La Storia è Colpa Mia

Di Enrico Papaccio



Diversi intellettuali e artisti romantici danno alle loro opere una declinazione nettamente nazionalista. Secondo la narrazione romantica, la nazione è un fatto biologico e culturale.

La nazione sarebbe quindi una comunità di discendenza in cui le generazioni presenti sono legate alle passate e alle future da legami di sangue.

L'idea di nazione, per come la intendiamo oggi, è una delle principali innovazioni registrate dal linguaggio politico europeo di inizio Ottocento. Prima, questa era solo un riferimento geografico o culturale piuttosto mal definito.

Anderson sostiene che la nazione - o qualsiasi altra comunità - è un atto immaginario.

Il sorgere del capitalismo a stampa, il romanzo storico ottocentesco, le carte geografiche, i musei e i dizionari sarebbero i suoi alleati.

Senza di essi, l'atto di immaginare la nazione non si sarebbe mai potuto concretizzare.

Per pensarci parte di una comunità, dice Anderson, dobbiamo prima convincerci che essa esista. Come? Scrivendo romanzi, poesie, drammi teatrali, melodrammi, composizioni musicali, oppure dipingendo quadri o scolpendo statue che abbiano per tema l'atto immaginato.

O ancora, se si vuole, fondando giornali che parlino degli avvenimenti della comunità che abbiamo deciso di immaginare, inventando leggi che regolino i rapporti tra i membri di questa, oppure ancora eleggendo rappresentanti che decidano sulla morale che i membri del gruppo devono adottare.

Insomma, dobbiamo passare dalla poesia alla prosa. Fare dell'idea una realtà. Usare il fumo per costruire il castello.

È quanto si è fatto nel Risorgimento. Si è presa un'idea e si è fatta l'Italia.

Fatta l'Italia, bisognava fare gli italiani. Bisognava inventarli, poi convincerli della loro esistenza, e infine educarli, insegnargli la lingua, la religione, e la morale. Ma era necessario anche indicargli i confini del loro territorio, i loro diritti e i loro doveri. Bisognava convincerli che l'Italia è la Madre di una grande famiglia, e che loro sono tutti fratelli e tutte sorelle.

È quanto si è fatto nella Prima Guerra Mondiale.

La Madre Italia era minacciata nell'onore da barbari stranieri privi di anima, malvagi assassini venuti dal nord pronti ad uccidere i figli della grande madre pur di impossessarsi di una parte di essa, e tutti i fratelli e tutte le sorelle si sono uniti per ricacciare indietro il nemico fuori dal confine indicatogli come di loro proprietà dall'idea immaginata.

Un numero incredibile di uomini e di donne, per un'idea, sono morti.

Un numero incredibile di uomini e di donne, per un'idea, hanno ucciso.

Per capire come questo sia potuto accadere dobbiamo fare un passo indietro e ritornare agli intellettuali e artisti romantici.

La proposta politica nazionalista è nuova perché vuole coinvolgere le masse, e per farlo fa appello all'universo prerazionale delle emozioni - atto necessario se si intende coinvolgere nel discorso politico analfabeti o semi-analfabeti.

Nella morfologia del discorso nazionale gli schemi narrativi si ripetono. Sempre gli stessi e sempre presenti: l'oppressione dell'Italia da parte di popoli stranieri, la divisione interna alla comunità che favorisce gli oppressori, l'idea secondo cui l'onore, la castità e la purezza della Grande Madre sia minacciato dalla presenza del nemico barbaro e impuro.

L'azione militare avrebbe quindi azione difensiva e non aggressiva.

Si arriva così alla nazionalizzazione dell'onore. L'uomo, in quanto rappresentante della comunità, è chiamato a ripristinare l'onore perduto e riguadagnare il rispetto degli stranieri.

La madre è in catene, i figli le devono spezzare per ridarle la libertà.

Come già fatto nel Risorgimento, ma ora più che mai convinti che la nazione è una comunità composta da soggetti che condividono gli stessi tratti etnici, la stessa storia, la stessa lingua, la stessa cultura.

La comunità viene dunque definita sulla base di una presunta comunanza etnico-naturalistico-biologica.

Ma se per Mazzini la nazione è una comunità voluta da Dio che ad essa ha assegnato una missione precisa, in lui ancora non è presente una chiave di lettura antagonistica ma anzi è convinto che le nazioni debbano collaborare come sorelle.

Nel 1914-1918 invece, in Italia come ovunque il nazionalismo abbia fatto breccia, le comunità immaginate frutto dell'idea hanno tutte la convinzione di avere una missione storica e divina da portare a compimento.

Molti partono come volontari. Altri sono convinti con la forza. Ma nessuno più ricorda che il papà del nonno non aveva mai nemmeno sentito parlare di Italia, di Francia, di Germania o di Austria-Ungheria nel modo in cui se ne parlava nelle trincee.

L'Italia, e con lei tutte le nazioni del mondo, esisteva non per l'idea di qualcuno ma per legge di natura, per legge divina.

I confini li aveva assegnati Dio. Metterli in discussione significava negare Dio e il suo potere. Significava negare al popolo eletto i suoi divini diritti di supremazia sugli altri popoli.

Alla fine della Grande Guerra, la necessità di sottolineare l'elezione della comunità immaginata a popolo eletto da parte di Dio si faceva sempre più pressante.

Bisognava chiarire una volta per tutte che la propria comunità immaginata era, era sempre stata, e sarebbe rimasta per sempre la più pura, forte e onorevole di tutte.

È quanto si è fatto nella Seconda Guerra Mondiale.

Da più parti e ormai da troppo tempo ci sentiamo domandare quali sono le motivazioni che fanno del Fascismo un'ideologia così capace di penetrare nell'immaginario collettivo contemporaneo, seducendolo e ammaliandolo con le sue storie di Dio, Patria e Famiglia, da parte di soggetti che credono in quello stesso Dio, in quella stessa Patria e in quella stessa Famiglia.

Forse la storia è colpa mia...