Confusione da COVID-19: ventidue anni e una pandemia in corso

13.03.2020

Di Jessica Rapisardi


Se mi fosse stata chiesta un'opinione in merito al Coronavirus qualche settimana fa, non avrei saputo come rispondere. Ora, venerdì 13 marzo 2020, so forse essere più esaustiva?

Non si può pretendere di aver ben chiara una situazione che nemmeno le autorità riescono a delineare - o almeno questo è quello che ci sentiamo ripetere ogni giorno - ma vorrei con tutto il cuore poter capire cosa sento in questi momenti difficili per tutti. Non si può certo pensare di elargire opinioni pseudo-scientifiche che conviene tenere per sé, ma sarei più tranquilla, probabilmente, se riuscissi a decidere da che parte mi sento più rappresentata: "è una banale influenza" o "moriremo tutti"?

Nonostante con me stessa sia e sia sempre stata molto poco indulgente, sono un'accanita sostenitrice delle mezze misure, mi piace raggiungere compromessi che possano accontentare tutti, ed anche in questo caso ritengo la verità sia situata nel mezzo.

Ci tengo a precisare che queste mie considerazioni non hanno alcuna base scientifica (o sicuramente nulla che vada oltre gli articoli che ho letto in questo periodo), ma si basano unicamente sulla mia personale opinione.

Perché la verità si trova nel punto mediano? Perché ritengo non si possa certo considerare il Coronavirus una semplice influenza viste le difficoltà che vi sono con i pazienti infetti: molti hanno bisogno di cure ospedaliere e una parte necessita di essere ricoverata in terapia intensiva. Questo avviene in misura minore con le influenze stagionali, ma qual è il motivo? Chiedendolo ad un medico, la risposta è stata la seguente: "Molte persone, ogni inverno, decidono di fare il vaccino anti-influenzale e grazie a questo gran parte della popolazione non si ammala. In tal modo i casi che necessitano di cure specifiche sono limitati, poiché la fascia più a rischio - gli anziani - si sono protetti".

Nonostante siano parole di qualcuno che, sicuramente, ha competenze e conoscenze che la sottoscritta non possiede, non mi hanno convinta sino in fondo. Se davvero ci fossero riuscite non avrei così tanti dubbi che mi attanagliano, ma sarei oramai portavoce di queste parole senza aggiungere alcun commento. 

In alcuni momenti della giornata sono convinta si tratti di una semplice (semplice è certamente parola un po' azzardata in questo contesto) polmonite virale, mentre in altre occasioni mi sembra si stia combattendo contro un mostro senza eguali. 

Ma probabilmente sono le stesse sensazioni provate in qualsiasi pestilenza o pandemia; è naturale farsi prendere dallo sconforto e rischiare di perdere completamente il lume della ragione.

Proprio perché spero di non averlo completamente perso credo non sia corretto sostenere che "moriremo tutti": sicuramente, alla fine di questa storia, risulterà che gran parte dell'umanità sarà passata tra i terribili e temibili artigli del Coronavirus. Qualche fortunato non se ne sarà nemmeno accorto, qualcun altro riporterà dei graffi ed alcuni ferite profonde. Purtroppo ci sarà chi perirà a causa di queste ferite. Una parte, però. Una parte che numericamente farà paura, ma non desterà sentimenti di estremo dolore, o almeno non accadrà finché nessuno dei nostri cari non andrà ad accrescere quella percentuale. Quindi no, non moriremo tutti, ma bisogna creare le condizioni favorevoli affinché meno persone possibile debbano piangere un proprio parente, amico, compagno.

Sono preoccupata ora? Sì, direi di sì. Sono preoccupata per il virus e la sua diffusione, ma sono altrettanto preoccupata per le conseguenze che vi saranno quando il tutto subirà una battuta d'arresto. 

In che condizioni ritroveremo l'Italia ed il mondo intero? Purtroppo non lo so e credo nessuno lo sappia, nonostante vi siano esperti che ipotizzino un ritorno alla situazione del secondo dopoguerra. 

La speranza, ovviamente, è che questi scenari così tragici non si realizzino. Non sono pronta e nessuno lo è, soprattutto le nuove generazioni. E con nuove generazioni non parlo solo di una fascia d'età che comprenda infanzia e giovinezza, ma estenderei questa "etichetta" fino, all'incirca, ai quarant'anni. Il fatto che i giovani siano più ignoranti, più nullafacenti, più sprovveduti è un cliché che il mondo conosce da sempre. 

Per questo non punto il dito solo contro i più giovani, ma anche verso i meno giovani che si trovano ad essere genitori con comportamenti da ragazzini, che sperano di poter per sempre sembrare ed essere dei ventenni. 

Sono una sostenitrice del fatto che l'educazione parta dalle famiglie e che la scuola possa solo aiutare in questo, ma che non possa rimediare agli sbagli che ogni giorno vengono commessi all'interno delle mura di casa. Se ci troviamo, dunque, con una massa di ragazzi menefreghisti (si vedano i video di questi giorni, nei quali molti dichiarano di non voler rinunciare alle uscite serali con gli amici e quant'altro) è solamente colpa nostra, colpa di quella generazione che non è cresciuta abbastanza prima di crescere dei figli. 

Perché ho posto il mio limite ai quarant'anni circa? Perché ritengo che al di sopra di quelli si possa identificare una generazione differente, coloro che - nati prima degli anni '80 - hanno visto un mondo ben diverso da quello che oggi conosciamo. Sono coloro che hanno avuto genitori che ancora ricordavano (o ricordano, nel migliore dei casi) la guerra e soprattutto il dopoguerra, quando guadagnarsi da vivere non era poi così semplice ed avere anche solo un pezzo di terra poteva favorire l'economia familiare.

Non è mia intenzione condannare nessuno, soprattutto in questo momento così tragico, ma sono considerazioni che spontaneamente vengono a galla. 

E così ho perso il filo del mio discorso: recuperandolo posso dire che gli unici che davvero potrebbero esser pronti ad un "ritorno al passato" sono i nostri anziani, proprio i soggetti più a rischio.

Mi spaventa non sapere come si potranno recuperare mesi di perdite economiche dovute ad un blocco del turismo, ad un blocco degli spostamenti e della produttività. E mi preoccupo anche per gli studenti, che sicuramente non si trovano in una bella posizione. Forse l'universitario è colui che maggiormente sente il peso di questa brusca interruzione, abituato alla continua corsa verso la laurea. Ritengo anche, però, che i più svantaggiati siano tutti gli altri, coloro che non avranno mai davvero la possibilità di recuperare i mesi di programma che stanno saltando. Fossi nell'anno della maturità, e prossima agli esami, sarei preoccupata per il futuro più e meno prossimo della mia carriera scolastica, perché è inevitabile che in tanta crisi ci si concentri molto sulle proprie di crisi.

Sono la prima e lo ammetto, credo che un pizzico di egoismo ci sia sempre e sia davvero difficile estirparlo sino alla radice. 

Tra le varie preoccupazioni che ho si aggiunge quella di non sapere assolutamente quando e come riuscirò a laurearmi, si aggiunge lo sconforto poiché dopo tanti sacrifici per raggiungere con un po' di anticipo l'iscrizione ad un corso magistrale mi ritrovo a "perdere" tutto questo tempo.

Devo ringraziare, però, la lungimiranza che mi ha sempre fatto dire "se puoi fai un po' di più, così, se dovesse succedere qualcosa, non sarai indietro sulla tabella di marcia". Anzi, non proprio sempre, solo in ambito universitario, nella vita sono una procrastinatrice cronica. 

Ed è proprio per questa mia caratteristica che queste giornate di paura ed ansia le sfrutto a mio favore, mi dedico a quelle piccole cosine che ho sempre lasciato indietro: una passione per il giardino che non ho mai avuto modo di approfondire, l'amore per la scrittura che avevo messo da parte, il tempo per uno studio più consapevole. 

Questo non combatterà il virus, ma farà sentire la sua presenza come meno ingombrante, consentendomi di non desiderare continuamente di scappare dove nessuno possa trovarmi, un luogo dove notizia alcuna possa raggiungermi.

È proprio vero che ci si rende conto dell'importanza di alcune cose solo quando queste vengono meno, ed in questo caso io sento la mancanza della libertà. La libertà di raggiungere Venezia - luogo nel quale studio - la libertà di vedere i nonni - che abitano a duecento metri da me, ma che in condizioni normali vedo meno spesso di quanto si possa pensare - la libertà di uscire per comprare un libro o quella di vedere il proprio ragazzo. 

Sono situazioni quotidiane alle quali oramai siamo abituati, arrivando a non percepirne più il valore.

Mi ritengo, però, fortunata ad abitare ancora in un paese piccolo, immersa nella natura che mi consente di respirare aria fresca anche quando mi pare di crollare. Mi ritengo fortunata - essendo figlia unica e vivendo in una casa piuttosto isolata - ad essere abituata alla solitudine, soprattutto a quella dei lunghi periodi estivi, avendo così la capacità di superare questo momento con una parvenza di normalità.

Mi ritengo fortunata perché ancora una volta una mia teoria mi pare non esser troppo distante dal vero: crescere in un luogo dove non tutto è alla portata di mano fa in modo che ci sia un piccolo strato cuscinetto che permette di resistere meglio alle situazioni scomode che la vita può presentare.

Dunque, cosa penso del Coronavirus? Sicuramente che la situazione non è stata gestita in modo corretto sino in fondo, e che nemmeno ora questo avvenga (si noti come alcune attività siano chiuse ed altre aperte, come se l'operaio fosse immune a tutto), ma credo anche nessuno fosse e sia davvero preparato ad affrontare una cosa del genere e che, al momento, si possa fare affidamento unicamente su tutto il personale sanitario e sul buon senso delle persone. 

E qui, forse è meglio, mi taccio.