Frida Kahlo: Mare, Tempesta, Nebulosa, Donna

Di Elena Pavan


Tentare di ricostruire la personalità di Frida Kahlo seguendo una linea di interpretazione univoca risulterebbe limitativo e castrante nei confronti di una donna dalla psiche così complessa. Persino alla pittrice stessa risultava difficile pensarsi come una sola, integra e unitaria Frida, come è evidente nell'opera d'arte "Le due Frida", dove rappresenta la Frida messicana e la Frida nordeuropea che sente di essere. Non si può, dunque, avere la presunzione di farne una lettura completa in ogni sua sfaccettatura oggi, a sessant'anni dalla sua morte, ma nulla vieta di provare a osservare le ben più di due Frida che Frida Kahlo è stata.

Frida, la donna con il suo personale modo di esprimere la propria energia vitale, con i suoi dolori laceranti e le passioni spesso spinte fino alla morbosità; Frida, la pittrice non incasellabile in un movimento ma nemmeno analizzabile a prescindere dalle influenze artistiche che l'hanno circondata; Frida, l'attivista politica con il suo amore viscerale per la sua terra messicana e Frida la leggenda, il mito e l'icona POP, che ha saputo mettere in scena i suoi dolori e la sua personalità dirompente, ponendo se stessa al centro della propria arte e che influenza più o meno pesantemente l'analisi delle altre Frida.

Frida Kahlo, all'anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderòn nasce a Coyoacàn, delegazione di Città del Messico, il 6 Luglio 1907, anche se si ostinerà sempre a collocare la propria nascita nel 1910, anno dello scoppio della Rivoluzione messicana, ribadendo così di esserne figlia. La madre è Matilde Calderòn y Gonzàlez, benestante messicana, e il padre Giullermo Kahlo, fotografo figlio di immigrati tedeschi. L'amore per la sua terra le viene in buona parte trasmesso dal padre, riconosciuto come il primo fotografo ufficiale del Messico dopo aver consegnato un ricchissimo set fotografico dei paesaggi messicani commissionato dal presidente-generale Porfirio Dìaz, per celebrare i cent'anni dall'indipendenza messicana. La visione di tali foto permette ai figli di conoscere i luoghi più affascinanti del loro Paese e i ritrovamenti di arte precolombiana più interessanti. La salute di Frida, non robusta, subisce un drastico peggioramento quando, a nove anni, contrae la poliomielite che le blocca completamente la crescita di una gamba, che rimarrà sempre più corta dell'altra. Nel 1922 entra alla Escuela Nacional Preparatoria con il desiderio di diventare medico ed è in questo ambiente scolastico che entra nel gruppo dei Cachucas, studenti sostenitori di un socialismo anarchico e po' romantico e che comincia a dipingere alcuni ritratti dei compagni per semplice divertimento. 

Si innamora di Alejandro Gomez Arias, studente di Diritto e giornalista con cui, anche dopo la fine della loro storia, resterà sempre in contatto. 

È proprio con Arias che vive la tragedia che segnerà per sempre la sua vita. Il 17 settembre 1925, all'età di 18 anni, sale su un autobus che, dopo pochi minuti dall'inizio della corsa, si scontra con un tram provocando la morte di buona parte dei passeggeri e alla Kahlo danni fisici di così grave entità da costringerla a subire trentadue operazioni chirurgiche per sopravvivere, a portare il busto fino alla morte, e all'impossibilità di avere figli. È proprio nei lunghi mesi in cui è costretta a letto, e in cui comprende che dovrà sempre convivere con il dolore fisico, che comincia a dipingere più intensamente con il materiale regalatole dalla madre, la quale fa posizionare anche uno specchio nella parte superiore del baldacchino della figlia così che possa specchiarsi e ritrarsi. Appena la sua salute glielo permette, sottopone le sue opere al giudizio di Diego Rivera, uno dei pittori più prolifici e richiesti dell'età postrivoluzionaria conosciuto in casa di un amico comune, il fotografo Edward Weston. Rivera ne rimane profondamente colpito e la prende sotto la propria ala protettiva. Spinta anche dall'influenza dell'artista politicamente impegnato, nel 1928 entra nel PC. I due, tra cui l'intesa era tutt'altro che meramente professionale, si sposano nel 1929, divorzieranno nel 1939, per poi risposarsi l'anno successivo, vivendo tra passione e tradimenti reciproci. Frida rimarrà incinta due volte e per due volte subirà un aborto spontaneo.

Sarà lei stessa insegnante dal 1940 al 1944 presso la scuola d'arte "Esmeralda" da cui nascerà il gruppo di artisti riconosciuti come "i Fridi". Nel 1953 le viene amputata la gamba destra, dopo che era giunta alla cancrena per un'infezione. Trascorrerà il suo ultimo anno di vita in carrozzina, fino al 13 luglio 1954, quando morirà per un'embolia polmonare a soli 47 anni.

Un'esistenza trafitta dai dolori che a continue riprese l'hanno bersagliata nel corpo e nella psiche. È proprio il dolore uno dei temi cardine della sua pittura: il dolore della sua "colonna spezzata", per citare il titolo di una delle opere più conosciute, del suo ventre che rigetta ogni vita che cerca di crescevi, di una passione bruciante per un marito traditore, ma anche per i suoi stessi amanti, del senso di impotenza provato davanti alla presunta incapacità delle sue opere di essere incisive politicamente. La sua arte nasce effettivamente come terapia per tentare di alleviare questo dolore che la blocca nel suo letto a baldacchino nel periodo delle innumerevoli operazioni per salvarle la vita. Sarebbe però riduttivo parlare della sua arte solo in termini di personalissima forma di esorcismo del dolore. C'è, infatti, qualcosa che permette alle opere di Frida Kahlo di risuonare e vibrare nell'animo di chiunque ne faccia esperienza ed è, come lo stesso Diego dichiara, la sua franchezza: Frida, con una profondità quasi crudele pure nella sua dolcezza, ha la capacità di mettere completamente a nudo la realtà fisica delle donne senza alcuna convenzionale edulcorazione. 

"Ciò che ho dipinto è la mia realtà" rispondeva a chi la voleva catalogare come surrealista e collocarla nella dimensione dell'onirico. 

Frida dipinge la propria realtà che riesce paradossalmente a diventare la realtà di chiunque osservi una sua opera perché è la schietta e tangibile realtà del corpo. È il corpo il protagonista delle opere della Kahlo, il corpo con il suo sangue e con i suoi peli, i suoi seni e il suo utero, il corpo nella sua vulnerabilità, nel suo bisogno di calore e affetto e persino nei suoi tentativi di annullamento. Il contenuto delle sue opere, per dirla con aggettivi usati da Diego Rivera, è sempre fluido, vitale, dal tessuto ramificato, diverso e sempre uguale, come la vita, proprio perché la ritrae nelle sue circostanze concrete. Nonostante questo messaggio di dolore che da idiosincratico si fa universale, "Viva la vida!" è il titolo che Frida dà ad una delle sue nature morte, ritraente dei cocomeri imbevuti di colore e sprizzanti vitalità. Paradossalmente è proprio il suo amore viscerale per la vita quello che esprime spesso nelle sue lettere agli amici più cari dopo l'enumerazione dei suoi mali, quando non passa all'estremo opposto di speranza in una morte imminente, ed è forse proprio questo attaccamento a tenerla in vita nonostante tutto.

"Non è rivoluzionaria, perché continuò a illudermi che sia combattiva?" scrive Frida riferendosi alla sua arte, in preda al senso di impotenza. Tuttavia Diego non è mai stato della stessa opinione e sin dalle prime analisi delle opere della Kahlo l'ha sempre definita come profondamente messicana e dunque incisiva sul piano politico, in un contesto post rivoluzionario alla continua ricerca della propria identità nazionale. Frida si ritrae sempre come profondamente radicata alla sua terra, non solo in senso letterale come in "Radici", dove il suolo messicano la nutre e al contempo riceve ciò che lei offre e quasi immola di sé. I suoi autoritratti sono sempre collocati in un paesaggio fortemente caratterizzato come messicano e popolato di scimmiette, pappagallini e cani diffusi in quell'area e si ritrae sempre circondata di oggetti propri della cultura precolombiana locale e dell'arte popolare messicana, per la quale gli artisti avevano un sempre maggiore interesse in un momento di uscita dagli accademismi e di ritorno alla tradizione precedente la conquista. Il posto che questi oggetti hanno non è mai quello di un "Mexican curious", di poco più di un soprammobile esotico, ma dichiarano il suo profondo attaccamento alla terra e all'aria del Messico. Porli nelle sue opere, oltre che valorizzarli collezionandoli e sostenendo l'arte popolare con Diego, equivale a una dichiarazione di valore artistico di opere prodotte dal popolo messicano, opere che Rivera considera essere la vera espressione dell'arte messicana, e dunque ad un'asserzione politica. L'interesse per le forme d'arte indigene e precolombiane, per oggetti dalle forme stilizzate ma precise in ogni particolare e dal marcato plasticismo, si rispecchia nelle opere di Frida in un realismo che Diego, in un articolo del 1943 su Frida e l'arte messicana, definisce "monumentale", e che la rende erede di queste espressioni artistiche locali.

Nonostante ciò, Frida considererà la sua arte inutile al proprio Paese anche dopo il 1950, quando dichiarerà di voler fare un'arte utile e politicamente impegnata e comincerà a produrre opere dal forte contenuto marxista o con cui dichiara la propria adesione al comunismo, scelta politica di quasi tutti gli intellettuali coinvolti nella rinascita culturale e artistica post rivoluzionaria del Messico

Frida, però, non è definita da Diego come "l'immagine della rinascita nazionale" solo per queste ragioni.

Buona parte della sua "messicanità" è data sicuramente dai suoi abiti, senza i quali il nostro immaginario non la sa pensare. Dopo il suo matrimonio con Diego abbandona gli abiti da uomo, che fino a quel momento aveva preferito indossare, a favore degli abiti delle donne della comunità indigena di Tehuantepec: le lunghe e colorate gonne terminanti in leggeri volant (gonne di olòn), il velo e l'ampio scialle (huipil). Comincia inoltre a ornarsi con bigiotteria prodotta localmente o precolombiana e a decorare i lunghi capelli raccolti con fiori colorati. Le motivazioni di questa scelta sono molteplici e vanno ben oltre il solo raccogliere una sfida un po' maliziosa lanciata da Diego, come sostiene Raquel Tibol, storica dell'arte e biografa della Kahlo. La si può interpretare proprio come una forte asserzione politica, come la dichiarazione della comunanza di origine con una comunità indigena che non si è lasciata sottomettere alle dominazioni straniere e la cui economia, basata sul commercio locale, vive e fiorisce, ma soprattutto con una comunità matriarcale le cui donne erano già all'epoca considerate leggendarie per il loro coraggio, la loro forza e bellezza. In un contesto non solo di rinascita culturale basata sul recupero della cultura popolare locale, ma anche in cui le donne premevano con sempre maggior forza per la loro emancipazione e libertà di espressione, la scelta degli abiti da tehuana, ribadita ad ogni autoritratto, ha una valenza molto chiara e significativa di indipendenza e autodeterminazione di una donna in quanto donna.

L'autoritratto è quasi l'unica tipologia di opera che Frida affronta. Il soggetto che preferisce è se stessa perché è il soggetto che conosce meglio, secondo quanto lei stessa ha più volte ribadito. In effetti, la sua, come si è detto, è un'arte del corpo, delle cose concrete nella loro materialità, è un'arte che dichiara in ogni suo colore l'esistenza fisica degli oggetti. Come scrive nel suo Diario: "(...)Un feto è mostruoso ma è così. Esiste la colonna vertebrale./ La rana ha la sua forma e il suo colore (...) " e nelle sue opere non fa nient'altro che ribadire tale interesse indagatore per la materia rappresentandola con precisione e plasticismo in ogni suo particolare facendo di ogni oggetto un monumento. Rappresentare se stessa con così tanta insistenza, dunque, secondo quanto la pittrice dichiara, dipenderebbe semplicemente dal fatto che tra tutti gli oggetti materiali, tra tutti i corpi, il suo è innegabilmente quello che conosce più profondamente in tutte le vicissitudini e determinazioni. C'è, però, molto di più. Vi è in essi, infatti, il continuo tentativo di immergersi sempre più a fondo nel proprio inconscio per comprendere sempre qualcosa di nuovo e di più preciso su di sé in un'incessante ricerca identitaria. Ogni autoritratto, inoltre, è un'occasione di ribadire l'immagine che vuole costantemente dare di sé anche nella quotidianità. Il suo modo di presentarsi pubblicamente, di cui si scriveva sopra, con gli abiti da tehuana, la bigiotteria locale, i capelli lunghi intrecciati e decorati con fiori coloratissimi, non solo nelle riunioni di artisti e intellettuali in Messico ma anche nei suoi viaggi negli Stati Uniti, sono i mezzi tramite cui, volontariamente e in vita, riesce a costruire la sua stessa immagine di "donna messicana" meticcia, forte anche nel suo dolore, orgogliosa delle sue radici, libera da ogni costrizione convenzionale, appassionata e passionale. Peraltro sa molto bene quali sono le voci che circolano sulla sua travagliata vita matrimoniale e sulle sue diverse avventure extraconiugali e bada di non smentirle né di confermarle, mantenendo su di sé un'aura di erotismo e di sessualità fluida. È molto consapevole di contribuire ad alimentare lo stereotipo esotico della "donna messicana" ma allo stesso tempo di costruire la sua personale mitologia, la propria leggenda che incornicia la sua bellezza sofferente ma anche gioiosa e sensuale e che al contempo maschera il suo dolore e la sua fragilità. È lei stessa a decidere cosa e come mostrare di sé, cercando così di raccogliere gli attacchi della vita e di trasformarli a proprio favore. Forse è proprio perché è riuscita a fare di sé un'icona POP, prima ancora che si fosse legittimati a parlare di cultura POP, che nell'ultimo decennio, al momento della sua riscoperta, la sua immagine e la sua arte hanno subito una volgare commercializzazione che l'hanno portata a diventare stampa per orologi e magliette, spesso indossate da chi di Frida Kahlo non sa niente più che qualche pettegolezzo sui tradimenti reciproci con Diego. Una vera e propria "Fridomania" o "Fridolatria", come molti critici hanno chiamato questa febbre che sembra aver colpito non solo molti brand di moda ma anche molti scrittori e ambienti femministi, omosessuali o la stessa minoranza messicana negli Stati Uniti che ne hanno fatta un idolo di emancipazione e libertà anche sessuale. Si è prodotta, così, un'ulteriore costruzione su un'immagine che certamente Frida aveva saputo mettere in scena con grande abilità ma senza forse poter prevedere una tale "vampirizzazione".

Frida è tutto questo? No, è molto di più. È anche tutto quello che noi osservatori a posteriori non potremo mai vedere, che nemmeno i suoi coevi avrebbero potuto comprendere e che forse anche lei non aveva mai saputo valorizzare. 

Frida è, come scrive Diego, "mare, tempesta, nebulosa, donna", ma è anche uomo e pianta, è la disintegrazione come scrive nel suo Diario, è un corpo che viaggia dolorosamente dalla vita alla morte, è l'artista che ha saputo esporre le proprie sofferenze e il proprio essere donna come esperienza personale e particolare e al contempo a renderla universale, esperibile in profondità da chiunque abbia conosciuto il dolore e da qualunque donna conscia della propria fisicità. 

È la pittrice che costruisce sapientemente il suo personaggio e la sua maschera nella sua ricerca di sé, mettendo in scena ciò che lei stessa ha deciso in base a ciò che di se' ha compreso. È la personalità vorticante per la quale si dovrebbe coniare un aggettivo che possa tentare di racchiuderla nella sua totalità. Frida che, allora, è solo Frida.