Le buche

28.01.2021

Di Andrea Galli


1

Entrò nel bar "Marcello" di via Spina e si fece largo fino al bancone lavorando di gomiti. Giunse faticosamente a destinazione ed ordinò un caffè. Erano le otto e venti, ora di punta, l'ora in cui uomini e donne stipati si concedevano un giro di caffè, di tè o di vodka prima di iniziare la giornata. Mentre attendeva di essere servito, notò che il bancone era punteggiato di antiche ed avvizzite macchie ed assaporò l'aria viziata. Un odore acre, con una nota di sudore stantio e borotalco, un odore che gli risultava tanto sgradito quanto piacevole: sapeva di sogni svaniti e di vita e lui non si sentiva così vivo da lungo tempo.

Ingollò la bevanda, depositò la moneta tra la selva delle macchie ed uscì.

Mancavano quaranta minuti: infilò la mano nella tasca destra e toccò il biglietto. Il biglietto vincente, ne era certo. Quasi certo.

Le gambe guidate da una timorosa fiducia, si mise a risalire viale Rossini in direzione della sua meta.

All'altezza dell'ortofrutta sentì il telefono squillare.

Era sua moglie, si sarà svegliata e sarà preoccupata. Non rispose.


2

Quella mattina si era alzato alle sei e, senza fare il minimo rumore, era scivolato fuori dal letto.

Si era infilato in bagno, si era dato una sciacquata ed aveva indossato gli abiti, dei jeans ed una camicia azzurrina, che aveva selezionato la sera prima.

Mise la mano in tasca e toccò il biglietto: era lì da quando l'aveva trovato sulla mensola dell'edicola del quartiere il mercoledì precedente.

Finito che ebbe, passò in cucina, dove pensò di scrivere due righe per Maria. Doveva giustificare in qualche modo quell'uscita antelucana. Si accorse che gli tremavano le mani, ma non riusciva a stabilire se fosse un buon segno o meno. Buono. Sta per succedere qualcosa di buono. Scrisse in modo sintetico come stavano le cose e che non aveva avuto il coraggio di dirle la verità. No, sembrerà stupido, ma non è giusto. E poi sono scaramantico. Sono stato zitto finora e così continuerò. Appallottolò il foglietto e lo gettò nel cestino. Si concesse qualche istante di riflessione, prima di risolversi a scrivere: NON TI PREOCCUPARE, MI FACCIO SENTIRE IO APPENA POSSO.

Era perfettamente consapevole che un simile messaggio era ambiguo e poco rassicurante, ma non gli era venuto in mente niente di meglio. Se tutto fosse andato bene, avrebbero gioito insieme. In caso contrario, le avrebbe spiegato come stavano le cose e Maria l'avrebbe scusato. Ma stavolta...basta, è ora di andare.

Alle sei e trenta era salito sul pullman per Varese. Era la corsa degli studenti: dopo mezz'ora di scossoni ed urla, era sceso in Piazza Morandi. Era distante più un chilometro dal luogo in cui era diretto, ma sentiva che doveva fare così. Piazza Morandi era il suo luogo del cuore: oltre ad essere uno degli scorci che riteneva più piacevoli di una città che faceva del grigiore la sua marca, in quella piazza aveva vissuto per i primi ventidue anni della sua vita. Da lì era partito. "Non che sia andato molto lontano", commentò ad alta voce.

Imboccò via Torino: aveva due ore a disposizione.

La trovò profondamente cambiata rispetto agli anni della sua adolescenza: al posto della bottega di Mario Zambrin, il barbiere del quartiere, c'era una sartoria cinese; dove c'era stata la gloriosa macelleria "Fratelli Albuzzi", due marcantoni baffuti buoni come il pane, c'era un'agenzia viaggi. Il mondo è cambiato trascinando giù tutti rifletté amaro. Ma oggi...

Si impose di smettere di pensare.

Giunto alla cantonata, svoltò a sinistra in via Bernini. Si fermò al civico 6, un edificio di architettura post-bellica con la facciata color casa cantoniera, e si spinse con lo sguardo di là dalle finestre sporche. Eccoli. All'interno delle aule i giovani imparavano un lavoro, come lui tanti anni prima. Elio aveva frequentato la sezione di meccanica dell'Istituto Professionale "Città di Varese". Lì aveva imparato un mestiere e lì aveva incontrato sulla sua strada Gigi Cadeo, presso la cui officina aveva svolto uno stage e che, a diploma conseguito, l'aveva assunto come tirocinante. Era il 1999, aveva diciotto anni ed il mondo era molto diverso. Io sono sempre lo stesso, eccomi qua, mentre il mondo è diverso ed è un gran bella fregatura. Una smorfia si disegnò sul suo viso. Forse la questione non sta proprio così. Si impose ancora una volta di non pensare.


3

Rimise in tasca il cellulare e sedette su una panchina. Allungò le gambe e si accese una sigaretta, anche se non fumava da anni. Uscito dal bar "Marcello", in maniera del tutto immotivata e automatica, era entrato in una tabaccheria ed aveva chiesto un pacchetto di Camel. Nonappena il tabaccaio gli ebbe messo in mano il piccolo involto di cartone, Elio si era domandato che cosa stesse facendo ed all'istante aveva avuto la certezza che stava facendo la cosa giusta. Quel pacchetto faceva parte del suo passato, esattamente come Piazza Morandi e l'Istituto Professionale. Esattamente come la baluginante, timida fiducia che lo accompagnava da quando, il pomeriggio precedente, aveva ricevuto quella telefonata. È un enorme deja vu di sensazioni. Cercò di nuovo il biglietto con le dita della mano.

La prima boccata dopo quindici anni di astensione gli provocò un accesso di tosse.

"Salute, ragazzo! Non le hanno detto che il fumo fa male?"

Attraverso un velo di lacrime, Elio notò che un anziano si era seduto affianco a lui.

"E pensare che non fumo da quando avevo vent'anni! Ma oggi sono in vena di ricordi", rispose.

"Beato lei, io se fumo meno di due pacchetti al giorno mi manca l'aria!"

"Allora non fa così male fumare!"

"Lo prendo per un complimento. Ho ottantuno anni e una salute di ferro. Ho visto questa città cambiare, ho visto questo mondo cambiare, ho conosciuto persone gentili, ma anche tante carogne, mi sono sposato e ho avuto tre figli, ma non ho mai rinunciato ai miei due pacchetti. Fanno parte di me".

"Io di anni ne ho solo trentotto, ma l'ho visto anch'io cambiare il mondo".

Il vecchio sospirò, poi disse: "Ci penso spesso a questa cosa. Non ci dormo la notte, a volte. Sto lì, pancia all'aria, ascoltando il respiro di mia moglie, e mi domando: è il mondo che è cambiato o è la gente che è cambiata?"

"Il mondo è cambiato, creda a me. Anche io ci penso sempre. Io sono lo stesso di vent'anni fa - Elio si tastò un braccio, come ad indicare la sua materialità, la sua impronta di continuità nel tempo- ma il mondo è diverso, è più cattivo di una volta" disse, senza spiegarsi perché si stesse imbarcando in un discorso simile con un vecchietto sconosciuto.

"Crede? Quello che lei sostiene, io lo chiamo scaricabarile".

"In che senso?"

Il vecchio estrasse una sigaretta dal pacchetto e l'accese col mozzicone di quella che stava per finire.

"Scusi, quando parlo tanto mi viene da fumare. Torniamo a noi. Sa, dire che il mondo è cambiato e che noi siamo sempre gli stessi è una balla bella e buona. Il mondo è cambiato, questo è certo. Quando ero giovane, questa città era una delle più ricche d'Italia, le vie formicavano di gente, c'era lavoro, si stava bene, le persone si costruivano il loro futuro giorno per giorno, attimo per attimo. Adesso è tutto diverso. Non so di chi sia la colpa: qualcuno dice delle banche, qualcuno del governo. Io dico che è colpa di dio, non del Dio del papa, un dio normale, un dio naturale, incurante..."

"Il destino".

"Sì, il destino, adesso che mi ci fa pensare. Il destino ha cambiato tutto e ha cambiato molti di noi. Ci ha svuotati, se così si può dire".

Elio fece un cenno con la testa invitando il vecchio a proseguire. Sta esprimendo quello che provo da ieri dopo la telefonata.

"Le faccio un esempio: io sono sempre stato un tipo ottimista, anche perché, senza tracotanza, sono stato un uomo di successo nel mio piccolo. A tredici anni ho iniziato a fare il ciabattino in una piccola bottega. Era il '51. Anno per anno l'attività cresceva. A ventitré sono diventato direttore della ditta, che nel frattempo si era allargata e contava una sessantina di operai. A trenta l'ho comprata. Eravamo terzisti per le maison di moda: noi facevamo le scarpe di pelle e loro le marchiavano. Sono stati anni meravigliosi ed io ero sempre positivo. Ci sono state le stragi di Piazza Fontana e di Bologna, ma io ero positivo. Mia sorella è morta di tumore, ma dopo il periodo di lutto sono tornato positivo. La vita va avanti ed è un dono che nessuno ti farà più. Mio figlio è nato con una patologia cardiaca congenita, ma io e mia moglie abbiamo affrontato i mesi di ospedali e di interventi in modo positivo. Così ne siamo usciti: guardando avanti. Lei si starà chiedendo cosa voglia dire tutta questa tirata" domandò il vecchio, facendo una pausa durante la quale diede due profonde boccate di sigaretta.

"Glielo chiarisco subito: sono arrivato a ottantun anni sulle mie gambe perché sono stato sempre positivo e perché ho creduto in me stesso. Il mondo, caro ragazzo, è sempre stato un luogo inospitale e dio, qualsiasi dio, è sempre stato indifferente alla mia o alla sua vita".

Il vecchio si interruppe nuovamente, come per tirare il filo delle idee, quindi riprese: "La differenza, caro ragazzo, è che una volta la gente ce la metteva tutta per uscire dalla palude, per rialzarsi. Era gente coriacea, gente che aveva visto la guerra, direttamente o da molto vicino. E se hai visto la guerra, amico mio, anche solo dallo specchietto retrovisore, se hai avuto davvero fame, non hai paura di niente: il destino lo pieghi con la forza delle tue mani". L'anziano si concesse l'ennesima pausa e ficcò gl'occhi in quelli di Elio.

"La gente di oggi, invece, si fa piegare troppo facilmente e poi si lamenta che il mondo è una carogna. Mi scusi se mi sono dilungato. Adesso la saluto che mia moglie mi aspetta a casa per le nove".

"Arrivederci...e grazie" ribatté Elio.

"Non c'è di che. In gamba ragazzo!"

È così. Elio rimise la mano in tasca e palpò il bigliettino. Il destino lo pieghi con la forza delle tue mani, pensò, mentre le sue labbra si increspavano in un involontario sorriso.

Sbloccò il display del telefono e guardò l'ora. Le 8 e 53. Ora di andare.


4

Suonò il campanello.

"Chi è?"

"Dovino Elio".

"Buongiorno. Secondo piano, prima porta sulla destra".

Accedette nell'androne e si fermò, incerto se prendere le scale o chiamare l'ascensore. Ma che domande. Puntò il piede sul primo gradino ed iniziò a salire.

Il garage Cadeo si trovava in via Murgia, zona del lago. Nel '99, quando Elio era stato assunto, vi lavoravano in quattro: Gigi Cadeo e suo figlio Massimo, l'operaio anziano Claudio ed Elio, il pivello. Nel 2000 era stato assunto anche Memet, un ragazzino turco che Elio aveva conosciuto all'Istituto Professionale. Al venerdì e al sabato la squadra era coadiuvata da Gaetano, un siciliano sulla sessantina, invalido per lo Stato, ma di fatto abilissimo.

Gli affari andavano a gonfie vele: quante serate passate in officina oltre l'orario di chiusura a smontare paraurti e riparare motori, fino alle nove e oltre, fino a quando Gigi non imponeva di "metter via tutto" e portava tutti in pizzeria.

Nel 2004 aveva conosciuto Maria e l'anno successivo, con la sicurezza di due buoni stipendi (lei faceva la ragioniera in uno studio contabile del centro di Varese), si erano sposati ed avevano comprato un bell'appartamento in una zona residenziale di recente costruzione.

Per due anni la vita di Elio e Maria aveva goduto di un caldo vento a favore.

Poi, poco alla volta, il vento s'era fatto brezza ed infine si era ridotto ad uno spiffero.

Gigi lamentava sempre più spesso che i clienti erano indietro coi pagamenti, tanto che erano stati costretti ad effettuare in più occasioni il fermo dei veicoli. I ponti dell'officina rimanevano sovente inutilizzati ed il ritmo di lavoro era divenuto paurosamente tranquillo. Dalla fine del 2007 l'aiuto di Gaetano non era più stato necessario e nella primavera successiva, dopo la caotica stagione del cambio gomme, Memet aveva ricevuto il benservito. Anche nello studio di Maria tirava brutta aria: alla fine del 2009 le era stata imposta una riduzione del monte ore e di lì a poco aveva dovuto accettare un part-time.

Solo quando fu giunto sul pianerottolo, Elio fu in grado di riemergere dal flusso incontrollato dei ricordi. Andiamo. Abbassò la maniglia.

"Mi segua pure, il ragionier Piranesi la attende in studio", disse la segretaria facendogli strada.

Elio inspirò più profondamente che poté nel tentativo di regolarizzare il battito cardiaco. L'effetto combinato delle rampe di scale, dei ricordi e della tensione gli stavano facendo scoppiare il cuore. Avvertì anche un'improvvisa fitta all'intestino.

Ci manca solo che me la faccia addosso.

"La seguo, grazie".

Spinse in avanti il piede destro e ripensò al vecchietto di prima. Così ne siamo usciti: guardando avanti...sono sempre stato positivo...il destino lo pieghi con la forza delle due mani.

Si assicurò che il biglietto fosse al solito posto, nel fondo confortevole della tasca, e pensò a Maria.


5

Il destino aveva tenuto in serbo l'asso per il 14 giugno 2009.

Elio era arrivato in officina alle otto come ogni giorno da dieci anni, aveva salutato Massimo, che trafficava sdraiato sotto una vecchia Clio, ed era andato nello spogliatoio a cambiarsi.

Alle 10 Gigi l'aveva convocato nel suo ufficio, uno sgabuzzino tappezzato di poster del Milan.

"Dimmi capo" aveva esclamato Elio, varcata la porta.

Gigi piangeva: un uomo di sessantatré anni con quarant'anni di lavoro e tre figli sulle spalle che piangeva come un bambino.

Ci siamo. Avanzò di due passi e strinse il vecchio padrone in un umido abbraccio.

"Ti tengo fino a Ferragosto, poi..." cominciò Gigi, ma un accesso di lacrime ebbe la meglio.

Da quel momento Elio non ebbe più un posto di lavoro stabile: per un paio d'anni si era barcamenato tra un'officina e l'altra ed in seguito si era dovuto adattare a qualche lavoretto in nero o con le agenzie interinali. Nel 2013 i Dovino si erano risolti a vendere la casa, o meglio a cedere il mutuo, ed avevano preso in affitto un bilocale a Cargenate, un paesino a venti chilometri da Varese. L'anno successivo avevano dovuto rinunciare ad una delle due automobili di famiglia. Il progetto di avere un figlio era stato messo in ghiaccio e davanti agli occhi di Elio si era disteso un velo nero, una trama di rabbia, disillusione e mestizia che nemmeno Maria, con la sua forza ed il suo amore, era stata in grado di strappare.

Fino ad una settimana prima.

Aveva visto il biglietto in edicola, sulla mensola dove il signor Ghezzi era solito ammassare le riviste di enigmistica. CERCASI MANUTENTORE/CUSTODE DIURNO PER COMPLESSO RESIDENZIALE IN ZONA MOLINELLA DI VARESE. MANSIONI: PULIZIE E MANTENIMENTO VERDE.

La porta dell'edicola non si era ancora richiusa alle sue spalle che Elio aveva già composto il numero indicato. Senza un motivo particolare, quell'offerta di lavoro, apparentemente una tra le mille che leggeva ogni giorno tra bigliettini, giornali ed internet, lo aveva colpito. Si era presentato, aveva compendiato le proprie esperienze sottolineando che con le agenzie interinali aveva svolto quasi ogni lavoro, ed aveva manifestato la sua disponibilità ad un colloquio.

La segretaria lo aveva ringraziato e gli aveva chiesto di inviare via email il proprio curriculum.

"Qualora il ragionier Piranesi fosse interessato al suo profilo verrà ricontattato".

Così era stato, la mattina precedente, il diciannove maggio 2019.

Chissà quanti altri ne avranno richiamati aveva pensato di primo acchito dopo aver riappeso.

Però la voce mi sembrava lasciar intendere...ma cosa vuoi che ne sappia la segretaria!

Eppure, ora dopo ora la sua fiducia era andata in crescendo. Era stata proprio quella irrazionale escalation di fiducia che gli aveva impedito di parlarne con Maria: non voleva illuderla con una fantasticheria che, molto probabilmente, sarebbe scoppiata come una bolla di sapone.


6

"Piacere, Pietro Piranesi. Si accomodi signor Dovino" lo accolse il ragioniere, un uomo alto e magro dal viso affilato, quasi scavato, che gli ricordò Eduardo De Filippo.

"Piacere mio".

"Allora, lei ha risposto alla nostra inserzione per il ruolo di custode del residence San Carlo di via Borromeo, alla Molinella. Ho dato un'occhiata al suo curriculum e la Elena, l'impiegata con cui ha parlato, se mi intende, mi ha riferito che ha avuto esperienze di lavoro varie ed eventuali. Mi dica pure", lo esortò Piranesi.

"Sì, esatto. Io nasco come meccanico d'auto. Cioè, l'ho fatto per dieci anni fino a quando mi hanno lasciato a casa. Poi ho lavorato per delle agenzie interinali che mi hanno fatto fare un po' di tutto: l'addetto alle pulizie, l'operaio generico, il giardiniere, il magazziniere e cose così. Insomma, ho imparato a fare un po' di tutto".

"Capisco. In qualità di amministratore, sto cercando per il San Carlo un tuttofare che ci sappia fare e che sia veloce, se mi intende. Cerco di essere chiaro: il San carlo è un residence di lusso. I residenti sono medici, avvocati, notai, imprenditori e gente simile. Puntigliosi e scocciatori, se mi intende. Gente che mi telefona appena nota una macchietta sulle scale, se trova quattro foglie sul vialetto d'ingresso, se si brucia una lampadina, se trova due capelli nell'acqua della piscina e potrei andare avanti per un quarto d'ora. L'attuale custode è anziano e va in pensione il trentun maggio. Per sostituirlo vorrei qualcuno in possesso di due requisiti im-pre-scin-di-bi-li: vigore fisico e pazienza, se mi intende. Consideri che il residence è composto da sedici villette indipendenti e quattro bifamiliari inseriti in seimila metri di parco con tanto di parco giochi per i bambini, un'area per i cani, campo da tennis e piscina: di lavoro ce n'è in generale, se poi ci sommiamo le stravaganze dei residenti, se mi intende..."

"Non ci sono problemi. Forza e pazienza non mi mancano. Non sa quante volte ho dovuto assecondare le vecchiette che volevano la macchina pronta in mezz'ora quando erano necessarie due ore di lavoro."

"Allora mi intende. Per me non ci sono dubbi. Se anche per lei non ce ne sono, la farei cominciare il primo giugno alle 8. Giusto, il suo orario: dalle 8 alle 17 pausa inclusa..."

Elio si mise ad assentire con la testa. Piccoli movimenti oscillanti su e giù. Si sentiva frastornato. Uno sciame di insetti si annidò nelle sue orecchie. Possibile che sia stato così facile? Quasi non si accorse che Piranesi, dopo avergli comunicato la cifra del suo emolumento, si era alzato e lo stava congedando.

Si riscosse con un notevole sforzo di concentrazione e scattò in piedi: "La ringrazio tanto dottore. Non sa quanto significhi per me e mia moglie questo lavoro. Grazie ancora".

"Mi fa piacere, signor Dovino, ma non so se mi ringrazierà ancora - disse Piranesi mettendosi le mani tra i radi capelli - dopo che avrà conosciuto la signora Benni della villetta 4. Ringhia peggio di un pitbull, se mi intende".

"La lascerò ringhiare!"

"Non si può fare altro. Prima di uscire prenda appuntamento con la Elena per la stipula del contratto. A presto."


7

Piazza Morandi era quasi deserta. Elio l'attraversò e si dispose sotto la pensilina del pullman, anch'essa deserta. Diresse gli occhi verso il palazzo in cui era cresciuto e si accese una sigaretta. A trentotto anni ricomincio da zero. Ricomincerò anche a fumare, tanto con milledue al mese ci stanno trenta euro di sigarette. Infilò le mani nelle tasche.

Nella destra trovò il biglietto magico. Aveva sentito fin dal primo istante che sarebbe stato un biglietto vincente. Lo tirò fuori: era ormai ridotto ad un rettangolo di cartoncino sgualcito e quasi illeggibile, ma è il mio biglietto per il futuro. Lo infilò nel portafogli con il progetto di incorniciarlo.

Nella tasca sinistra avvertì la forma del cellulare. Lo prese e sbloccò lo schermo. Oltre alla chiamata di quel mattino, trovò un messaggio di Maria: SE NON TI TROVO A CASA QUANDO TORNO DAL LAVORO CHIAMO I CARABINIERI.

Accennò un sorriso.

Erano da poco passate le dieci. Avrebbe fatto in tempo a tornare a Cargenate, a passare dalla fiorista e a rincasare prima che Maria fosse rientrata. Avrebbero festeggiato insieme. Avrebbero scritto la prima riga della loro nuova storia.

"La vita è come un vento. Un giorno ce l'hai a favore, un giorno tira contrario. Comunque sia, bisogna resistere, senza farsi sbatacchiare come fuscelli. Dobbiamo resistere e rimanere noi stessi, coi nostri sogni e l'entusiasmo dei giovani che siamo stati. Solo così possiamo piegare il destino" disse a sé stesso.

"Sta bene, signore?"

Elio si accorse che non era più solo alla fermata. Una signora lo guardava, stranita.

"Sto bene, grazie. Non stavo così bene da...da anni. Parlavo del destino. Il nostro destino lo decidiamo noi. Bisogna restare positivi ed evitare le buche della vita".