Il vuoto

20.07.2021

Di Angelo Lachesi


Arturo Menete era un uomo deluso e frustrato dal lavoro come dalla vita. Aveva quarantacinque anni e da più di venti svolgeva mansioni impiegatizie per la Stinfalia S.r.l., un'azienda dedita alla produzione di locomotori diesel. Il suo lavoro era costituito da una serie di attività ripetitive, le medesime da quando era stato assunto, che negli anni aveva imparato a svolgere con una meccanicità da automa. Era tanto efficiente nel suo lavoro quanto indifferente al suo contenuto. Rari erano gli errori commessi e ancora più rari erano i ricordi piacevoli legati all'attività lavorativa. Si era sempre dichiarato estraneo a qualunque logica di competitività e ad ogni ambizione legata alla carriera. A motivarlo, nella sua ripetitiva mansione, era la sola retribuzione modesta, ma sufficiente per il suo semplice tenore di vita. Con i colleghi non riuscì mai ad instaurare una rapporto che andasse appena oltre la collaborazione professionale. Al di fuori dell'ufficio la sua esistenza, in apparenza più libera, conservava la medesima apatia: né moglie, né figli, né una fidanzata, né amici. In un pub vicino casa era solito passare qualche serata in cui si intratteneva con gli avventori per il tempo di una birra o partita a biliardo, poi nulla più. Gli rimanevano una lunga serie di fallimenti nei rapporti personali e una sensazione di infinita e irrimediabile solitudine.

Una mattina di dicembre, come tante altre al lavoro, Arturo stava disponendo gli ordini di pagamento per i collaboratori quando notò che il viso di un collega, seduto alla scrivania dinanzi a lui mutò, improvviso, in una maschera di stupore.

- Mai vista una cosa del genere! - esclamò quest'ultimo sottovoce, fissando la finestra con gli occhi sgranati e le labbra sigillate come in una leggera smorfia.

Arturo si voltò, diede appena un'occhiata poi, insieme agli altri quattro colleghi dell'ufficio, si fiondò verso la finestra. Rimasero tutti e cinque pietrificati, incapaci di dare una spiegazione a ciò che stava accadendo; riuscirono appena a mugugnare delle esclamazioni di stupore.

La porzione di cielo che si scorgeva dalla finestra era ricolma di uccelli: masse di volatili scure e informi solcavano l'aria in stormi grandi come fiumi in piena che, in alcuni punti, si addensavano in un numero di esemplari così ampio da annerire il cielo. Gli animali emettevano dei versi cupi, quasi lugubri, e si libravano nell'aria come se stessero per fuggire da un disastro imminente. Dopo qualche minuto i colleghi tornarono a sedersi mentre Arturo rimase immobile a scrutare l'inquietante vorticare dei volatili. La vista di quello spettacolo lo turbò. Aprì la finestra. Un'aria gelida lo investì ma, impassibile, rimase ad ascoltare quei versi che ora si percepivano nitidi e vicini: era un fragore sordo, quasi un tumulto che sconvolgeva il cielo.

- Sei impazzito? Chiudi quella finestra o mi farai prendere un accidente - protestò un collega.

Arturo obbedì in silenzio. Scrutò ancora per qualche secondo il cielo, poi tornò a sedersi. Come gli altri colleghi riprese il suo lavoro, gettando, di tanto in tanto, qualche occhiata furtiva verso la finestra. Ad ogni occhiata il flusso di uccelli andava scemando. Dopo pochi minuti il cielo si liberò totalmente dei volatili lasciando all'orizzonte solo grosse nubi grigie, opache e uniformi.

Dopo un'ora Arturo sentì il telefono squillare.

- Menete, venga nel mio ufficio, devo parlarle! - Era la voce del direttore.

Arturo raggiunse il suo superiore e si accomodò su una delle due sedie dinanzi alla grande scrivania.

- La situazione non è più sostenibile - esordì il direttore.

Arturo lo guardò perplesso, in attesa di una spiegazione.

- Tra i suoi colleghi serpeggia una tale ostilità - riprese accavallando le gambe - per cui non credo si possa andare avanti a lungo. Ho il timore che la situazione possa esplodere.

Arturo continuò a fissarlo con una malcelata espressione di incertezza.

- Avrà notato il comportamento di molti suoi colleghi: c'è chi non saluta, chi commenta con sarcasmo l'abbigliamento altrui, chi è perennemente nervoso, chi urla per una quisquilia, chi tenta di sfruttare gli altri colleghi rifilando lavori di competenza propria, chi attribuisce agli altri i propri errori e chi mette il becco in questioni che non gli competono. Vige, qui dentro, una tale gelosia, invidia e ostilità tra gli impiegati che... - si interruppe per qualche secondo - sia chiaro non che la cosa generi in me alcun sentimento di condanna anzi, fino a qualche mese fa approvavo i comportamenti sleali perché alimentavano una certa competitività e rendevano gli impiegati più produttivi ma... ma sembra che la situazione stia degenerando. Ah dimenticavo, vuole un caffè?

- No grazie, già preso! - rispose deciso Arturo.

Il direttore alzò la cornetta e pigiò un tasto sul telefono: - due caffè nel mio ufficio - disse dopo un secondo.

- Ecco, come le dicevo: questo clima così poco collaborativo, prima generava una competizione che mi piaceva, ora credo sia la causa di un calo netto della produttività. Io ho già i miei problemi con gli operai che chiedono di continuo permessi, ferie, congedi... - si fermò qualche secondo guardando compiaciuto la penna che faceva volteggiare tra le mani e riprese - poi scioperano di continuo, protestano per qualunque cosa, rompono le palle con la storia dei diritti. Insomma, sono una rottura di scatole unica - disse sorridendo quasi in cerca di consenso.

- Capisco - si limitò a proferire Arturo.

- Ed ecco perché non voglio problemi con gli impiegati. Almeno loro, devono essere efficienti e collaborativi!

- Cosa posso fare io - chiese Arturo impassibile.

Bussarono alla porta.

- Avanti! - Rispose il direttore e subito entrò la segretaria con il vassoio tra le mani sfoggiando un sorriso ampio e mellifluo. Poggiò i due caffè sulla scrivania e andò via.

- Lei è una persona seria, precisa e scrupolosa - riprese il direttore - e mi sembra estraneo a tutte queste forme di ostilità che animano i suoi colleghi.

Arturo rovesciò la bustina di zucchero nel caffè, lo agitò poi ne bevve un sorso controvoglia.

- Cerco di fare il mio lavoro e basta - si limitò a rispondere alzando le spalle.

- Bene! E questo mi piace! - ribatté il direttore - In passato non mi ha fatto una buona impressione, ma ora l'ho rivalutata. Lei non mette mai in difficoltà i suoi colleghi con i capi o con i clienti, non cerca mai di minare il senso di sicurezza degli altri, non nega il saluto a nessuno e non mostra segni di invidia o gelosia.

- Le ripeto - rispose Arturo pacato - cerco di fare il mio lavoro con serietà. Se mi permette faccio un'osservazione: tutti i miei colleghi hanno paura di perdere il proprio lavoro e quella conflittualità di cui lei parla deriva proprio dal diffuso senso di insicurezza e dal tentativo di mantenere salda la propria posizione.

- Questa è un'osservazione intelligente! - commentò il direttore - e lei non ha paura di perdere il suo lavoro? - chiese con un sorriso sarcastico.

- Se dovesse succedere ne cercherò un altro - rispose secco Arturo.

Il direttore smise di sorridere poi annuì flebilmente.

- Bene! Veniamo al dunque - proferì convinto - io ho anche altri problemi con il resto della dirigenza, con il Rabocchi in particolare, il quale ritiene che il settore degli impiegati mi stia sfuggendo di mano. Ma so che quel maledetto ha solo l'obiettivo di farmi le scarpe, in qualunque modo. Ma gli farò vedere... Ho intenzione di riprendere in pugno la situazione e mandare un messaggio a quel disgraziato - disse stringendo la penna nel pugno della mano destra - voglio sfoltire il numero degli impiegati: manterrò solo quelli più meritevoli, che non danno grane, come lei, e farò fuori tutti gli altri. Voglio poi rimpiazzarli con lavoratori assunti esclusivamente con contratti a termine. Li sceglierò tra persone che hanno bisogno disperato di un impiego, magari con famiglia. Sei mesi, un anno massimo e chi causa grane... lo sbatto fuori.

- Capisco - rispose Arturo - ma come posso aiutarla?

- Lei a partire da ora deve essere i miei occhi, le mie orecchie nel suo ufficio e tra gli impiegati. Deve riportarmi tutto, riferirmi ogni cosa: un litigio, un errore, anche il minimo screzio deve...

- Preferirei di no! - lo interruppe Arturo risoluto.

- Come dice? - chiese sorpreso il direttore.

- Preferirei di no!

- Preferirei di no - fece eco il direttore mimando, sardonico, un verso colmo di caustica ironia - Menete le ho appena detto che la stimo e che sto chiedendo il suo contributo per la causa dell'azienda e lei? Lei cosa fa, si rifiuta?

- Se mi permette, do il mio contributo all'azienda con il mio lavoro. Ma quello che lei mi chiede... - si fermò per un secondo - insomma, non posso farlo - riprese scuotendo con lentezza il capo.

Il direttore si alzò di scatto dalla sedia, rosso in viso poi proferì irritato:

- Allora cosa vuole che accada? Vuole che si ripetano situazioni come quelle di ieri dove il suo collega ha custodito dei giunti viscostatici di raffreddamento difettosi nel magazzino 3 senza la mia preventiva autorizzazione? Oppure come la sua collega, la biondina lì, come si chiama... la Rosselli che ho visto, va in bagno a truccarsi prima di uscire? Oppure vuole che persistano situazioni come quelle nel suo ufficio dove voi, come dei maiali schifosi, sparlate di me e gioite nel vedermi in difficoltà. Sì - continuò con il viso paonazzo puntando l'indice della mano sinistra contro il viso di Arturo mentre nella mano destra stringeva la penna con un vigore sempre maggiore - voi godete nel vedermi in crisi, voi volete il mio posto, siete dei traditori, degli opportunisti, dei maledetti... voi, voi...

- Da parte mia non accade nulla di tutto questo - lo interruppe Arturo con voce calma - e, probabilmente, se pensa queste cose è perché si sente insicuro, più dei miei stessi colleghi.

- Lei vuole la mia rovina! - asserì il direttore a bassa voce, quasi con un sussurro di frustrazione, spalancando i suoi occhi vitrei e collerici.

- Non voglio la sua rovina, ma non posso aiutarla come lei mi chiede - rispose Arturo mimando, timido, un tono di disappunto.

- Non può aiutarmi? - fece eco il direttore urlando - lei non capisce nulla Menete! Lei è un idiota incompetente, un cialtrone... poi si interruppe all'improvviso. Rimase immobile, con i palmi delle mani alzate, come in segno di attesa. Fissò il muro bianco alle spalle di Arturo con il viso paonazzo e il collo solcato da vene gonfie, cariche come fossero pronte per esplodere. Poi, placatosi in maniera inaspettata, chiese dopo qualche secondo di attesa:

- Ma sente anche lei questi rumori?

Arturo alzò gli occhi verso il soffitto e rimase in ascolto.

- Sono delle urla! - proferì sbigottito.

Il direttore si lanciò verso l'uscita, fece pressione sulla maniglia e con uno scatto repentino della mano aprì la porta. Si affacciò sul corridoio, guardò a destra, poi a sinistra: era completamente vuoto. In lontananza, dall'altra ala dell'edificio, verso il primo padiglione, si udivano con chiarezza delle urla. Il direttore vi si diresse con passo deciso. Arturo lo seguì. Più si avvicinavano alla porta del primo padiglione, più le urla divenivano nitide e colme di sgomento. Dopo pochi metri furono dinanzi alla porta. Questa si aprì improvvisa. Un operaio, addetto alla manutenzione, sbucò furtivo. I suoi occhi erano spalancati, lo sguardo paralizzato in un'espressione di terrore:

- Via! via! - urlò sconvolto appena li vide - andate via! - poi scappò velocissimo.

Ad Arturo salì il cuore in gola. Con un misto di terrore e curiosità seguì il direttore oltre la porta. Qui si trovarono nel primo padiglione: le trenta postazioni di controllo del materiale elettrico erano vuote; nell'impeto della fuga, erano stati abbandonati tutti gli strumenti di lavoro e gli effetti personali. In lontananza si udivano le urla degli ultimi colleghi che fuggivano disperati. Il direttore scrutò l'immenso stanzone poi diede un'occhiata alla grossa finestra che dava sulla piazza.

- Oh mio dio! - urlò atterrito- ma cos'è? cos'è?

Poi si lanciò, come guidato dall'istinto, verso l'uscita, lì dove erano fuggiti tutti i lavoratori. Arturo, invece, rimase impietrito, come un palo eretto al centro del padiglione: in silenzio, con gli occhi incollati alla finestra e il viso paralizzato in una posa raccapricciante. Solo le gambe, in balia del tremore, indicavano ancora una vita in quel corpo cristallizzato dal terrore, un terrore efferato come non gli era mai accaduto di provare prima.

Un nulla smisurato si era sostituito al cielo e fagocitava, avanzando lento e compatto, tutto dentro di sé. Era una massa nera, densa, senza fondo e senza fine, un vuoto informe che incombeva tra il cielo e la terra; qualcosa di abbominevole. Nella finestra il vuoto nero occupava tutto l'orizzonte. Alberi, palazzi, case, automobili, uomini: tutta la città volteggiava in aria per poi essere risucchiata, fagocitata e scomparire al suo interno. Nulla aveva scampo, nel profluvio di insensata distruzione, quel vuoto mostruoso consumava tutto il mondo, lo ingoiava nella sua interezza, con un incedere lento e ineluttabile. Il nulla procedeva proprio verso la sede della Stinfalia e Artuto lo fissava come si fissa qualcosa di irreale, di orrendo e disumano. In lontananza, filtrato dai doppi vetri, si udiva un boato cupo e possente da cui affioravano urla di terrore di uomini e donne. Arturo capì che quella era la sua fine, la fine del mondo stesso, la fine di un pianeta e della sua vita. Forse, dopo quel nulla che tutto devastava, non ci sarebbe stato più nulla, se non il nulla stesso: niente più uomini, animali e piante. Niente più paesi, fabbriche o metropoli. Niente più foreste, deserti o mari. Niente. Niente di niente. Arturo rimase immobile a fissare quella voragine nera e sterminata. La vide avanzare, inghiottire ogni cosa. Vide uomini risucchiati. Riconobbe alcuni colleghi morire inghiottiti mentre erano intenti a fuggire. Vide interi palazzi divelti dalle fondamenta. Strade, marciapiedi e giardini risucchiati come fossero briciole in un aspirapolvere. Qualche minuto, pensò, e non ci sarebbe stata più nemmeno la sua solitudine, la sua frustrazione, la sua vita abbietta. Niente, solo il vuoto insensato e irredimibile. E proprio quel vuoto nero stava colmando la sua vita vuota e insensata. Il vuoto che colma il vuoto, pensò con sarcasmo. Allora non provò più paura. No, ora un flebile sorriso animava il suo volto e, nell'attesa, scrutò con un ghigno compiaciuto l'incedere dell'orizzonte nero e mostruoso. Ancora pochi minuti. Poi avrebbe fagocitato anche lui.