I trenta di Masiera

Di Ernesto De Martino 


C'è tra i trenta un ingegnere sfollato dal sud in Romagna, a Solarolo, e capitato qui a Masiera non so bene perché. I membri della comunità lo chiamano lo "sfollato", ed evidentemente non lo si potrebbe chiamare altrimenti. Porta panni non suoi, laceri e unti, le scarpe fanno acqua, e se ne sta avvolto in una nera capparella romagnola, dono di un contadino di Masiera. Passa il suo tempo in un angolo dello stanzone, e accanto al focolare nella cucina attigua, sempre immerso nei suoi pensieri che distendono un'ombra grave e dolorosa sul suo volto incavato. Non partecipa alla vita della comunità, non fa lega: la sua nera capparella non si fonde mai con la folla dei trenta, ma è sempre, ad ogni momento, la capparella dello sfollato. Stasera, seduti davanti al focolare io e lo sfollato abbiamo chiacchierato un poco. Mi dice che ha lasciato la moglie e due bambine a Solarolo e che ora è in pensiero per loro. «Ma scusi, ingegnere, perché ha lasciato la sua famiglia a Solarolo?» Esita a rispondermi, poi dice: «Non credo che sarebbe stato prudente per me restare a Solarolo». E mi racconta di essere sfuggito per miracolo a una delle tante incette di ostaggi. Chiedo: «Ora il pericolo è passato per lei?». Esita ancora: «Non so». Dico: «A me sembra che lei potrebbe fare una scappata in bicicletta a Solarolo. Vada e torni: tanto per vedere come stanno». «E se mi prendono? In fondo è questione di giorni. Caduta Masiera anche Solarolo cadrà. Non le pare?». «Il calcolo mi sembra imprudente, ingegnere. Può darsi anche che il Senio segni l'arresto dell'avanzata alleata per tutto l'inverno. In questo caso lei resterebbe tagliato dai suoi per dei mesi». Non mi ha risposto. Secondo un criterio di divisione del lavoro che si è imposto da sé ai membri della comunità, gli uomini a turno vanno a far legna nel frutteto. La mattinata è calma, salvo qualche granata che di tanto in tanto cade sulla rotabile, verso il ponte di Fusignano. Probabilità minima di essere colpiti. Dico allo sfollato: «Questo è il momento buono. Tocca a noi». Mi accorgo che ha paura, una paura maligna che gli fa mendicare delle scuse. Per non mortificarlo, non insisto. I trenta hanno cominciato a giudicare lo sfollato. Stamattina l'assessore comunale mi ha detto: «È un pauroso. Si tiene indietro dovunque c'è pericolo. Si tira indietro per andare a prendere l'acqua nel pozzo, si tira indietro per andare a far legna. Ha osservato che viso fa quando fischiano le granate?». Effettivamente l'assessore comunale ha il diritto di parlare così perché è un uomo molto coraggioso. Quasi ogni mattina va fin sotto il ponte di Fusignano, dove è la sua casa in rovina, e rovista tra le macerie per salvare qualche cosa. Poi torna alla villa, attraversando i campi battuti dalle artiglierie con passo lento e sicuro, come se facesse una passeggiata. Mentre attraverso l'androne della villa, mi sento toccare da qualcuno. È lo sfollato. È pallido, affranto. «Che ha?» gli chiedo. «Crede che corrano serio rischio?». «Chi?» «I miei a Solarolo». «Stia su, si dia coraggio. Non ci sono cattive notizie da Solarolo». «Crede che sia meglio che vada?». Penso che ci sono 20 chilometri tra Masiera e Solarolo, da percorrere per strade battute dal tiro di artiglieria, e quest'uomo non se la sente di andare a prendere acqua al pozzo. Dico: «Se non se la sente, resti». Sto seduto davanti al focolare, e faccio giuocare le mani sulla fiamma. Lo sfollato, chiuso nella sua angoscia, siede accanto a me cercando di scaldarsi anche lui. Entra un giovinastro della guardia repubblicana, si toglie il pastrano fradicio e infangato, e lo appende a un uncino, per asciugarlo. Non ho mai visto questo giovane prima d'ora nella villa. Gli chiedo: «Viene da Fusignano?». «No, da Solarolo». Lo sfollato si scuote. Ha udito quel nome e ora è in agitazione. «Mi dica, mi dica, c'è calma, non è vero, a Solarolo?». Il giovane lo degna appena di uno sguardo e mormora sarcasticamente tra i denti: «Sì, proprio calma». Cerco di fare a questo ragazzaccio dei cenni affinché taccia, ma non intende. Lo sfollato incalza: «Molti morti?». «Morti? Uh! Solarolo è in polvere, e io sono vivo per miracolo. Ieri trenta bombardieri, bombardamento a tappeto. Marmellata». E continua con compiacimento maligno a descrivere la carneficina, che, a sentire lui, ha risparmiato solo la sua preziosissima vita. Lo sfollato incalza, con un tremito nella voce: «Mi dica, per favore, la casa all'angolo di via Saffi, di fronte al caffè Medri...». E l'altro, implacabile: «Tutto giù, tutto giù». Stacca il pastrano dall'uncino e fa l'atto d'andarsene. Lo sfollato si alza, prende il giovane per un braccio: «Aspetti ancora un momento, la prego. Mi dica, se lei è stato un po' di tempo a Solarolo deve aver conosciuto una giovane signora con una vestaglia a fiorami, bionda, a nome Angelina, e due bambine, una con le treccine bionde e una con le treccine brune, che abitano proprio in quella casa all'angolo...». Il giovane sta per rispondere: «Tutti morti, tutti morti». Ma o che abbia visto i miei cenni disperati, o che il viso sconvolto dello sfollato sia valso finalmente a richiamarlo alla realtà, ha ora un viso ipocritamente compunto: «Non so, signore», dice, e guarda lo sfollato con un'espressione convenevole di commiserazione che rivela anche troppo. Poi si trae d'impaccio, e va via in fretta. Alle prime luci dell'alba, quando ancora tutti dormono, mi sono sentito chiamare per nome. Ho aperto gli occhi, e ho visto davanti a me un uomo immobile, avvolto in una nera capparella romagnola. Guarda, è lo sfollato. Dice: «Io parto». Mi sono alzato dal mio giaciglio, gli ho messo una mano sulla spalla: «Senta, non faccia sciocchezze. Lei non può andare a Solarolo. Quel ragazzo ha esagerato». «Io parto». «Guardi che il ponte è battuto». «Io parto» «Sono venti chilometri e stamattina non è la volta buona». Infatti le mie parole sono coperte dal rombo delle artiglierie e dallo schianto delle granate. Ma ancora una volta lo sfollato dice: «Io parto». Lo prendo sottobraccio, lo trascino fuori dello stanzone, nell'androne della villa: «L'accompagno sino al ponte». Non risponde, come se non avesse udito. Usciamo all'aperto, e ci incamminiamo in silenzio attraverso i campi. Lo sfollato procede a test:a bassa, chiuso nella sua angoscia, avvolto nella nera capparella romagnola, detergendosi di tanto in tanto la fronte col dorso della mano. Fino alla rotabile, tutto va passabilmente, ma sulla rotabile i colpi cadono con una certa frequenza. Siamo giunti al punto critico: comincia la rampa del ponte di Fusignano. «In fretta» dico, «in fretta». Ma proprio in quel mentre al vertice della rampa folgora il primo schianto, e pietre e schegge volano sino a noi, in turbine, Poi un secondo schianto, poi un terzo. Grido: «Nel fosso!». E cerco di afferrare il mio uomo. Ma mi sfugge, e prende a correre qua e là per la rampa. Chiamo dal fosso rabbiosamente: «Qui, venga qui. Non così in piedi, coglione!». Vedo la sua nera capparella al vento, ora ferma, ora in moto, ora verso me, ora verso il ponte. E gli schianti continuano. Abbasso la testa nel fosso, tanto, dico, è perduto. Ma ecco che sento il suo respiro affannoso. È ora accanto a me, nel fosso ruggente come una fiera braccata. Poi articola due parole: «Non posso».

***

Il capitano Adler apre la porta. Tutti si alzano in silenzio. È arrivato qualcuno che ha qualche cosa da cui d'importante da comunicare, qualche cosa da cui [dipende] la vita di ciascuno e di tutti.1 Il capitano dice, scandendo bene le parole nel suo italiano compitato: «Signori, domani mattina, presso questa villa, ci sarà una grande battaglia. Io non credo che loro possono restare qui». Ha detto: «Non credo». Ma il tono della voce, la divisa, la circostanza in cui ha parlato possono significare: «Signori, vi ordino di sgomberare». I trenta, in piedi stanno immobili: come se non avessero capito. Poi qualche donna chiede al suo uomo che cosa il capitano ha detto: «Andar via?», «Dove?», «Sotto il fuoco?», «Con i vecchi e i bambini?». «Ripassare il fiume?», «Ma è impossibile!». I trenta si affollano ora intorno al capitano chiedendo in nome di Dio dove si deve andare, implorando di lasciare stare, gridando che non è possibile passare il ponte di Fusignano sotto quel diluvio di colpi, e che ci sono dei malati, degli anziani e anche degli infanti. I contadini pregano di non staccarli dall'avanzo di bestiame che è rimasto loro, le donne mettono avanti i loro piccoli. Il capitano Adler, guarda come se non vedesse, impenetrabile. Sta in mezzo alla folla, sopravanzando tutti con la sua statura. Accenna a parlare. Di colpo tutto è silenzio. Poi risuona il metallo di una voce al di là delle passioni: «State a sentire». Una pausa, in cui l'uomo par concentrarsi. Riprende: «Domani mattina, all'alba, le due artiglierie sospenderanno il fuoco. Vi metterete in colonna, uno di voi in testa porterà una bandiera bianca. Camminerete per tre chilometri, in quella direzione»; e accenna con la mano in direzione di Bagnacavallo, verso le linee alleate. Dunque il capitano Adler non vuole costringersi a ripassare il Senio, il capitano Adler ci dice di andare verso il suo nemico. La cosa sembra subito naturale: il capitano Adler è buono. Non è forse possibile che il capitano Adler sia buono? Tutti ora si serrano attorno a lui, tempestandolo di domande. «E gli inglesi non spareranno?». «E quale è la via giusta?». «La via giusta, sapere la via giusta». Dice il capitano: «State a sentire». Cava di tasca una carta militare, la distende su una sedia, si china, e con un lapis rosso segna la via giusta, commentando: «Vi manterrete sempre fra la rotabile e Fosso Muni, passerete il fosso a questo punto, poi prenderete questo viottolo sino al casolare, poi...». Coloro che sono più esperti della zona bevono le parole del capitano, chiedono qualche schiarimento, si consigliano tra di loro. Il capitano ha finito. Guarda tutti, come se non vedesse, come se seguisse un'idea interna, fredda e potente: «Arrivederci Signori - dice - per voi domattina la guerra è finita». E va via. I trenta di Masiera sono ora abbandonati di nuovo a loro stessi e ognuno sente il bisogno di dire la sua. Il conte Arturo è in gran da fare per organizzare il grande viaggio. Quale valigia? Questa, con le gioie. Poi un tascapane con i viveri. Poi le maglie di lana per i reumatismi, che Dio lo salvi da un'alba di novembre che si annunzia umida. La signora contessa traversa più volte in furia lo stanzone, impartendo ordini, disdicendoli, rinnovabili. Clotilde, la bella e generosa Clotilde, piange in silenzio in un angolo per la sua macchina da cucire che dovrà lasciare per sempre, l'ultima ricchezza ormai, oltre il suo corpo. I contadini dicono che non si muoveranno, che non possono lasciare le bestie, e stanno fermi, appoggiati al muro, scambiandosi di tanto in qualche parola tra loro. Poi comincia a serpeggiare il dubbio, «E se il fuoco non cessa? E se gli inglesi spareranno? E se il capitano Adler ha voluto ingannarci?». Si accendono le discussioni. Sì. No. Si parte. Non si parte. Io resto. Io vado. E le donne? E i bambini? E se il capitano Adler ha teso questo tranello per perderci e per far sgombrare la casa? A poco a poco i trenta sono di nuovo in crisi: l'animo non è più quello di prima, c'è un veleno nell'aria. Arriva la mezzanotte, sorprendendo i trenta in veglia con i loro fagotti ai piedi. L'artiglieria romba. Di tanto in tanto uno schianto più forte e il caratteristico puzzo di zolfo si spande all'intorno. Qualche scheggia vola nella stanza, penetrando dalle finestre. Il conte mi chiama: «Senta, io credo che sia meglio andare, che dice? Questa è la bandiera bianca». E mi mostra un ombrello con un pezzo di lino bianco a guisa di bandiera. «Crede che agitando questa bandiera gli inglesi spareranno?». «Non lo credo». «Neanche io. Ma bisogna preparare le cose a puntino. Lei mi porterà il tascapane con i viveri e questa valigetta con le gioie. Io porterò quest'altra valigia e la bandiera». «Come crede». In quel mentre sopraggiunge la contessa, in cappello e veletta, e si affretta a contare se il marito ha tante maglie quante ne esigono i suoi reumatismi. Il conte lascia fare, ma ora si ricorda dei suoi reumatismi, e non può fare a meno di commiserarsi: «Domani mattina all'alba con quest'umido...». Poi un fracasso che ci fa tendere le orecchie. Si odono per le scale ordini secchi e un tramestio di gente che scende e che sale. Fuori nell'aia prendono a rombare gli automezzi. Il capitano Adler e i suoi soldati abbandonano la villa, non c'e dubbio. Fra poco resteremo soli. Infatti, dopo un quarto d'ora, con la partenza dell'ultimo automezzo i trenta di Masiera restano proprio soli nella villa in quel gran mare di fuoco. Passa ancora del tempo. Poi un gran fragore, che fa spegnere la lampada ad acetilene e scardina gli infissi dalle finestre. Il ponte di Fusignano è saltato: evidentemente i tedeschi lo hanno fatto saltare, dopo il passaggio degli ultimi reparti. I trenta si rincuorano. Adesso tutto è chiaro: anche quello strepito di cingoli che si era sentito un'ora prima, e che evidentemente erano dei carri armati in ritirata e che ripassavano il Senio prima che il ponte saltasse. Siamo soli, non ancora in mano alleata, ma ormai fuori del controllo delle truppe tedesche: fra noi e i tedeschi c'è il Senio, con i suoi ponti saltati. Le prime luci dell'alba. Esattamente come aveva detto il capitano Adler, il fuoco cessa, e un silenzio come nei tempi andati, nelle dolci albe di pace, si distende per la campagna e raggiunge anche i trenta di Masiera. Qualcuno scruta dalla finestra il tenue lume che filtra nella nebbia mattutina e fra le nuvole basse e veloci. Non voci umane, non strepito di cingoli, non rombo di aeroplani: proprio come nelle albe di una volta, salvo che anche il gallo tace. Ormai non c'è dubbio, il capitano Adler era un uomo buono, e ci consigliò per il nostro meglio. Gli uomini si vanno caricando dei loro bagagli, le donne tengono per mano i bambini e stringono al seno gli infanti avvolti in coperte. Solo i contadini non partiranno, perché non possono lasciare le due vacche superstiti. Masiera sta per partire: verso l'ignoto, preceduta dalla bandiera bianca che implora vita e pace. Ma ecco che fuori si odono dei passi e delle voci. C'è gente davanti alla villa. Gente che parla piano, quasi sussurrando. Sopraggiunge eccitato un contadino: «Un reparto tedesco. Possono essere una ventina». «Non può essere». «Li ho visti». «Non può essere: il ponte di Fusignano è saltato». «Stanno piazzando mitragliatrici intorno alla villa». I trenta si guardano. È finita. Sono i preparativi della battaglia, come aveva annunziato il capitano Adler. La villa diventerà un centro di resistenza, i carri armati alleati spareranno per snidare i difensori, e i trenta saranno sepolti fra le rovine. Aveva cercato di salvarci, il capitano Adler, quest'uomo buono, ma ormai è scritto che i trenta debbano patire ancora. La porta dello stanzone si apre e compare un sottufficiale tedesco, che alza la lampada ad acetilene per vedere meglio. Osserva per un attimo questa gente in piedi, carica di bagagli, pronta per partire. Il conte mi chiama: «Per carità, lei che sa il tedesco cerchi di spiegare». Ma già il sottufficiale mi ha rivolto la parola: «Perché svegli a quest'ora?». Mi guarda duramente, pieno di sospetto. «Il capitano che è partito stanotte ha detto che ci sarebbe stata una grande battaglia. Perciò andiamo via». «Dove? ». Accenno in direzione del Senio. Fa con la testa un gesto energico di diniego, poi ordina: «Restate qui. Non uscite da questa stanza». «Ma se ci sono donne e bambini, e se...». «Niente paura. Restate qui». Va via. Ma subito dopo entra un soldato che si addossa al muro, e che ha l'aria di sorvegliarci. Una muta disperazione si impadronisce di tutti. Però il nuovo venuto è socievole. Incoraggiato, gli chiedo: «Da dove viene?». «Da Fusignano». «Ma il ponte non è saltato?». Mi guarda senza rispondere, come se non avesse capito. Poi dice: «Andiamo verso il fronte». Ora che lo guardo, mi accorgo che è lacero, infangato, senza elmetto, con la barba lunga di giorni. In queste condizioni non si va al fronte. In queste condizioni si viene dal fronte. Chiedo: «È lontano il fronte?». «Oh, no». «Quanti chilometri?» «Non so». Una pausa. Poi il soldato mi rivolge ancora la parola: «È il sesto Natale di guerra per me». «Speriamo che sia l'ultimo». Scuote la testa: «Non ho più casa». «Distrutta?» «Non c'è una casa in piedi a Wilhelmshafen». «Ha famiglia?». Fa un gesto come dire: «Non so», poi si mette a ridere, come se trovasse la cosa molto spiritosa. Mi allontano, e comunico ai trenta l'esito del mio colloquio. Ad un tratto la porta si spalanca, e il sottufficiale comunica al soldato rapidamente qualche cosa. Il soldato afferra il suo mitra e scompare. Un attimo. Poi scoppia intorno alla villa l'uragano. Raffiche di mitra, aspre, spietate. I trenta sono a terra, le donne coprono i piccoli col loro corpo. Solo Clotilde si afferra alle inferriate della finestra e grida disperatamente, cercando di soverchiare il fragore: «Ci sono dei bambini, in nome di Dio! Ci sono dei bambini!». Qualcuno la strappa dalla finestra e la costringe a tirarsi giù, e ad affondare la testa nei materassi, come gli altri. Ma come mai non si spara più? Ora infatti c'è silenzio, un silenzio improvviso, un silenzio che è caduto di colpo, un silenzio pieno di intenzioni umane. Dalle scale che danno nello stanzone, scende balzelloni un contadino, si ferma a metà, ben visibile a tutti, e fa cenni di voler parlare. Ma non può. I trenta urlano in coro: «Ma dì, dunque. Parla». Ma la bocca si muove senza dire, salvo un mugolio incomprensibile. Infine la parola vince la lingua. «Gli inglesi». «Dove sono?». «Intorno alla villa. Li ho visti io. Dalla finestra. Dicono che dobbiamo uscire tutti dalla casa. Tutti i civili fuori. Subito. subito». «I civili fuori, i civili fuori!». I trenta ondeggiano nella stanza, in grande confusione. La contessa in cappello e veletta è occupata ad avvicinare intorno al collo del conte una sciarpa di lana. Il conte impugna il suo ombrello col candido lino implorante vita e pace. Poi un'ondata sospinge verso la cucina: «Di qui, di qui», si grida. «Non dal portone principale». I trenta precipitano verso la cucina, sono ora davanti alla porta secondaria che dà nell'aia, fanno gruppo. Tutti vogliono uscire, nessuno vuole uscire. Poi un'ondata più forte, e io mi trovo nell'aia, davanti a un gigantesco soldato straniero che si muove a passi lenti, con circospezione, impugnando il suo mitra, e masticando la sua gomma americana con la solennità e la fatalità di un ruminante. Egli è il primo di una schiera che si va distendendo a ventaglio intorno alla villa per circondarla: e tutti si muovono allo stesso modo, come in una scena di sogno, in cui tutto è lento e irreale. Ora i soldati fanno gesti come per dire: «Via, via», e accennano ai prati. I soldati fanno altri gesti, come per dire: «Giù, giù». I trenta cercano affannosamente un riparo del terreno. C'è un fosso fangoso, a dieci metri dalla villa, abbastanza profondo. Nel fosso, giù nel fosso. I trenta si calano nel fosso. Ma c'è dell'acqua nel fondo, e il conte sa che i suoi reumatismi non perdonano. Si cala di sghimbescio, evitando di toccare con tutto il corpo quel fondo insidioso e mentre con un braccio si sostiene per quanto è possibile lontano dal suolo con l'altro agita l'ombrello-bandiera, occhieggiando dall'orlo del fosso, e gridando. «Amici, amici!». La contessa in cappello e veletta sta carponi nel fango, e dice, dice, dice, infinitamente dice. Poi il conte mi chiede: «E la valigetta con le gioie?». Mi batto la mano sulla fronte. «Maledizione!» ruggisce, e accenna a fare una scenata. Ma dove ho messo le mani? Non è fango questo, non è acqua. Questo è sangue umano. Mi guardo intorno. A pochi passi da me c'è un corpo, un soldato, un soldato tedesco. Mi avvicino, giro verso la luce il volto umano che sta immerso nella melma. È lui, l'oscuro fante di Wilhelmshafen. Lo scuoto, ma come può vivere cosi crivellato di colpi? Lo scuoto ancora. È proprio morto, questo fante.