Il nudo

Di Gianluca Gabbi


Ho sempre odiato chi produce rumori molesti, quel continuo martellamento però mi destò da un lungo, profondo sonno e per questo lo ringraziai. Chi era costui che batteva incessantemente colpi sopra il mio capo, facendomi tremare e sobbalzare? Gli fui grato, ma non per questo doveva sentirsi autorizzato ad approfittare della mia momentanea benevolenza.
Ora ero sveglio e ben vigile!
Gli chiesi, anzi, gli ordinai di cessare l'attività e lasciarmi solo. Avevo bisogno di concentrazione, dovevo capire, necessitavo di silenzio.
Mi stropicciai gli occhi cercando di riprendere conoscenza.
Non ero ancora in condizione di capire cosa mi fosse accaduto, ma colui che mi stava di fronte sembrava guardarmi amorevolmente. Un forte mal di testa mi intontiva e mi faceva sentire in balia degli eventi.
Mi appoggiai a una seggiola per mantenermi in equilibrio e ripresi le forze dopo un profondo respiro. Il salone in cui mi trovavo non mi era del tutto nuovo, mi sembrava d'esserci passato mille volte ma i ricordi erano fumosi, svanivano in un déjà vu, come se riguardassero una vita precedente.
Chi era costui quindi? Chi ero io?
Dove mi trovavo?
Quel vile omuncolo dal baffo curato continuava a non rispondere ai miei quesiti, faceva finta di nulla e mi guardava negli occhi continuando a martellare.
«Smetti perbacco!» gli gridai.
Ci fu un momento di silenzio in cui il battito del cuore che correva sembrava avere lo stesso fragore del martello di poco prima.
Ci fissammo negli occhi senza alcuna espressività, nessun cenno, nessuna
manifestazione di sorpresa o sbigottimento. Quiete.
«Oh! Finalmente, un po' di pace. Non capisco cosa tu voglia intendere con quel tuo sguardo vacuo, ma questa situazione inizia a infastidirmi. Termina immantinente questa stupida canzonatura o te ne farò pentire amaramente!» lo redarguii come si fa con un bambino disobbediente.
Il grande portone sulla parete est cigolò facendo entrare un uomo alto, muscoloso e piacente. Portava il mantello con eleganza, il volto fresco di rasatura gli dava un aspetto gioviale e uno sguardo brillante. Chiamò a sé l'anziano di fronte a me che con fare deciso scese dalla scala e si avviò verso di lui senza proferire verbo.
Mi parve subito evidente che la differenza tra i due non era solo di natura fisica, ma soprattutto
sociale. Stavo assistendo a un incontro tra servo e padrone.
Ebbi la chiara sensazione di conoscere il nobiluomo appena entrato, come se fossimo consanguinei.
«Aiuto! Aiuto! Mi sentite? Perché avete tutti quel sorriso beffardo sul volto? Cosa diavolo sta accadendo?» urlai verso i due uomini senza però ricevere risposta.
Da quell'altezza non potevo capire quello che si stavano dicendo, ma in compenso stavo riprendendo lucidità e sensibilità al corpo. Che bella sensazione, mi sentivo così vivo!
Non poteva trattarsi di uno scherzo, quei due sembravano davvero impossibilitati nell'udirmi. Decisi che era meglio concentrarsi su me stesso, a quanto pare me la sarei dovuta cavare da solo. Dovevo solo fare mente locale e ragionare.
Avvertivo nitidamente il chiodo che mi sorreggeva, era un chiodo piuttosto robusto e a giudicare dalla circonferenza del mio ventre lo era a giusta ragione. Anche la cornice che avevo tutt'attorno sembrava essere massiccia, molto raffinata, doveva essere sicuramente di legno pregiato, gli intarsi erano ben definiti e formavano un disegno di mio gradimento, dovevo proprio essere un quadro di grande valore...
un quadro?
Gesù, Giuseppe e Maria ero un quadro!
Quale diabolico maleficio mi aveva colto? 


ESTRATTO DEL ROMANZO "IL NUDO" 

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