accompagna in giro per la città e mi faccio portare a Lang La'Coun, una delle grotte dove avevano luogo torture e uccisioni sommarie durante il regime di Pol Pot, famose come Killing Caves. La prima cosa a colpirmi è la sporcizia che caratterizza questo luogo così importante per la memoria dei cambogiani. Tutto è privo di indicazioni o spiegazioni storiche e lasciato alla rovina più totale, ma è difficile capire quanto di questa incuria sia legato alla miseria generale e quanto a una rimozione più profonda. Di fatto, niente racconta la storia drammatica che si è consumata qui poco più di quarant'anni fa.

Il 17 aprile del 1975, due settimane prima della caduta di Saigon in Vietnam, l'esercito comunista degli Khmer rossi sconfisse l'esercito del presidente della Cambogia Lol Nol, sostenuto dagli americani, ed entrò nella capitale Phnom Phen. Nel giro di pochi giorni tutti gli stranieri fuggirono dal paese, che fu sigillato dagli Khmer rossi sigillarono per dare inizio a una vera e propria campagna di "pulizia sociale" con l'intento di liberarlo dalle classi borghesi e urbane per creare l'utopia di Pol Pot: un regime autarchico e contadino che doveva partire dal ritorno alle campagne di tutti i cittadini e la semi-distruzione delle città.

Poche ore dopo la presa della capitale guerriglieri vestiti di nero spesso scalzi forzarono gli abitanti delle città in una lunga marcia verso le campagne da ripopolare, dove migliaia di persone furono uccise a colpi di bastone per risparmiare proiettili, accusati senza nessun processo di far parte di una classe borghese e cittadina. La follia del regime durò per 4 anni, si macchiò di crimini atroci, giorni poco ricordati in Occidente.

Gli Khmer rossi furono rimossi dal potere non dagli americani, ma dall'invasione vietnamita del 7 gennaio 1979. Almeno 1,7 milioni di persone in quei pochi anni di regime morirono per esecuzioni, torture, malattie non curate, lavori forzati e malnutrizione. Quello che rimase dell'esercito degli Khmer rossi si rifugiò nella foresta e diede inizio a due decenni di guerriglia, sostenuta anche dalle forze occidentali in funzione anti Vietnam.

Solamente nel 2003, il governo cambogiano e le Nazioni Unite istituirono un tribunale per processare alcuni dei leader degli Khmer rossi. Ancora oggi sono sotto processo, tutti sono ultraottantenni e nel Paese non esiste un vero dibattito su quello che successe in quei terribili anni in Cambogia.

Arrivato quasi davanti alla grotta della morte, trovo tutto il contrario quanto mi aspettassi. Né immagini cruente, né cifre che riportano il numero dei morti, né teschi e ossa umane: non si fa menzione di cosa succedeva in quel luogo durante la dittatura militare. Neanche un cartello, una foto o una spiegazione, niente di niente: un luogo tragico tramutato in qualcosa da vendere ai turisti semplicemente grazie a un nome forte come Killing Cave. Presto arriva un bus di anziani, turisti sudamericani, con guida locale che urla ai suoi clienti: "Da qui ammazzavano le persone e poi le buttavano giù nella grotta". Lo urla più volte per farsi sentire da tutta la comitiva, senza contestualizzare e senza dire chi aveva commesso il crimine, senza dire nulla dei carnefici e delle vittime.

La domanda su come sia stata costruita la memoria storica del regime negli ultimi vent'anni da parte dei cambogiani si fa sempre più urgente. La prima persona con la quale approfondisco il discorso è proprio l'autista del mototaxi. Lo invito a mangiare qualcosa insieme e cominciamo a parlarne. La discussione si fa subito accesa perché Arun non concorda sulla versione che dei cambogiani abbiano trucidato e assassinato altri cambogiani, e mi spiega che secondo lui è tutta un'invenzione vietnamita, creata per occupare militarmente il territorio cambogiano. Come se l'evidenza della violenza e dell'assurdità del regime di Pol Pot non fosse mai esistita.

A sconvolgermi è non solo l'oblio della storia recente, ma quello che questa discussione dice su come oggi ancora si viva in Cambogia. La vita della maggioranza della popolazione continua a essere molto faticosa e mediamente breve, specie se non si hanno abbastanza soldi per curarsi, per mandare i figli a scuola e farli crescere senza mancanze alimentari: in Cambogia tutto è privato, e quello che è pubblico è estremamente corrotto.

Il giorno dopo vado via da Battanbang e mi dirigo verso la capitale, dove visito la prigione di Tuol Sleng, nota come S21, la sede di una scuola che divenne il principale centro di detenzione e rieducazione degli Khmer rossi. Tuol Sleng oggi è il museo del genocidio. Un luogo pesante, che trasuda tristezza, con le stanze vuote e le piccole celle di mattoni. Nei piani bassi della struttura ci sono migliaia di ritratti in bianco e nero, allineati su dei pannelli di legno, rinchiusi dietro delle teche di vetro. Sono le foto scattate ai prigionieri al momento del loro ingresso a Tuol Sleng. Un luogo dove morirono più di 12.000 donne, uomini e bambini torturati e uccisi a bastonate oppure condotti verso i campi della morte simili alla Killing Cave di Battambang. Durante la visita sento gli occhi dei torturati addosso e mi sconcerta la debolezza dei pannelli che spiegano la storia del luogo: teche semi distrutte, sbiadite e spesso con pezzi mancanti, più simile un'attrazione ormai decadente che a un luogo di memoria per il presente.

Per fortuna incontro Chum Mey, uno dei pochissimi sopravvissuti (si parla di una sola dozzina) a questo luogo di prigionia, morte e tortura. Chum Mey ha raccontato la sua storia infinite volte ai giornalisti, visitatori, ricercatori, ha fondato l'associazione delle vittime chiamata Ksaem Ksan, nel 2012 ha scritto un libro, Survivor: The Triumph of an Ordinary Man in The Khmer Rouge Genocide, tradotto in molte lingue, ma cercando il suo nome online in italiano non si trova quasi nulla.

 

Le chiedo di presentarsi velocemente a un pubblico italiano che purtroppo conosce poco la storia del suo Paese.

Mi chiamo Chum Mey, sono uno dei pochi sopravvissuti alla prigione di Tuol Sleng, dove più di 12.000 persone sono state torturate e uccise in pochi anni durante il regime degli Khmer rossi. Sono anche uno degli ultimi in vita oggi. La mia è la storia di un ragazzo di campagna la cui sola ambizione era di essere un meccanico e di riparare macchine e autocarri, ma che divenne una delle milioni di vittime del regime. Sono sopravvissuto ma non posso dire di essere stato fortunato: mia moglie e mio figlio sono stati uccisi e le torture che ho subito sono state terribili, forse sarebbe stato meglio morire che sopravvivere. Ma sono sopravvissuto e ora ho il dovere di raccontare la mia e la nostra storia, e tutto quello che ho visto con i miei occhi. Ripeto sempre che non voglio vedere quell'epoca terribile ripetersi ancora, e non solo per noi cambogiani ma per tutti i popoli della terra. Non voglio che coloro che sono morti siano dimenticati, tutti devono sapere cosa è successo.


Quando è stato arrestato e perché?

Sono stato arrestato il 28 ottobre del 1978. Nessuno della mia famiglia sapeva perché e dove fossi finito. Anche io mi chiedevo: Ma perché? Mi sono sempre chiesto il motivo, perché non avevo fatto nulla di sbagliato o di male: ero solo un meccanico. Per portarmi via mi ingannarono dicendo che avevano bisogno di me in Vietnam per aggiustare camion. Racimolai i miei attrezzi, ma arrivata la macchina con gli Khmer rossi mi dissero: lascia tutto, non ti servirà nulla. Non capivo cosa stava succedendo. Cercavo solo di eseguire gli ordini di Angkar. Non mi portarono in Vietnam, mi portarono a Tuol Sleng. Mi legarono le braccia e mi bendarono gli occhi, arrivato nella prigione mi incatenarono, mi tolsero la benda e le manette e iniziarono a misurarmi. Mi fecero una fotografia e mi spogliarono per poi ammanettarmi nuovamente. Dopo avermi bendato di nuovo, mi portarono in una piccola cella di mattoni, mi fecero sedere per terra a gambe in avanti, legarono le gambe con delle catene e mi liberarono le mani, cominciai a piangere e a cercare di capire che cosa avessi commesso per trovarmi lì.


Ti interrogarono? Cosa volevano da te?

Mi interrogarono il giorno stesso dell'arresto. Mi vennero a prendere alle 13, mi ammanettarono e mi fecero alzare tirandomi per le orecchie, mi portarono su e giù per delle scale bendato, sempre tirandomi per le orecchie e gridandomi di stare attento, poi mi distesero seduto per terra, gambe dritte in una stanza, il pavimento era pieno di sangue. C'era una scrivania, un bastone e un altro bastone con avvolto attorno un cavo metallico, li hai visti anche tu al museo, sono ancora lì. Il cavo annodato era molto resistente. Iniziarono a picchiarmi senza farmi domande e continuarono per 12 giorni e 12 notti. Ogni mattina dalle 7 alle 13 e ogni pomeriggio dalle 13 alle 17. Dodici giorni e dodici notti. Mi facevano sempre le stesse domande: Quante persone ci sono nel tuo gruppo? Chi ti ha arruolato nella CIA o nel KGB? Io piangevo e dicevo che non ero né nella CIA né nel KGB. Non mi chiedevano cosa avessi fatto, volevano solo farmi dire che ero o con gli americani o con i russi, qualsiasi altra risposta era sbagliata. Mi staccarono le unghie, mi spezzarono le dita delle mani, mi misero cavi elettrici sulle orecchie e sui genitali. Non gli piacevano le mie risposte. Alla fine, esausto, ho firmato tutto quello che volevano e ho ammesso colpe che non avevo. Avevo troppa paura dell'elettroshock, così mi inventai storie su un mio coinvolgimento con la CIA, dissi che adoravo la bandiera americana e ammisi anche azioni di sabotaggio. Dieci giorni di torture e cominciai a inventarmi la mia confessione, meglio morire che continuare così.


Come stavano gli altri detenuti? Come passavate le vostre giornate da prigionieri?

Eravamo animali, non esseri umani. Ci davano scatole di munizioni per defecare e sacchetti di plastica per urinare. Qualsiasi goccia dei nostri escrementi caduta a terra l'avremmo dovuta leccare, perché ci facevano pulire i pavimenti con la lingua. Se facevamo rumori con la bocca o con le catene ci aspettavano 200 frustate, si mangiava solo zuppa di acqua di riso senza riso, una la mattina e una la sera. Acqua solo poche gocce, ci tenevano a stento in vita. Se potevamo catturare una lucertola un topo o qualsiasi insetto lo mangiavamo senza farci vedere perché la punizione sarebbe stata atroce. Volevo suicidarmi ma non sapevo come.


Come ti sei salvato?

Mi sono salvato perché ci sapevo fare con le mani, ero un bravo meccanico e un giorno finito il mio interrogatorio mi chiesero se sapevo sistemare una macchina e quella fu la mia salvezza. Con grande difficoltà, poco cibo e molto dolore, rimasi in vita fino all'arrivo dei vietnamiti, lavorai per circa due mesi. Fuggimmo tutti insieme: prigionieri, carcerieri e torturatori, all'incirca trenta persone perché nei giorni precedenti avevano giustiziato tutti.


Cosa diresti o cosa vorresti dire ai tuoi torturatori?

Non condanno chi mi ha torturato. Se fossero vivi oggi e venissero da me non sarei in collera con loro. Non avevano potere decisionale, facevano quello che era stato detto loro di fare allora, li considero vittime come me. Non posso dire che io avrei agito diversamente, non so se avrei avuto la forza di rifiutarmi di uccidere se la pena per il rifiuto fosse stata la mia morte o quella dei miei cari. Non lo so. Durante gli interrogatori ero in collera con i miei torturatori, ma poi, con il passare degli anni, conoscendo il posto, capendo che le persone eseguivano ordini ho cambiato il mio sguardo su i torturatori. Anche loro avevano perso familiari e persone care, anche loro erano stati minacciati. Un detto Khmer dice: Se ti morde un cane pazzo, tu non morderlo, sennò vuol dire che lo sei anche tu.



Articolo originale su: https://www.iltascabile.com/societa/cambogia-oblio-e-miseria/