Dedicato a te

Di Jessica Rapisardi


Mi manchi, tanto.

Ci siamo viste il 21 febbraio, per l'ultima volta.

Quel giorno, se ti ricordi, ho deciso di scappare alla Giudecca, di lasciare il carnevale a qualcun altro. Non sapevo decidermi, era giovedì grasso e Piazza San Marco sarebbe sicuramente stata stipata di maschere ed ammiratori. Eppure io ho scelto la tranquillità della piccola isola, prendendo di corsa il vaporetto, in quella giornata fredda, ma splendida.

Non era la mia prima attraversata del Canal Grande, ma il pizzicore agli angoli della bocca riesce sempre a trasformare il viso spento, di una giornata qualunque, in un sorriso di serenità. L'aria sferza la pelle, l'acqua luccica creando riflessi sempre nuovi ed insoliti, il sole riscalda l'animo.

È dal primo anno di università che guardo il piccolo parco all'estremità della Giudecca, lo guardo dalla zona di San Basilio e sogno di andare lì a studiare. Leggere con Venezia davanti, poterla ammirare da lontano, sapere che lì la vita continua; mentre tu sei qui, a mangiare la pasta del giorno precedente, fredda, ma così dolce se accompagnata dal cinguettio degli uccellini.

Non voglio soffermarmi troppo, però. Voglio andare un po' in esplorazione. Ormai mi conosci bene, mi muovo senza meta alcuna, ho questa smania di camminare senza sosta, per poi fermarmi all'improvviso perché qualcosa ha attirato la mia attenzione. Alla Giudecca non mi smentisco, scorgo in lontananza il mare aperto, quello che da Venezia non riesci a vedere. Non voglio farmi sfuggire l'occasione, sono pure un po' malinconica e non c'è nulla che possa risollevarmi il morale più dell'acqua.

Cammino. Giro a destra, giro a sinistra, ma non riesco a trovare un punto che mi consenta di ammirare le onde, solcate - qui - da imbarcazioni molto più piccole.

Finalmente lo raggiungo, mi siedo e una cagnolina viene a cercare le mie carezze. Sorrido a lei e alla padrona, che ricambia il mio gesto. Mi accorgo che le ho incontrate poco prima. Perché qui non sono in molti a popolare le viette, o almeno non lo sono in un giorno feriale, all'ora di pranzo. Perché qui mi pare più facile rivolgere un saluto, una parola, chiedere un consiglio.

Mi incanto per molto tempo a guardare lo scintillio dell'acqua.

Forse non lo sto guardando davvero, cerco di scavare tra quelle onde mentre provo a scavare in me stessa. Solitamente è la solitudine dei miei vagabondaggi per le calli a farmi questo effetto. Un piccolo pensiero si instaura nella mia mente, e segue un intricato percorso, che rispecchia quello che disegnano i miei piedi. Lo sai, te lo dico spesso che non c'è nulla di meglio che perdersi per luoghi poco trafficati, dove il turista mediamente non arriva.

Mi ricordo la prima volta che sono andata in esplorazione, come mi piace definire le mie passeggiate. Avevo deciso di procedere lungo il perimetro della città che guarda verso la terraferma, nella zona di Cannaregio. Anche in quel caso ero stata attratta dal "mare aperto". Continuo a seguire il mio intuito, che mediamente mi porta in luoghi che non riesco a riconoscere, e quando chiedo aiuto al mio orientamento ricevo sempre qualche risposta sgarbata. Comunque, decido di andare avanti sino alle mura che scorgo in lontananza, e falcata dopo falcata mi ritrovo all'Arsenale.

In piena Biennale, in una mostra aperta a chiunque, mi intrufolo. Mi ritrovo magicamente all'interno dell'Arsenale stesso, in quel bacino che attira la mia attenzione. Resto lì per un po', soddisfatta della mia scoperta giornaliera, fino a quando mi accorgo che il treno rischia di partire senza di me. Non so se te lo ricordi, ma quella volta ho corso proprio tanto, in quel caldo giorno di settembre che non voleva lasciare andare il sapore dell'estate.

E ora invece sono qui, a guardare le mie amate montagne. Tanto maestose, quanto silenziose. Stanno lì, immutabili a chi le osserva da lontano, ma chi calpesta le loro terre ogni giorno si accorge di quanto cambino. Quei ghiacciai sempre più piccoli, quei boschi che se ne vanno ogni anno con qualche incendio, quei paesini che vengono abbandonati senza che io lo sappia. Perché sono una semplice spettatrice, dalla mia casetta nella vallata mi sento distante da loro e distante dal mare. Soprattutto ora, in questa situazione così estenuante, mi sento lontana da tutto e vicina a nulla. Non posso tediare nessuno con il mio desiderio di fare qualche percorso in montagna, che poi mi riempie di dolori, perché l'allenamento non lo ho. Non posso tediare nessuno con le parole "quando andiamo al Lido?" che mi affiorano automaticamente sulle labbra quando l'afa veneziana comincia a farsi sentire.

Quante volte ti ho detto "per fortuna quest'anno ho quasi tutto il lunedì libero, mi sa che ti abbandonerò molte volte, per scappare al mare". Non lo potrò fare invece.

Non so nemmeno quando tornerò a prendere i libri che ho lasciato nel mio appartamento quel 21 febbraio. Un giorno nel quale tutto avrei potuto immaginare, tranne di non tornare a sforzare la serratura difettosa del mio palazzo, non a breve insomma.

Mi manca farmi svegliare la mattina dalla mia amica e compagna di stanza, che sente la sveglia al posto mio. Mi manca dover decidere se andare in biblioteca a studiare, o fare un salto sino a Punta della Dogana, oppure a Rialto, chi lo sa. Mi manca sapere che sceglierei sempre la seconda opzione, rimandando per l'ennesima volta quel capitolo che devo cominciare.

Voglio tornare ad essere in ritardo per le lezioni, ad uscire di casa con quella giacca che dovrò togliere a metà strada. Voglio lamentarmi delle ore di lezione troppo distanziate, per poi capire che, in realtà, sono felice sia così. Perché in quel tempo mi posso sedere in una panchina a Zattere, oppure posso andare a mangiare una piadina in Campo Santa Margherita con un'amica.

Voglio poter rivedere i miei coinquilini, con i quali faccio sempre delle grosse risate, con i quali me la prendo per la finestra lasciata aperta in pieno inverno, ma che perdono subito dopo. Voglio cucinare per loro, e vedere il terrore sui loro volti, perché puoi chiedere alla mia coinquilina come fosse il primo risotto che le ho fatto.

Sogno di mettermi le scarpe da ginnastica e attraversare ponti su ponti, fino a quando mi accorgo che è la terza volta che passo di lì. Quanto ti ho raccontato di quel giorno - dopo l'esame di letteratura, uno dei primi esami della mia vita - in cui ho deciso di aspettare il treno camminando sulla riva opposta rispetto a quella della stazione. Dopo aver capito dove fosse il Fontego dei Turchi, dopo aver mangiato il gelato in un posto che ritroverò solo ad un anno di distanza, dopo aver attraversato San polo, leggo l'insegna "Osteria al Ponte Storto". E lì c'è proprio un ponte storto! Storto perché, come da poco ho scoperto, si trova in un luogo dove si necessitava di un passaggio, ma le calli erano oramai create da tempo, e questo era l'unico modo per inserire la nuova costruzione. O almeno credo sia questa la sua storia, perché non l'ho mai più ritrovato, nonostante abbia provato molte volte. Quel giorno, invece, lessi la stessa insegna un'altra volta, comprendendo di esser tornata allo stesso punto. E poi vidi nuovamente la vetrina di un negozio che mi pareva aver già guardato, e, insomma, per la terza volta passai in prossimità del ponte storto. Perché non l'ho cercato con Google Maps dici? Perché non mi voglio infliggere la terribile pena di dover capire come orientare la mappa, perché il bello è proprio poter pensare "ma ora dove sono?". Ogni tanto cedo anch'io alla tentazione, in fretta e furia cerco la mia posizione, per capire almeno se arriverò a casa per cena. Poi stacco tutto, metto in tasca il cellulare, perché mi sento un po' in colpa nel fare questa operazione. Dovrei oramai conoscere i nomi delle calli, dovrei poter indicare la via agli ignari turisti, dovrei saper con convinzione se scegliere di girare a destra o a sinistra. Ma non lo so.

E pensando a questo mi vien da piangere, perché in tre anni ancora non conosco abbastanza la città della quale mi sono innamorata molto tempo fa. Ora ti svelo anche un segreto. Come le grandi amicizie o i grandi amori tutto era cominciato con un'impressione negativa. Quella gita delle medie, con la pioggia e l'acqua alta, la città che mi era stata descritta come unica e magnifica quel giorno era una forte delusione. Un secondo viaggio, un sole splendente, e il cuore aveva lasciato lì un pezzettino, con la promessa di tornare a prenderlo. Quella stessa città che era stata protagonista di uno dei miei primi progetti di scrittura - mai continuato, come tanti progetti che non ho la forza di portare avanti - quel luogo che sarebbe stato lo scenario perfetto, se solo ne avessi conosciuto i segreti più profondi. In questi anni quei segreti avrei potuto scoprirli, avrei potuto scavare nel fondo e portare tutto sulla carta. Ma è così facile rimpiangere, piangersi addosso, crogiolarsi nella nostalgia. Io voglio promettermi che quando tornerò non camminerò distrattamente, ma osserverò quei dettagli che vorrò portare per sempre nel mio cuore, anche quando tornerò definitivamente a vivere tra le mie montagne.

Perché mi manchi tanto, Venezia.