In biblioteca non ci voglio andare!

13.10.2020

Di Enrico Papaccio


Potrei fare un elogio sperticato delle biblioteche. Potrei paragonarle a dei templi, definire sacro il loro contenuto. Potrei tentare di ingraziarmi il lettore facendo ricorso a tutta una serie di cliché privi di sostanza ma molto popolari. Potrei perfino citare Benedict Anderson e le sue comunità immaginate, e sostenere con enfasi - applicandomi un poco e forzandone i significati - il ruolo educatore del docuverso nella costruzione della società. Potrei addirittura arrivare a formulare un'apologia dello Stato e del suo fondamentale apporto nella costruzione di quel fantomatico concetto di cultura che farebbe inorridire Edward Burnett Tylor, ma che tanto piace e tanto si legge in giro.

Potrei, si. Ma non voglio. Perché, in fondo, dovrei provare a recitare un ruolo che non mi appartiene? Io non amo le biblioteche. E questo per due motivi. Il primo è che non amo condividere i miei spazi, in particolare quando leggo e quando studio. Il secondo è perfino peggiore del primo: non riesco a leggere qualcosa che poi non posso tenere con me per sempre.

È vero: ho dalla mia che il denaro per acquistarli non mi manca, e che, per pura fortuna, ho ereditato un'imponente biblioteca. Quindi sì, lo ammetto: mi mancano totalmente i motivi base per cui l'utente delle biblioteche le frequenta. Eppure c'è dell'altro, qualcosa che ancora non ho detto ma che ora vi dirò: l'utente medio delle biblioteche, in particolare quelle universitarie (quelle di fatto più frequentate), è un utente falso, nel senso che fugge il significato per ricercare solamente il risultato. Egli non vuole conoscere, vuole sfruttare tale conoscenza per ricavarne un applauso. Non ha alcun interesse a comprendere, vuole il voto: cioè la carezza che si da al cane dopo che ha riportato il bastone.

Non posso, per questo, elogiare le biblioteche. Non hanno compiuto il loro dovere. Hanno sì promosso nei millenni quella competenza informativa necessaria all'utente per identificare-individuare-valutare-organizzare-utilizzare-comunicare le informazioni. Ma si sono fermate qui.

So bene che in quanto istituzione della memoria, così come i musei, esse non hanno colpa se l'utente invece di guardare fotografa. So bene che quel che si ripropongono è solo di fornire ad ognuno la "possibilità di".

So, eppure non riesco a perdonare. Quindi? A qualcuno sarà venuto in mente Molière e il suo amico misantropo, ad altri un ciccione spocchioso dietro uno schermo. Lo so, giuro che lo so. Eppure... io in biblioteca non ci voglio andare.