"Cassandra" di Christa Wolf PARTE 2

Di Elena Pavan


PARTE 2


Cassandra: origini e sviluppo del personaggio


"CASSANDRA, la più sventurata figlia di Priamo e di Ecuba. Fu amata da Apollo, che le promise, se gli avesse concesso in cambio il suo amore, di insegnarle a leggere il futuro. Cassandra acconsentì, ma ricevuto il dono dal dio, non mantenne la parola data; perciò egli fece sì che nessuno prestasse fede alle sue affermazioni e la ridusse a zimbello della gente.  Così Cassandra fu ritenuta folle, e giacché non profetizzava altro che sventure, la perturbatrice di ogni gioia venne presto a noia e fu rinchiusa in una torre. In seguito divenne sacerdotessa di Minerva (errore: divenne Sacerdotessa di Apollo, C.W.) dal cui tempio Aiace ... la trascinò fuori per i capelli, abbattendo la statua della dea a cui la sventurata si era avvinghiata"

Questa è la citazione dal "Dizionario mitologico del dr.Vollmer" del 1874, che la Wolf riporta nella Terza lezione delle "Premesse" e da cui muove la sua ricerca. 

Secondo il mito classico, infatti, Cassandra sarebbe diventata sacerdotessa grazie ad Apollo che le avrebbe conferito il dono della veggenza. 

Alla Wolf non basta. "Mi interessa questo: come è arrivata al dono della veggenza" scrive e di certo non può accontentarsi di una versione così semplificata di una realtà che l'autrice considera raccontata solo parzialmente. Ci sono molte questioni che, in ciò che ci è tramandato, sono lasciate aperte ed effettivamente fanno pensare ad una consistente portata di non detto: perché Cassandra desiderava la veggenza? Perché Apollo, maschio e giovane, gliel'ha conferita e poi così facilmente annichilita? Perché quella considerata pazza, in quanto preannunciatrice di sventure, fu solamente lei e non Laocoonte che profetizzava un futuro altrettanto cruento?

Eschilo, che le dedica il quarto episodio dell'"Agamennone", non è del tutto aderente alla versione del mito riportata nel dizionario mitologico. 

Secondo il tragico greco, Cassandra avrebbe già avuto il dono della veggenza ed era già un'autorità presso i troiani per i suoi precisi vaticini ma sarebbe stata privata da Apollo della capacità di persuaderli della verità delle sue profezie, sempre perché non gli si era concessa e dunque sottomessa. 

Appena giunge davanti alla dimora degli Atridi inizia, però, ad invocare il dio, quasi a cercare un appiglio per non essere inghiottita dalle immagini di macello che le si profilano al suo occhio interiore, prefigurando quello che sta per avvenire all'interno della reggia.

Viene chiamata pazza dai vegliardi achei del coro che però, esitanti e in uno stato di ansietà e panico crescente, ammettono di prestarle fede. Eschilo, in realtà, nonostante ciò che fa dire al coro, non mostra una Cassandra fuori di senno, ma in preda a delle visioni terrificanti che le provocano un senso di oppressione e soffocamento e un dolore persino fisico. Le si svelano le più orrende e ineluttabili verità anche sotto forma di immagini metaforiche: "(...) dalla vacca/ allontana il toro! Fra i pepli/ lo afferra, con l'arnese dalle nere corna/ colpisce: e cade nella vasca piena d'acqua" e questo le provoca una reazione di terrore e panico incontrollabili, ma che non le impedisce di formulare frasi connesse e di senso compiuto e terribile, pur nel loro contenuto visionario e solo apparentemente onirico.

Nemmeno per la Wolf Cassandra è pazza. 

Quando vive un forte stress emotivo, quale l'essere presente alla morte di un fratello, vive delle crisi in cui perde se stessa tra convulsioni e stati pressoché comatici. 

Il primo di questi gravi crolli emotivi lo vive nell'infanzia, al momento della scoperta del suicidio di uno dei fratelli più amati, Esaco, e lei stessa dice di essere "diventata pazza", ma è chiaro dalle riflessioni che fa mentre è in questo stato, che non sia affatto così. La Wolf immagina che il lei si attivi una sorta di meccanismo psicosomatico di anestetizzazione del dolore, attivato per evitare di venire a contatto con la realtà e con le reazioni che questa provocherebbe sulla coscienza. 

Cassandra non è pazza, forse è solo stanca di vedere. 

Dopo alcune crisi di delirio profetico la Cassandra di Eschilo recupera la totale lucidità, per avviarsi con grande dignità verso la morte: non vuole esservi condotta da qualcun altro ed essere così sottomessa alla propria carnefice, ma vuole prendere da se stessa quella morte che la attende e andarle incontro con decisione, conscia dell'incontrovertibilità del suo destino. 

Le sue ultime parole sono rivolte con fierezza a colui che vendicherà lei e Agamennone, Oreste, di cui già predice l'arrivo. 

Nella Wolf non si leggerà questo odio, anzi "Il mio odio andò smarrito, quando? Eppure mi manca, il odio gonfio e succoso" dice Cassandra nelle prime pagine. 

È ormai così distrutta da non riuscire più a provare un sentimento così forte, che si fa sentire solo quando ripensa ad Achille la bestia. 

Anche la Cassandra dell'"Agamennone" è profondamente infelice e segnata da tutto il dolore che ha vissuto non per sua scelta: il dolore della guerra, di veder morire i suoi fratelli, sorelle, padre e madre, di aver visto rovinare la città che l'ha cresciuta e tutto ciò in cui credeva, il dolore anche della sua veggenza. 

È una dote naturale, lascia intendere Eschilo, che le ha sempre procurato grande rispetto e prestigio da parte dei suoi concittadini, ma che è diventata una responsabilità sempre più gravosa e ingrata, dopo che Apollo le ha tolto la certezza che i suoi precisi vaticini venissero ascoltati e creduti. Le sue profezie di guerra e sventura, allora, le procurano un duplice strazio: l'angoscia di non poter nemmeno provare a convincere i troiani ad evitare la sciagura in un qualche modo e il tormento, che somatizza sempre di più in un affanno fisico, di vedere svelarsi davanti ai suoi occhi le verità più crude e sanguinose, anche dopo la fine della guerra. Volge un ultimo pensiero alla Troia della sua infanzia, la città viva e fertile che l'ha nutrita, in contrapposizione al destino di morte che la attende. 

Muore sola, isolata da ogni altro essere umano, come del resto è sempre stata. 

Oltre a fatto che, in quanto sacerdotessa di Apollo, come dicevamo prima, ha sempre goduto di una grande autorità, che portava i suoi concittadini a tenerla ad una rispettosa distanza, la sua vita sessuale, proprio data la sua posizione, doveva essere inesistente, così da essere casta davanti al dio e completamente devota a lui. 

Una verginità che la Wolf metterà in discussione, scrivendo invece di una Cassandra dalla complicata vita emotiva e sessuale, dalla deflorazione rituale non avvenuta a rapporti con il sacerdote Pantoo il greco, che oscillano tra il reciproco disgusto e il rapporto di comodo, fino agli atti di vero amore, che non sempre riescono a concretizzarsi, con l'uomo della sua vita, Enea: anche questa è una consapevole costruzione a posteriori che l'autrice fa, per poter riflettere sul rapporto tra i due sessi. L'isolamento di Cassandra nell' "Agamennone", però, è anche dovuto al senso di abbandono da parte della divinità: non riesce più a sentire la presenza di Apollo e forse è per questo che sente il bisogno di invocarlo, pur sospettando che non si tratti di un abbandono ma di un'inesistenza di fondo del dio. 

Il fatto che lei riesca a farsi credere dagli anziani achei fa, in effetti, pensare che Apollo si sia davvero dimenticato di colei che fino a poco prima aveva affiancato, anche solo a causa dell'odio che provava nei confronti della sua sacerdotessa che non gli si era sottomessa. 

Anche la Cassandra della Wolf affermerà molte volte, come ad aver scoperto una misera ma fondamentale verità, che non ci sono dei o che, se ci sono, di certo non si curano degli affari umani, in una posizione di agnosticismo e persino di ateismo che la Wolf sente propria.

Un aspetto notevole della Cassandra eschilea, e su cui la Wolf riflette molto nelle "Premesse", è il fatto che la prigioniera non solo non esprime alcuna forma di orrore o repulsione verso Agamennone, ma sembra persino provare dei sentimenti di tenerezza e pena per lui, se non un principio di innamoramento. 

Clitennestra, probabilmente anche per questo, oltre che per il fatto che sa che Cassandra può prevedere quello che sta per accadere, la percepisce come una minaccia, anche se il suo stesso proposito è quello di uccidere il marito, e la tratta con superiorità, sdegno e ira. 

Ecco alcuni dei punti in Eschilo sbaglia, dice la Wolf: una donna non può amare l'uomo che ha distrutto la sua città e la sua famiglia e che l'ha violentata, dopo che anche altri del suo esercito ci hanno provato e dopo che Aiace, come pudicamente omette il dott. Vallonard nel suo dizionario, ci è riuscito, per giunta davanti ad un tempio. 

Elimina, inoltre, nella sua ottica patriarcale, la componente di solidarietà tra le donne, che la Wolf recupera, in quanto uno dei cardini del pensiero femminista a cui l'autrice aderisce in un'ottica critica. 

Cassandra, nel monologo della Wolf, non è ostile a Clitennestra: capisce che la regina di Micene, forte e determinata, non può dividere il trono con un uomo insignificante quale è Agamennone e, anche se la sacerdotessa trova ormai fuori luogo il fatto che ella sia così gonfia d'odio, non può non scambiarsi numerosi sguardi d'intesa con lei. Tra donne si sono capite. 

La veggente ha compreso che ciò che la regina sta per fare è dovuto alla necessità di restaurare la giustizia: Agamennone, sacrificando Ifigenia, ha compiuto un sacrificio umano e ha violato così un comandamento all'epoca recente: NON COMPIERE SACRIFICI UMANI

Ella ucciderà Agamennone per riparare a questa violazione. 

Certo, così facendo violerà il tabù del NON UCCIDERE, provocando, così, un'ulteriore necessità di lavaggio del sangue versato, che avverrà proprio con il suo, per mano del figlio Oreste. 

A rendere pensabile, agli occhi di Cassandra e dei suoi contemporanei, una violazione così esplicita del tabù, è, dunque, una sorta di "doppia morale", che permette di scavalcare il comandamento proprio in nome di questo senso di giustizia personale. Cassandra, allora, non può fare altro che guardare la regina e accettare il gesto che compirà.

C'è qualcosa, però, nel testo eschileo che fa intuire alla Wolf, il timoroso ricordo di un passato distante da queste logiche di oppressione ed esclusione. 

"O vicende dei mortali! Quando sono prospere, anche un'ombra le muterebbe; ma se avverse, un colpo di umida spugna distruggerebbe il dipinto: e questo io compiango molto più che quello" sono le ultime parole della sacerdotessa che va alla morte. 

Rimpiange che probabilmente di lei non resterà alcuna memoria che la renderà immortale, perché la sua, come ogni vicenda umana, può essere cancellata dal minimo colpo di spugna. 

Questo pensiero sarebbe, nell'ottica patriarcale del tragico, logico in un uomo, ma in una donna no. Una donna non può nemmeno pensare all'immortalità, né tanto meno rimpiangere di non poterla raggiungere. 

"Ma che vuole: essere immortale? Lei che è una donna? Di che cosa oscuramente si ricorda il greco, quando crea donne come questa?" si domanda la Wolf. 

Forse ricorda inconsciamente di un passato diverso, dove le donne potevano condurre una vita pari agli uomini o dove si trovavano persino in una posizione di predominanza. 

La Wolf ipotizza che una possibile Cassandra storica può aver vissuto nel momento di passaggio da una società di questo tipo, matriarcale o, chissà, persino di "pari opportunità" per così dire, a una società dei padri. Sembra che Eschilo non possa fare a meno di far trapelare il vissuto del suo personaggio e il timore che a lui stesso, in quanto uomo, cresciuto in una società patriarcale che ha rinchiuso e le donne e soppresso le loro possibilità, prova nei confronti di questo passato non così remoto.

Anche senza aver letto le "Premesse a Cassandra" e aver, così, capito che la Wolf ha avuto il primo approccio folgorante a Cassandra e ha condotto la prima critica alla tradizione che c'è l'ha tramandata a partire dall' "Agamennone" di Eschilo, e avendo solo una conoscenza dei tragici greci, appare chiaro che la Cassandra wolfiana non ha quasi nulla a che fare con quella delle "Troiane" di Euripide. 

La Cassandra di Euripide si mostra in scena poco prima di essere trascinata via dalla sua città come bottino per Agamennone e viene ancora una volta definita pazza. In questo caso, però, tale giudizio su di lei è formulato perché sta gioendo del suo prossimo "matrimonio" con Agamennone e lodando Imene, dio delle unioni d'amore. Dopo qualche battuta di Ecuba, però, dimostra di aver finto questo sentimento con un'amara ironia, rendendo così ancora più aspra l'espressione del suo odio verso il violentatore. 

È una Cassandra vendicativa, che brama lo spargimento di sangue che sta per avvenire a Micene, agognato come momento di giustizia personale. L'odio, quale sentimento principale, e il sarcasmo non sono comuni, come dicevamo, all'interpretazione wolfiana ma è interessante notare la connessione che la Cassandra di Euripide crea con Clitennestra, anche se su alla base di un desiderio di vendetta e di lavare il sangue con il sangue.


La rielaborazione del concetto di tragico, con riferimenti a Nietzsche e Girard


Intuitivamente, anche ad una prima lettura del monologo della Wolf, si percepisce una forte carica che possiamo definire "tragica", anche senza aver compreso appieno cosa si intende con questo termine. 

In effetti la Wolf compie un'operazione di rielaborazione del tragico, non solo nel senso più superficiale di una riproposizione in chiave contemporanea del mito,secondo la versione tramandata dalla tragedia greca, ma anche nell'accezione più concettuale e filosofica del termine. 

Le definizioni che si sono prodotte di "tragico", nel corso della storia della filosofia, letteratura e filologia, sono molteplici, ma hanno tutte in comune l'idea di lacerazione e scissione dolorose e soffocanti che spesso sono presentati come intrinsechi all'esperienza di vita umana. 

"La Nascita della Tragedia dallo spirito della musica ovvero Grecità e pessimismo" di Friedrich Nietzsche è uno dei testi della filosofia contemporanea che hanno avuto un'influenza maggiore sugli scrittori e pensatori successivi, in particolare per il concetto di tragico che se ne può trarre. 

La tragedia greca nella sua versione scritta e spettacolarizzata a teatro, secondo il filosofo, non aveva una funzione di rilassamento e distensione, come può essere stato poi per molte forme di spettacolo successive o presenti nella nostra contemporaneità, bensì svela agli spettatori le dinamiche più profonde dell'esistenza. È la massima espressione dell'esistenza umana, in quanto nasce dal cozzare armonico dei due principi che costituiscono la trama e l'ordito dell'essere, l'apollineo e il dionisiaco, che parlano l'uno nella lingua dell'altro. 

La forma più feconda e significativa della tragedia, però, sarebbe quella di cui non abbiamo testimonianza scritta, la tragedia delle origini, "il canto del capro",con tutto il suo portato rituale e al contempo caotico, in cui l'unico a parlare è Dioniso. 

È in questa dimensione che si può esprimere completamente il Principio unico ma diviso, caotico, contraddittorio e sofferente da cui scaturisce la vita, senza alcuna mediazione che illusoriamente cerchi di dare una forma a ciò che spontaneamente una forma non può avere, in quanto incausato e doloroso impulso alla vita. 

Tragico, allora, è lo scoprire che l'esistenza è caos, dolore, sofferenza, impulso all'esistenza senza una causa finale e che la forma e l'armonia che si cerca di dare alla vita sono solo un'illusione onirica che, anche se nata da un'impulso altrettanto necessario, è pur sempre sogno e occultamento fulgido di una realtà di oscurità ed ebbrezza. Tragica è la lacerazione tra questa illusione e la verità, tragica è la consapevolezza di necessitare della tensione alla costruzione di un sogno per sopravvivere. 

Tragico è l'essere consci di venire dal niente per una ragione che non c'è e di tornare al niente da cui si è venuti, solo per vivere un'esistenza transeunte e dalla leggerezza insostenibile. 

La civiltà greca è riuscita, secondo la prima fase del pensiero nietzschiano, a comprendere il dolore e il caos intrinseco all'esistenza umana e ad esprimerlo prima in forma non mediata, nella fase precedente la scrittura dei tragici, e poi in forma mediata dalla lingua scritta, palesando così anche la necessità di dare ordine, che convive con l'impulso incausato e immediato alla vita. Il mito, inoltre, è il tragico, in quanto è l'espressione di archetipi di dolore, sofferenza, lacerazione e contraddizione nella forma mediata del racconto, che da orale si fa scritto, producendo così un'ulteriore oppositore insolubile. 

Forse è proprio questa natura del mito a renderlo il soggetto privilegiato e persino esclusivo della tragedia greca.

Nietzsche non è l'unico autore della contemporaneità ad aver proposto una riflessione sul tragico a partire dalla tragedia greca. 

È il a caso di soffermarci sul lavoro di René Girard, antropologo, filosofo e critico letterario francese che si è occupato dei concetti di desiderio mimetico e del meccanismo di capro espiatorio. Quest'ultimo è approfondito in un'opera pubblicata negli stessi anni delle "Premesse a Cassandra", il 1982, e che, per l'appunto, si intitola "Il capro espiatorio". Secondo Girard, ogni collettività umana si fonda su un atto di violenza, che generalmente è perpetrata sotto forma di sacrificio di qualcuno che è sentito come minaccia per la comunità e per il suo equilibrio. 

Questo, però, produce un senso di ansietà diffuso e generalizzato che, per essere sanato, porta a differire la violenza, a rinviare, cioè, tale senso di colpa su qualcosa o qualcuno che si possa sacrificare con un atto violento, per annichilire il sentimento di inquietudine che si è concentrato sul capro espiatorio scelto, oltre che con lo scopo di eliminare quello specifico individuo, scelto come causa dei mali della comunità. 

Spesso tale atto di violenza viene considerato come voluto dalla divinità e questo rende la sua funzione conciliatrice e persino edificatrice. 

Anche un dio può compiere un atto di violenza e appena lo si scopre si ha cura di giustificare l'atto, fino a farlo scomparire, con le più diverse mistificazioni: il dio è buono, ma talvolta deve diventare cattivo, per riportare i suoi fedeli sulla retta via con un atto di forza, oppure per punirli delle loro mancanze e dei loro peccati; il dio è burlone e ha giocato con la sua forza; il dio non sapeva che ciò che ha fatto è male; il dio ha usato violenza per scacciare i demoni; il dio è stato spinto da altri alla violenza eccetera, sino ad arrivare, anche qui, al differire il suo atto di violenza su altri, sul capro espiatorio, che saranno esseri o divinità demoniache.

Il tragico è conseguenza di questo meccanismo, che avviene su un piano sia antropologico che teologico: in entrambi i casi si crea una lacerazione e una bipolarizzazione che non può che essere dolorosamente insanabile. 

Si deve convivere con la costante ansietà della violenza originaria, che necessita di essere differita e, anche dopo il sacrificio del capro espiatorio, con il permanere del senso di colpa per il sacrificio compiuto. Si deve, inoltre, relazionarsi fideisticamente con una dimensione del sacro fortemente polarizzata e la cui ambivalenza sembra in-componibile. 

Vediamo che il tragico è ancora una volta la contraddizione e la scissione insanabile, in questo caso prodotta da un atto la cui responsabilità è umana, ma che sembra essere inevitabile e che, dunque, fa sempre riflettere sulla natura intrinsecamente tragica dell'esistenza.

Questa premessa era necessaria per poter comprendere la rielaborazione wolfiana. 

Tragica è, nietzschianamente, la "dissoluzione di quell'impalcatura interiore di valori, senza la quale neanche noi desideriamo vivere e con il crollo della quale anche noi desideriamo morire.  Per tacere di quei casi in cui non possiamo far altro che causare noi stessi il crollo di quell'impalcatura e metterci così in quella condizione che, in quanto non offre alcuna accettabile alternativa, è detta "tragica" ed è tanto propizia alla letteratura" ("Premesse a Cassandra", prima lezione). Cassandra non è un'eroina nel senso monolitico e incorruttibile del termine, ma è testimone di un crollo, o, forse sarebbe meglio dire, di più crolli. 

Davanti a lei rovina la città che l'ha vista nascere, maturare e diventare una giovane donna, la città fertile e viva che l'ha nutrita e protetta, la città di cui era principessa e sacerdotessa stimatissima e crolla la sua posizione e la sua immunità sino ad arrivare alla peggiore degradazione dello stupro ripetuto e della prigionia. 

Durante la guerra vede sgretolarsi un certo modo di reggere e governare la città, basato sul buon senso, sul reale ascolto degli oracoli divini, sul rispetto del culto dei morti e sulla partecipazione attiva sia degli uomini che delle donne. Vede sfaldarsi davanti ai suoi occhi l'uomo che il padre Priamo e la donna che la madre Ecuba erano e l'immagine che ella aveva di essi. 

Vede la fine cruenta della sua famiglia, i cui membri, uno dopo l'altro, vanno incontro alle morti più orrende. 

Non vede e non sente più gli dei, e la sua fede cede sino a scomparire, quasi ad arrendersi all'evidenza di un'autosuggestione condotta fino ad allora. 

Tragica è la scissione, che sente come soffocante nella sua insolubilità, tra la sua capacità di vedere oltre e (pre)-vedere e la cecità altrui, una cecità di comodo e imposta da un apparato poliziesco sempre più opprimente e che alle donne, che non fossero sacerdotesse, era da molto tempo obbligata; tra l'imposizione di una "femminilità" e "mascolinità" che debba rispondere a precisi canoni e la reale differenza sessuale coniugata con le inclinazioni specifiche di ogni individuo; tra il passato di una città fiorente e ormai perduta e il presente di distruzione che potrebbe essere reversibile ma a cui nessuno sembra voler mettere fine: "La contraddizione non si può risolvere, si può solo indicare." riassume efficacemente la Wolf nella terza lezione delle "Premesse a Cassandra"

Tragico è il comprendere che ogni volta che si pensa di aver scoperto il dolore, ecco che può avvenire qualcosa di molto più terribile e che quello che si è provato prima non era ancora definibile come il vero dolore. "(...) questo è il dolore. È il dolore, che pure credevo di conoscere. E ora vedevo: finora mi aveva appena sfiorata" dice Cassandr, ricordando il momento in cui venne imprigionata e si sentì quasi schiacciata per la perdita di tutto ciò che chiamava "padre". 

Tragico è anche il fatto che Cassandra, come ogni soggettività che si individua, debba negare una parte di sé in ogni ambiente in cui si trova, in base alle diverse forze esterne che lo governano, in particolare negare la propria capacità di vedere e di sentire se vuole essere approvata dal consiglio di guerra, cosa che non è disposta a fare, oppure negare il suo modo di esperire l'amore, per adattarsi alla vita sessuale specifica richiesta ad una sacerdotessa e più in generale ad una donna troiana, dettame anche questo che seguirà molto parzialmente.

 Tutto il dolore che Cassandra vive, tutte le contraddizioni di cui fa esperienza nella sua carne, secondo la Wolf, non solo non la relegano in una dimensione "tragica", nel senso di circoscritta ad un certo tipo di produzione e ad una certa visione del mondo in senso pessimistico che ha caratterizzato in primis la grecità, ma la rende portavoce di una condizione universale e particolarmente accentuata negli uomini e nelle donne moderni, così come già Nietzsche scriveva. La Wolf, inoltre, non può fare a meno di sentirsi vicina al suo personaggio: "Mi accorgo che non riesco più a vedere - ma da quando? - Cassandra come un personaggio tragico. Nemmeno lei si sarà vista così. La sua contemporaneità consiste nel modo in cui impara a convivere con il dolore? Sarebbe allora il dolore - una particolare modalità di dolore: il dolore di farsi soggetto - il punto attraverso il quale mi assimilo a lei?" ("Premesse a Cassandra" terza lezione).

C'è un altro aspetto della rielaborazione del mito di Cassandra su cui è interessante soffermarsi e che ci riporta agli studi di Girard: il complesso ruolo di capro espiatorio assunto, suo malgrado, da Elena. 

La guerra di Troia, se guardata da un punto di vista storico, cioè della guerra avvenuta intorno al 1200 a.C., è stata condotta per il controllo sul Bosforo, che era principalmente i mano ai Troiani, e agognato dagli Achei. 

La versione mitologizzata che ci è stata tramandata ha un carattere più complesso e che fa riflettere su alcune probabili cause ulteriori e più profonde del conflitto. Una riflessione che la Wolf conduce nelle "Premesse" e, attraverso la voce di Cassandra, nel monologo.

C'è un forte senso di ansietà che serpeggia sempre più insinuosamente tra le mura di Troia, pensa la Wolf, dovuto, più che ad un atto di violenza, alla decadenza di un sistema di valori, di credenze e tradizioni, che sarebbe stato l'inizio della fine di Troia. 

Elena, nella proposta wolfiana, non sarebbe mai arrivata a Troia, ma sarebbe stata sostituita, come alcune versioni del mito suggeriscono, da un'eidolon, un'immagine di lei, che Cassandra e gli altri Troiani vedono come una sagoma ricoperta da strati di veli. 

Su di lei si addosseranno tutte le cause della guerra e dei mali di Troia, pur di non ammettere che le origini della rovina della città sono puramente endogene e risalenti ad incrinature precedenti, che la stessa giovane Cassandra percepisce tra i corridoi del palazzo.

Tutti sanno che Elena non esiste e che il suo finto rapimento aveva il solo scopo di creare il casus belli, ma ammetterlo significherebbe sia, quasi certamente, perdere una guerra di un'importanza politico-economica, che Cassandra non menziona mai ma che si intuisce fra le righe, sia, soprattutto, ammettere che la responsabilità della fine non è di Elena che, consenziente e noncurante delle conseguenze, si sarebbe fatta rapire, ma della stessa Troia che ormai non era più se stessa da tempo. 

Il meccanismo di capro espiatorio, dunque, è qui ancora più complesso di quello che presenta Girard: si tratta di un capro espiatorio completamente costruito, inventato, della cui inesistenza sono tutti consapevoli ma a cui tutti hanno bisogno di credere, non solo per accollare su di esso le cause del conflitto, ma anche perché in questa menzogna si condensa tutto ciò che i Troiani non hanno più e non sono più. Elena, per questo, va anche difesa oltre che denigrata. 

"Finché capii: in Elena, che avevamo inventato, noi difendevamo ciò che non avevamo più. Che però, quanto più si dileguava, tanto più dovevamo dichiarare consistente." ammette Cassandra mentre Troia si trasforma in una città di spettri. 

Una città popolata da menzogne, illusioni e autosuggestioni e i cui abitanti sono quasi solo il ricordo di se stessi.

Tematiche di Cassandra: tra il mito e la contemporaneità

La veggenza, il ruolo dell'intellettuale, la censura e l'autocensura

Cassandra non è un'eroina, ribadisce la Wolf, è una testimone. Il suo monologo è la testimonianza che la veggente vuole lasciare a chiunque voglia ascoltare la sua voce stanca. È testimone e narratrice di ciò che l'epos dei vincitori non canterà e sa che questo non le darà la gloria perché è consapevole che la posterità vorrà ascoltare l'epopea di chi si è preso tutto. 

Tuttavia testimonia. Sente la necessità di farlo. È testimone della violenza vista, prevista e vissuta, testimone delle donne progressivamente estromesse dalle decisioni, testimone dei tentativi di separazione e di resistenza, testimone dell'eroismo anche meno chiassoso. 

La Wolf, in quanto intellettuale e con gli altri intellettuali, vuole fare lo stesso: raccontare ciò che vede sia con l'occhio fisico che con l'occhio interiore, che le permette di vedere oltre ciò che i suoi concittadini percepiscono. Il linguaggio, lo strumento di espressione del racconto e della testimonianza, è una così forte espressione dell'io e di ciò che esperisce e vive, che la Wolf, come Orwell una quarantina d'anni prima, si domanda: "Con quale rapidità l'assenza della lingua diventa assenza dell'io?" ("Premesse a Cassandra", prima lezione). 

È per questo che è così importante che l'intellettuale possa parlare e scrivere autonomamente dalle istituzioni e dalle tendenze della società: per poter fornire un racconto autentico e per comunicare ciò che vede e prevede. 

"Parlare con la mia voce: il massimo." dice anche Cassandra, che non desidera altro che poter raccontare tutto quello che percepisce ed esperisce senza le costrizioni imposte dal consiglio di guerra e dall'apparato di guardie guidate da Eumelo. 

"Eumelo ...chi?" Si chiedono spesso i concittadini di Cassandra, così come la veggente stessa. Eumelo non era nessuno, era una guardia anche abbastanza insignificante e di ben poco interesse che, però, mentre le voci di una guerra imminente, senza che la parola "guerra" venga mai pronunciata, si fanno sempre più insistenti, acquisita una certa posizione in modi non molto chiari fino a diventare la guardia e il consigliere personale di re Priamo. È Eumelo a introdurre un controllo serrato e opprimente sulla città, persino sui membri della casa reale, facendola presidiare da quelli che ormai sono i suoi uomini e ad essere il fomentatore dei consigli di guerra, trovando in questo contesto di crisi e di violenza un modo per sfogare la propria frustrazione. 

Il rimando a Hitler, sotto il cui totalitarismo la Wolf ha vissuto fino alla fine dell'adolescenza, è anche fin troppo chiaro ma, oltre a ciò, tale personaggio permette alla Wolf di introdurre nel monologo anche il tema della censura e dell'autocensura, operata per adeguarsi alle imposizioni. 

A Troia ormai, gli oracoli veritieri, che predicono le sventure imminenti, sono inascoltati e gli unici che hanno cittadinanza sono quelli di Pantoo il greco e di Eleno che hanno deciso di produrre ad hoc oracoli di comodo che dicano ai Troiani esattamente ciò che vogliono sentire: la sicura vittoria e il trionfo seguente, pur sapendo che si sta preparando l'esatto opposto. Ecco che anche qui la Wolf ribalta il mito: Cassandra non era stata punita da Apollo con la maledizione dell'incredulità altrui, ma semplicemente i suoi concittadini, pur sapendola in ragione come sempre, decidono che vogliono essere sordi a qualunque affermazione che non preveda la vittoria incontestata. 

La voce di Cassandra è censurata e lei stessa giungerà in certi momenti ad una rassegnata autocensura, come forse può essere interpretata la scelta di Pantoo ed Eleno, quando si renderà conto che non c'è alcuna possibilità che i troiani vogliano capire.

Quante volte allora si chiederà: "Perché volli il dono della veggenza?". Per comprendere la profondità e le diverse implicazioni che questa domanda ha per Cassandra, è necessario fare un passo indietro e rispondere ad alcuni quesiti, prima lasciati aperti, relativamente al dono della veggenza, secondo la rilettura che ne fa la Wolf. Cassandra e il suo gemello Eleno avrebbero entrambi ottenuto tale dono nella primissima infanzia, dopo che dei serpenti, simboli della Dea Madre Cibele, avrebbero leccato le loro orecchie. 

Cassandra, però, non realizzerà di avere questo dono fino a che, verso la pubertà, non sognerà che Apollo, in una delle sue sembianze più antiche, quella del lupo, vuole giacere con lei e che, dopo il suo rifiuto, le sputa in bocca, conferendole così il dono e, evidentemente, anche la maledizione, della veggenza, che l'avrebbe portata a sapere prima degli altri quali sciagure i troiani stavano attirando su di sé, anche quando questi non avrebbero voluto darle ascolto. Un sogno che sarebbe, secondo Cassandra stessa, provocato da un'autosuggestione, dettata dalla forte volontà di essere veggente. 

Vuole poter accedere ad uno status di privilegio che le permetta di non doversi sottomettere ad un uomo, con un matrimonio che, nella sua epoca, era un giogo e vuole poter parlare con la sua voce ed essere ascoltata, libertà che alle altre donne non è più permessa da tempo. 

Allora Cassandra ha o non ha il dono della veggenza? Ce l'ha nella misura in cui un individuo può potenziare capacità che sono proprie di ogni essere umano. Ha voluto così fortemente questo dono che non si è resa conto di aver semplicemente sviluppato nella loto totalità le facoltà che chiunque attorno a lei possiede. 

Forse l'atto dei serpenti che leccano le orecchie ai due gemelli rappresenta proprio questo: una atto con cui queste potenzialità sono attivate in modo speciale. 

La Wolf lascia comunque aperte le possibilità di interpretazione che vadano sulla linea di un ritorno ad una divinità femminile, che avrebbe realmente conferito loro il dono della veggenza, ma Cassandra non ci crede: nonostante per anni si sia vista come superiore agli altri per la sua raffinata preveggenza, nel suo maturare comprende che non ha fatto nulla che chiunque altro non possa fare. 

La Wolf, analogamente, considera la sua capacità di testimoniare, attraverso la scrittura, come nient'altro che l'espressione, certamente affinata con l'esperienza, del desiderio più che umano di raccontare: "Raccontare è umano e dà luogo all'umano, alla memoria, alla partecipazione, alla comprensione -anche quando il racconto è in parte un lamento sulla distruzione della casa paterna, sulla perdita della memoria, sull'esaurimento della partecipazione, sulla mancanza di comprensione" ("Premesse a Cassandra", prima lezione). 

Il lavoro dell'intellettuale, se da un lato lo pone in una categoria privilegiata rispetto al resto della società, dall'altro non ha nulla di sovrumano o di speciale rispetto ad altre attività: si tratta del frutto della soddisfazione completa di un bisogno profondamente umano.

Per tornare alla domanda così frequente nel flusso di coscienza di Cassandra, con la quale si chiede perché ha desiderato di essere veggente, allora, possiamo dire che questa frase palesa tutta la non divinità di un talento completamente umano e che, soprattutto, mostra quanto "dono" ormai risulti essere un onere sempre più ingrato, doloroso e di scarsa utilità. 

La Wolf, parallelamente, invidia la fiducia nella lavoro letterario e filosofico che molti scrittori, moralisti e filosofi hanno o sembrano avere: la fiducia nel senso e nell'incisività delle loro opere. Li invidia perché il suo bisogno naturale di raccontare e di testimoniare si scontra quotidianamente con istituzioni e concittadini che "non vogliono imparare".

Gli intellettuali contemporanei si logorano, scrive la Wolf, cercando di trovare un senso al loro lavoro, a chiedersi, come Cassandra, perché vollero a tutti costi il "dono della veggenza". 

Un compito ingrato quello di raccontare a chi non vuole ascoltare e, ancor più, in un contesto opprimente come quello della Berlino divisa e nel perpetuo terrore della guerra atomica, in cui vive la Wolf, e che così facilmente riesce a trasportare alla Troia assediata. Un contesto di silenzio, dove parlare sembra inadeguato e soprattutto insensato. 

Che peso può avere la riflessione e la proposta di un singolo rispetto a delle istituzioni che hanno imposto di tacere proprio negli ambiti di cui si vuole e si deve parlare? 

L'autocensura sembra la risposta più automatica, ma il bisogno di raccontare è più forte e allora Cassandra testimonia fino alla morte e dice NO ripetutamente al consiglio che le chiede di aderire ai suoi progetti, finendo per questo imprigionata, lei, la figlia del re e la veggente di corte; 

e allora la Wolf testimonia, testimonia ciò che è la vita nella DDR, critica il partito, pur nell'adesione alla teoria di fondo, rivendica il suo diritto alla riflessione e alla comunicazione di ciò che vede. 

La domanda, però, le martella perennemente in testa: "Perché volli a tutti i costi il dono della veggenza?".

SEGUE PARTE 3...