"Cassandra" di Christa Wolf PARTE 1

Di Elena Pavan


PARTE 1


Introduzione: il genere letterario di appartenenza


"Con questo racconto vado alla morte". Inizia così "Cassandra", uno dei lavori di maggiore risonanza ed interesse della Wolf che non è propriamente ascrivibile alla categoria "letteratura teatrale". 

È pensato dall'autrice come un racconto, narrato in prima persona dalla veggente troiana, in un flusso di coscienza ininterrotto ma molto tormentato e frammentato, che conduce il lettore dalla reggia micenea degli Atridi, ai corridoi del palazzo di Priamo ed Ecuba nella ormai distrutta Troia. 

La voce dell'autrice si fa sentire solo nelle prime e ultime righe. 

La Wolf si trova davanti alla Porta dei Leoni del palazzo miceneo e sente di stare calpestando quello stesso suolo che Cassandra ha toccato poco prima di essere condotta al macello per mano di Clitennestra. Sente che lei è stata lì e che qualcosa le lega a tremila anni di distanza. 

Poi la sua voce e il suo sguardo lasciano il posto a quelli di Cassandra, o forse si trasformano in quelli della sacerdotessa. Nonostante la dichiarazione dell'autrice sulla natura del suo testo, "Cassandra" si può molto facilmente pensare agito in uno spazio scenico e non solo perché si configura come la rielaborazione delle vicende di un personaggio del mito, presente in quasi ogni opera teatrale pertinente la guerra di Troia e le sue conseguenze, dal "Agamennone" di Eschilo alle "Troiane" euripidee, ma soprattutto perché si tratta soprattutto di un personaggio, solo, che si rivolge a se stesso e a chiunque voglia ascoltare, con quelli che realisticamente dovrebbero essere pensieri non udibili, ma che sembrano spesso caratterizzarsi come le ultime parole di una condannata a morte per l'unica colpa di appartenere al popolo sconfitto di una guerra decennale.

Potremmo addirittura pensare agli unici due interventi dell'autrice come all'indicazione didascalica delle circostanze date e dell'ambientazione del monologo stesso. È, in altri termini, un testo pensato per essere depositato in un libro e non come testo teatrale e che possa, dunque, essere tanto leggibile quanto approcciabile come "copione" ad uso di un'attrice o di una compagnia, ma presenta in se' tutti i presupposti per una possibile spettacolarizzazione che, peraltro, è già stata proposta da alcuni professionisti negli ultimi anni. 

Un'eventuale messa in scena non sarebbe, in realtà, delle più facili per l'attrice nelle vesti di Cassandra, date le particolari tecniche di scrittura utilizzate dall'attrice.

Come si diceva, si tratta di un flusso di coscienza dal ritmo particolarmente frammentato, dove molti pensieri sono iniziati e non finiti, sostituiti da altri che vi si sormontato, fatto di ellissi, analessi e prolessi, da discorso diretti liberi e discorsi indiretti, pensieri sfuggenti e contraddittori e costruzioni invertite, oltre a continui rimandi e quesiti reiterati. 

Sembra quasi che sia stato scritto di getto, senza cancellature o revisioni. 

Il lettore, o l'ascoltatore, non può fare altro che lasciarsi trasportare da questo fiume di pensieri che viaggiano dalla rassegnazione alla dignità, dalla dolcezza al ricordo dell'odio, dalla comprensione al disgusto, fino all'amore, che cerca faticosamente la sua strada per affiorare e ed esprimersi.

Vediamo allora chi è stata Christa Wolf, come e perché si è avvicinata a Cassandra e chi è Cassandra.

Analizzeremo poi il rapporto che la Cassandra wolfiana ha con quella della tradizione mitologica e con eschilea ed euripidea. 

Vedremo poi il modo in cui la Wolf rielabora il tragico antico con riferimento al lavoro di Nietzsche e Girard. 

Proveremo infine di immergerci nel profondo del testo cercando di sviscerarne alcune delle varie tematiche fondamentali: il ruolo dell'intellettuale e i rischi della censura, il pacifismo e il disarmo e le tematiche di genere, le quali forniscono un'interessante chiave di lettura dell'opera.


Christa Wolf


Christa Ihlenfeld, considerata una delle più importanti scrittrici contemporanee del panorama tedesco, nasce nel 1929 a Landsberg, in territorio oggi polacco, da una famiglia medio-borghese.

Come tutti i suoi coetanei e coetanee, vive la sua infanzia e adolescenza inquadrata nella gioventù nazista. 

Intraprende poi gli studi di germanistica a Jena e a Lipsia come allieva di Ernst Bloch e Hans Mayer. Con la fondazione della Repubblica Democratica Tedesca (DDR nell'acronimo tedesco), si iscrive alla SED, il partito unico di stampo leninista-comunista, che monopolizza la Germania dell'Est.

Un'adesione che in un contesto dittatoriale era pressoché obbligata ma che la Wolf compie con convinzione, essendo in lei avvenuta una vera e propria rivoluzione della sua visione del mondo con lo studio delle teorie marxiste. 

Nel 1951 sposa il germanista Gerhard Wolf e sempre negli anni '50 comincia a lavorare come lettrice presso alcune case editrici in cui, inoltre, recensisce e pubblica antologie per la DDR. 

In questo decennio, quando la popolazione della Germania dell'Est è soffocata dal primo piano quinquennale di Ulbricht, lavora per qualche anno in una fabbrica di vagoni ferroviari.

Dagli anni '60 inizia a scrivere, come critica letteraria, presso la rivista dell'Unione degli scrittori della DDR. Si candida al comitato centrale della SED ma sarà sempre più critica nei confronti del partito e sempre più attenta alle contraddizioni del suo Paese. 

Pur rimanendo marxista e socialista, si schiera contro la censura imposta agli intellettuali e a favore della funzione critica della letteratura. 

Negli anni dell'esodo da Berlino Est a Berlino Ovest, chiede ai suoi concittadini di non andarsene, ma di restare per lavorare insieme alla democratizzazione della DDR. 

Il suo rapporto con il Partito resterà sempre ambiguo e controverso, dato che non vi si staccherà mai completamente pur, secondo molti documenti, non collaborando realmente con la STASI (le forze di polizia della SED) e mantenendo sempre il suoi approccio fortemente critico. 

Tra le sue numerose opere ricordiamo: "Il cielo diviso" del 1963, di cui Konrad Wolf ha prodotto una riduzione cinematografica, "Riflessioni su Christa T." del 1968, "Trama di infanzia" del 1977, "L'ombra di un sogno" e "Nessun luogo. Da nessuna parte" entrambi del 1979, oltre a "Premesse a Cassandra" del 1982, "Cassandra" del 1983 e a "Medea" del 1996. 

Nel 1980 vince il premio Buchnen e nel 1964 il premio Heinrich Mann. 

I temi che la scrittrice affronta nelle sue opere sono molto legati alle problematiche della sua contemporaneità e, per certi aspetti, anche della nostra: l'inadeguatezza delle donne che si affacciano alla sfera intellettuale, lo scontro tra apparati e individui di ambo i sessi, le difficoltà di comunicazione che portano fino all'impossibilità di trovare parole e la riflessione sul soggetto e la sua autorealizzazione. 

È deceduta nel 2011, a Berlino, dove ha sempre vissuto.


Genesi di "Cassandra"


La <<gestazione>> di "Cassandra" ci è raccontata direttamente dall'autrice in un testo di grande interesse per i numerosi stimoli di riflessione che propone. Si tratta della raccolta di quattro conferenze-lezioni tenute dalla Wolf all'Università di Francoforte nel 1982. 

La loro struttura, però, non somiglia di certo a quella di una conferenza. 

Le prime due lezioni sono un vero e proprio resoconto del viaggio in Grecia che la Wolf fa in compagnia di alcuni amici greci e tedeschi e di due studiose femministe statunitensi. La terza ha un andamento diaristico e in cui l'autrice non solo riporta ciò che vive, ma scrive anche alcune delle sue riflessioni sulle tematiche che poi svilupperà in "Cassandra". La quarta, invece, è una lunga lettera ad un'amica studiosa, riguardo i progressi dei suoi studi volti alla scrittura del monologo e, ancora una volta, sulle domande che questo lavoro l'ha portata a formulare. 

Potremmo semplicemente dire che "Cassandra" nasce dopo questo tour della Grecia, ma già dalle prime pagine delle "Premesse" si capisce che tale considerazione è molto superficiale. 

Non rende conto, infatti, dell'apparente casualità con cui Cassandra è entrata nella vita della scrittrice e di come l'abbia letteralmente ossessionata per tutto l'anno successivo, in una continua ricerca della <<vera Cassandra>>, pur essendo la Wolf ben consapevole del fatto che probabilmente non si tratta di un personaggio preesistente ai versi di Omero. 

Le prime due delle quattro lezioni tenute all'Università di Francoforte nel 1982 raccolte in "Premesse a Cassandra", raccontano di come la Wolf si sia apprestata a leggere l'"Orestea" di Eschilo per passare il tempo nell'hotel berlinese in cui i viaggiatori si sono ritirati dopo aver perso l'aereo per Atene. 

L'apparire di Cassandra in scena nell' "Agemennone" è per lei come una folgorazione. 

"Cassandra. La vidi subito. Lei, prigioniera, mi imprigionò, lei, oggetto essa stessa di fini che le erano estranei, si impadronì di me. (...): l'incanto ebbe subito effetto." scrive la Wolf. 

Durante il lungo tour della Grecia, che qualche giorno dopo inizierà, la sua mente comincerà ad innestare continui collegamenti con le vicende narrate da Eschilo e prima ancora da Omero. 

La narrazione di quei giorni, infatti, ha un che di surreale e visionario: l'autrice si estrania continuamente dai turisti giapponesi, dagli amici che proseguono con le loro altrettanto personali ricerche e dalla calura mediterranea. Vede davanti a sé il carro di Agamennone con la bella veggente fatta prigioniera e l'austera e determinata consorte del re, Clitennestra, che lo attende dalla reggia e che fa stendere un tappeto di porpora sul percorso del marito, forse a metaforico preludio del sangue che di lì a poco gli farà versare. 

Sente un attaccamento verso la veggente inascoltata e reificata dalla guerra e dalla schiavitù: in Cassandra vede Christa.

Chista che come intellettuale fatica sempre più a farsi ascoltare e ad essere incisiva davanti a delle istituzioni cieche e sorde, ma che sente la scrittura come una missione, anche se disperata, di testimonianza; Christa che ormai non sa più in che dio credere e se c'è un dio in cui credere; Christa costretta a negare e autocensurare una parte di sé in ogni ambiente che frequenta. 

Cassandra invade la sua vita per più di un anno e la porta ad immergersi in una ricerca che la conduce in una dimensione dove la società dei padri non si era ancora completamente affermata e dove alcuni nuclei di donne celebravano ancora i riti di una possibile Grande Madre. 

La accompagna in una città di Troia le cui mura, però, diventano progressivamente più soffocanti e dove la presenza militare, sempre più pervasiva, rievoca chiaramente la Berlino Est della Guerra Fredda.

Il lavoro di scavo archeologico-letterario della Wolf non vuole essere un'opera di precisione filologica, che cerchi di essere aderente all'interpretazione del personaggio che i tragici greci ne hanno dato, né, tanto meno, al modello omerico, in quanto propongono un punto di vista che segue esclusivamente la linea maschile e per di più, in particolare per quanto riguarda Omero, dei maschi vincitori e oppressori di cui viene fatta l'epopea. 

Cassandra, nel monologo wolfiano, è consapevole del fatto che la sua testimonianza è solo una flebile voce al confronto con il tornare dell'epica dei vincitori, che parlerà di un Achille fulgido e glorioso, dall'ira giustificata e dal piede veloce e non del rozzo uccisore di fratelli e stupratore di sorelle che la veggente chiama "Achille la bestia", come se fosse una sola parola. 

La Wolf dichiara, nelle "Premesse a Cassandra", con onestà e precisone intellettuale, di stare procedendo con una psicologizzazione del mito e una costruzione a posteriori, trasferendo un ideale attuale su un personaggio mitologico che, probabilmente, se lo pensiamo in un'ottica realistica, se così si può dire per dei personaggi che conosciamo quasi solo grazie alla letteratura, non può aver pensato o fatto alcune delle parole e azioni che le sono attribuite. 

E' innegabilmente un compito difficile: deve cercare di trarre le storie di alcuni singoli dai pochi fatti ed eroi cristallizzati che ci sono stati tramandati e che non sono più un'esigenza del presente: abbiamo bisogno di persone vere, vacillanti come ogni essere umano, non di superuomini. 

L'operazione che la Wolf compie, perciò, è di confronto tra le diverse letture che si sono fatte del mito della veggente non creduta, dall'originale omerico fino ai componimenti di Schiller, guidata sempre dalla stessa domanda: "Chi era Cassandra prima che qualcuno ne scrivesse?". 

Fa l'implicito patto con se stessa di pensarla come storicamente esistita, come una donna reale a cui solo successivamente i cantori e drammaturghi dei vincitori hanno dedicato alcuni dei propri versi. 

Al contempo, però, la considera come prodotto dell'immaginario letterario e ricerca le origini, forse religiose, della sua figura, che la vedrebbero un tutt'uno con il gemello Eleno a costituire Selene, la Luna.

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