Padre

08.01.2021

Di Piergiorgio Andreani 

Parte 1

"La partenza"


24 maggio 2020, ore 08:00


Giny si svegliò di soprassalto. Aprì gli occhi e si guardò intorno. Il suo cellulare stava squillando. Allungò lentamente il braccio intorpidito e afferrò l'apparecchio. Odiava interrompere il sonno in quel modo, perché le faceva venire il mal di testa. Appena lesse il nome sul display, però, si rilassò e fece tap sull'icona verde.


"Giny! Sai che giorno è oggi?"

"Ciao. È domenica. Sono le otto e stavo dormendo."

"Esatto!" disse allegro suo padre, ignorando la lamentela. "Ma soprattutto è la prima domenica dopo la fine della..."

"Quarantena."

"Esatto!" ripeté con più enfasi. "Hai capito cosa voglio dirti?"

Giny sbadigliò e sorrise.

"Si, ho capito. Vuoi tornare lassù."

"Non dirmi che non ci avevi ancora pensato. Volevi forse sfuggirmi, questa volta?"

"Ma no, vengo sempre volentieri, lo sai."

"Bene. Passi a prendermi tu?"

"Ok, dammi il tempo di alzarmi e prepararmi. Tra un'oretta o poco più, va bene?"

"Ottimo! A dopo."

"A dopo, Padre."


-


Giny si stiracchiò e decise di rimanere a letto ancora per qualche minuto. Sorrise al pensiero dei primi segnali di libertà dopo mesi di clausura forzata. Non era mai stata così a lungo lontana dai suoi genitori.

Viveva da sola da un paio di anni, anche se tra casa sua - un piccolo appartamento in affitto - e quella dei suoi non c'erano più di dieci minuti di cammino. Quando aveva iniziato a pensare di fare il grande salto era molto impaurita. Loro l'avevano appoggiata e aiutata a trovare una soluzione che le permettesse di non allontanarsi troppo.

Il lunedì precedente aveva potuto riabbracciarli - anche se non letteralmente - e si era resa davvero conto di quanto le fossero mancati. Soprattutto lui, l'uomo che in un mix di ironia e riverenza chiamava Padre.

Scostò il lenzuolo e si diresse verso il bagno. Fece una doccia veloce, lavò i denti e si sciacquò il viso. Mentre si guardava allo specchio rimproverò sé stessa. Suo padre aveva ragione: ora che la quarantena era terminata, una cosa così sacra per loro, come la passeggiata insieme all'Infernaccio, poteva venire in mente anche a lei. Le dispiaceva di non averci pensato ed era felice che ci avesse pensato lui.

Indossò i vestiti e le scarpe da escursione e preparò in velocità un po' di provviste. Prese un paio di borracce e un telo da mare, perché adoravano stendersi sul prato davanti all'Eremo e rilassarsi guardando il cielo. Mise tutto nello zaino. Tornò in bagno e applicò un leggero trucco per risaltare il bel verde dei suoi occhi. Sistemò alla meglio i capelli, castani ma tinti di un rosso scuro, mossi e lunghi fino alle spalle. Una breve colazione ed era già fuori dall'appartamento.

L'utilitaria di Giny aveva undici anni ma faceva ancora il suo lavoro e a cambiarla non ci pensava affatto. Non che potesse permetterselo, in quel momento. Sistemata la roba e acceso il motore, l'autoradio partì in automatico, sintonizzandosi su una radio commerciale che stava trasmettendo una hit del momento, una di quelle che suo padre definiva Il massimo del risultato col minimo dello sforzo. Mentre accelerava e usciva dal parcheggio, Giny immaginava già cosa sarebbe successo: lui non avrebbe retto l'affronto musicale e avrebbe cercato di cambiare stazione o di mettere la sua musica.


-


Il padre la stava aspettando di sotto, col suo tipico sorriso arzillo. Mise lo zaino nel portabagagli ed entrò in auto, sedendosi sul lato passeggero.

"Padre, non siamo conviventi."

"Vorresti costringermi a fare un'ora e mezzo di viaggio sul sedile posteriore? E poi devo assolutamente togliere questa oscenità che stai ascoltando."

Attaccò una chiavetta USB e iniziò a sfogliare le cartelle dei suoi gruppi preferiti.

"Oggi ci vuole qualcosa di tosto", disse. Poi aggiunse: "Niente Lezioni, promesso."

Le Lezioni. Ciò di cui parlava erano in realtà una delle cose che gli avevano permesso di aiutare sua figlia ad affrontare la vita quando era adolescente. Da enorme appassionato di musica dei suoi anni di gioventù e non solo, gli era venuta l'idea di usare alcune canzoni per rafforzare i consigli che dava a sua figlia.

La prima volta fu quando lei aveva dodici anni ed era sovrappeso. Era evidente che ne soffrisse molto anche se non ne parlava mai. Un giorno lui decise di tirare fuori l'argomento, e le offrì il suo aiuto nel fare qualcosa per volere più bene a sé stessa.

"Nei momenti in cui sei scoraggiata e vorresti mollare, prova ad ascoltare musica. Se associ una canzone a qualcosa per cui stai lottando, te ne ricorderai ogni volta che la senti." le disse, facendo partire un pezzo di Ben Harper dal PC. Anche se non capiva ancora bene l'inglese, la melodia dolce e intensa colpì Giny fin da subito.

Non si era mai preoccupato di scoprire se la cosa avesse un fondamento scientifico in psicologia, ma aveva funzionato. Giny aveva iniziato ad andare in palestra - non aveva più smesso, in realtà - e perso peso.

Mentre l'auto si metteva in marcia, dall'autoradio partì un pezzo country dei Creedence Clearwater Revival.

"Così va meglio!", esclamò suo padre. Erano di nuovo insieme, ed era tutto perfetto.


Parte 2

"Il cammino"


L'auto di Giny imboccò il sentiero tortuoso e dissestato che portava alla gola. Si fermarono, come facevano sempre, alla fontanella per riempire le borracce di acqua di montagna. Giunsero, infine, nell'area di parcheggio di Valleria. Durante il viaggio avevano parlato di quanta gente avrebbero trovato lassù, in una domenica di sole appena dopo la fine della quarantena. L'ultima cosa che si aspettavano era che non ci fossero altre auto. Eppure così era.

Scesero nella completa solitudine. Giny era molto sorpresa. Indossarono le scarpe da trekking e si avviarono.

"Finalmente!" affermò suo padre, fiero come l'Ulisse dantesco, mentre attraversava le due colonne di pietra a base quadrata, non troppo alte ma comunque solenni, che erano a guardia del punto di partenza. Giny sorrise e lo seguì.

Il tratto iniziale era quasi pianeggiante. Alla loro sinistra c'erano alte rocce ricoperte di piante rigogliose, mentre a destra si estendeva un ampio strapiombo sovrastato dai monti e da un cielo di un azzurro intenso, interrotto solo qui e là da pigre nuvole bianche.

La loro passeggiata aveva delle tappe tradizionali e la vista della gola era la prima. Una frana, nel marzo del 2018, aveva provocato il distacco di un enorme pezzo di roccia dalla parete opposta, franato a valle lasciando una nicchia che, grazie al diverso colore della pietra sottostante e alla brusca interruzione della vegetazione, aveva una forma ben delineata. La prima volta che la videro Giny pensò a un'unghia mentre a lui, chitarrista dilettante, sembrava un plettro.

"Chissà quanto ti sarà mancato il Plettro, Padre. Hai suonato sempre senza fino a oggi?"

"Vedo che la quarantena ha fatto malissimo al tuo senso dell'umorismo. O sei sempre stata così e in questi mesi ho dimenticato?"

Era uno di quei momenti in cui si divertivano a punzecchiarsi a vicenda. Giny alzò le spalle. "Mi avete fatta così tu e la mamma."

Suo padre sospirò.

"Già. Che imperdonabile errore." disse, iniziando a incamminarsi.

Giny spalancò la bocca e finse un'espressione indignata di stupore, accompagnandola con le mani sui fianchi.

"Rimangiatelo subito!" disse, raggiungendolo. Risero insieme. Lei gli appoggiò la testa sulla spalla e lui le baciò i capelli.

Non dovettero proseguire molto per raggiungere le Pisciarelle. Annunciata da piccole cascate d'acqua che creavano un microscopico rivolo alla sinistra del sentiero, c'era un grosso spiazzo dal quale si poteva proseguire a sinistra, sotto gli schizzi d'acqua che davano il nome al posto, mentre, per i veicoli del soccorso e delle guide montane, un ponte a destra conduceva a un tunnel, che tagliava l'inizio della gola per qualche centinaio di metri.

Giny e suo padre attraversarono le cascatelle d'acqua senza fretta, come se non bagnarsi almeno un po' fosse stato un sacrilegio, ascoltando il rumore dell'acqua che si infrangeva su alcune grosse rocce, destinate a essere scavate ancora per tanti anni. Rividero le targhe, incastonate nella parete, dedicate ad alcune persone morte nella gola diversi decenni prima. Informandosi erano venuti a sapere che uno di loro era scivolato nel fiume Tenna, mentre gli altri erano stati travolti da una valanga. Nella stagione fredda la neve tendeva ad accumularsi per poi, a volte, riversarsi a valle. Le scritte erano state rese poco leggibili dal tempo e i loro volti, nelle immagini vecchie, erano riconoscibili solo da vicino.

"Mi faresti una foto sotto la cascata?", chiese Giny porgendo il suo cellulare a suo padre.

"Ai suoi ordini, sua Eccellenza."

Scattò mentre lei, dietro le gocce d'acqua che cadevano, guardava verso l'alto. Tornata a casa ne avrebbe fatto un post o una story. Non ora, però. Ora c'erano solo loro e la passeggiata.

Le leggende sull'Infernaccio parlavano di culti negromantici presenti secoli prima in quelle vallate. I racconti si estendevano anche a fate e demoni e ad altri luoghi dei Sibillini. Tuttavia l'unica cosa che Giny trovava inquietante era il tunnel, elemento moderno che spiccava in un posto colmo di fantasie antiche. Era quasi sempre chiuso agli escursionisti da entrambi i lati, ma in una delle loro visite passate, al ritorno, lo avevano trovato aperto e avevano voluto togliersi lo sfizio di attraversarlo. Niente di così terrorizzante, ma era comunque buio e stretto.

Si avvicinarono al cancello chiuso e diedero una rapida occhiata all'interno. La vista del cunicolo che proseguiva nell'oscurità infondeva una forte sensazione di attesa di qualcosa che sbucasse all'improvviso, come nei film. Finsero di rabbrividire sorridendo e si avviarono verso la salita.


-


Continuavano a non incrociare nessuno. La magia di quel posto era più forte, nel silenzio. Giunsero alla casetta sul fiume, a destra del sentiero. Quella curiosa struttura di pietra, affiancata da una rumorosa cascatella proveniente dal fiume, sembrava fatta apposta per stimolare gli istinti avventurosi dei bambini, come le case sugli alberi o le grotte, e anche Giny, da piccola, non ne era rimasta immune. Per entrarci senza arrampicarsi da davanti, che era troppo alto per un bambino e significava dover bagnare almeno le scarpe, era necessario scavalcare un ammasso di pietre a sinistra e fare tutto il giro da dietro senza scivolare. Non era stato facile, ma con l'aiuto di suo padre ci era riuscita per la prima volta ed era diventato uno dei suoi luoghi preferiti nella gola.

Ora che ci era appena tornata, alla veneranda età di ventidue anni, decise che non poteva tornare a casa senza entrare nella casetta di nuovo. Così, con prudenza, scavalcò le pietre e fece il giro. Scivolò appena una volta, poi entrò. Lui le scattò una foto mentre mimava un'espressione di stupore infantile.

Tornando indietro sentiva la sensazione di sollievo e libertà crescere dentro di lei. Ringraziò di nuovo suo padre col pensiero per aver voluto tornare lì.

Pochi passi più avanti, sulla sinistra, c'era la statuetta della Madonna posizionata in una nicchia nella parete rocciosa, che si poteva ammirare grazie ad alcune strutture metalliche che servivano da ponte per superare alcuni punti a leggero strapiombo sull'acqua. Si erano sempre chiesti in che modo fossero riusciti a posizionarla così in alto.

Tre uomini, due di mezza età e un giovane sulla ventina, vennero verso di loro incrociandoli. Dovevano essersi mossi di buon mattino per essere già di ritorno così presto. Suo padre li salutò:

"Salve!".

Il più anziano sorrise e rispose.

"Benvenuti."

Erano le uniche persone incontrate fino a quel momento. Non ne avrebbero viste altre, ma Giny non poteva saperlo.

Poco dopo raggiunsero un altro posto che amò rivedere: un piccolo guado nel sentiero. C'era la possibilità di andare dritti e utilizzare un ponte di legno per superare il fiumiciattolo senza bagnarsi, ma a destra una struttura di pietra formava un'altra piccola cascata e, visto il basso livello dell'acqua, permetteva di guadare, nei punti giusti, se avevi un buon paio di scarpe impermeabili. Era un altro momento che non poteva non finire tra i preferiti di un bambino. Giny guadò, come faceva da piccola, mentre suo padre le scattava una foto proprio nel momento in cui perdeva appena l'equilibrio, catturando una posa alla Indiana Jones di cui risero forte.


-


L'Albero del Teschio era lì ad aspettarli. Lungo la salita che portava al bivio per l'Eremo c'era una pianta dalle ampie radici visibili sul terreno e quasi del tutto ricoperta di muschio. Tre strani buchi sul tronco, che apparivano come due occhi e una bocca, avevano alimentato la loro fantasia fino a generare quel buffo soprannome. Da piccola Giny aveva voluto farsi molte foto vicino a quell'albero. Ed era stato lì che, durante un'altra passeggiata quando era adolescente, aveva trovato il coraggio di parlare a suo padre di quello che le era accaduto a scuola mesi prima.

Un ragazzo più grande, che non conosceva, l'aveva incrociata per caso in bagno e, approfittando del fatto che non c'era nessuno, l'aveva usata. Era il termine che a Giny appariva più appropriato. Nei pochi secondi in cui quelle mani finirono dove lei non avrebbe voluto, paralizzata da un misto di terrore, disgusto e novità - non era mai stata toccata prima ed era ancora alle prese col suo percorso contro i chili di troppo - vide, negli occhi del suo molestatore, ciò che non si aspettava: paura, indecisione, senso di colpa. Il tutto era finito quasi subito e non era andato troppo oltre, con lui che era uscito dal bagno di corsa e non si era mai più avvicinato. Giny non capiva quale forza avesse spinto quel ragazzo sconosciuto a fare qualcosa di cui non sembrava convinto nemmeno lui. Era la sua strana espressione che la spinse a non denunciarlo.

Tempo dopo, per caso, rivide quello stesso sguardo, quel tentativo mal riuscito di rimanere fiero pur sapendo di aver fatto qualcosa di terribile, in un ragazzino nero nel finale di un film che le piacque da morire, American History X. Quella scena - senza farlo apposta, nei bagni di una scuola - le fece pensare che il ragazzo che l'aveva molestata aveva agito per dimostrare a sé stesso di essere ciò che il suo mondo gli imponeva. Ma, come il personaggio di quel film, aveva capito troppo tardi che non era così.

Nella sua mente molto si annebbiò in quel periodo, sull'amore e sull'intimità. Era arrivata perfino a pensare di essersi pentita di aver lavorato sul suo aspetto fisico e sulla sua autostima. Perché fare qualcosa per piacersi e piacere di più, se provoca tutto questo? pensava la sua mente di ragazzina.

Nel periodo prima di parlarne con suo padre, aveva sviluppato un'avversione per il contatto fisico, anche nei confronti delle persone che amava, pur non arrivando mai al punto di avere reazioni che potessero generare domande. Odiava sentirsi in quel modo e non poteva farci nulla. Gli abbracci non avevano più lo stesso effetto di prima. Si sentiva insensibile e, di conseguenza, sola. Fu un bene che quel giorno di diversi anni prima, all'Albero del Teschio, non passò nessuno per almeno una decina di minuti, perché quando finalmente la lei adolescente si decise a parlarne esplose in un forte pianto, a causa del malessere che aveva accumulato dentro. L'abbraccio che suo padre le diede fu il primo a sapere di nuovo di bello, di amore. Giny pensò in seguito a quanto fuoco potesse esserci dentro il cuore di un genitore che scopre che sua figlia ha subito molestie, e quanto probabilmente gli era costato mantenere la calma, preferendo la serenità di lei. Quel giorno lui lasciò che si sfogasse e poi, appena furono pronti per ripartire, le promise che avrebbe scovato un pezzo per una Lezione su questo. La fece ridere e sentire protetta allo stesso tempo. Pochi giorni dopo le suggerì Baby can I hold you di Tracy Chapman.

Mentre si faceva fare una foto con l'Albero, nella mente di Giny riaffiorarono istantaneamente tutti i ricordi che rendevano speciale quel posto e l'uomo che era con lei. Si rialzò e di istinto lo strinse forte.

"Mi sei mancato, Padre", gli sussurrò.

Lui capì subito e ricambiò senza parlare. Poi disse sorridendo:

"Se fai così per qualche mese di quarantena, cosa farai quando sarò morto?"

"Non dirlo nemmeno per scherzo." disse Giny senza riaprire gli occhi.

Ci vollero pochi passi per arrivare al bivio per l'Eremo. A destra un sentiero si inerpicava in leggera salita verso il bosco di faggi, mentre a sinistra la via continuava pianeggiante per la foce del fiume. A poca distanza da lì, proseguendo per la foce, il terremoto aveva formato un nuovo laghetto, che avevano visitato in passato. Questa volta, però, la meta non era quella, per cui iniziarono a salire, lasciandosi alle spalle il segnale di legno con su scritto Eremo San Leonardo.


-


Di solito l'idea di una passeggiata nella natura si accompagna alla speranza che il tempo sia favorevole, che il sole splenda ma non troppo, che la temperatura sia mite, e che non si scatenino fenomeni avversi. Se c'è un posto, però, in cui a Giny veniva voglia di sperare che piovesse, era la foresta di faggi che si incontrava salendo verso l'Eremo.

Le fronde, così fitte da filtrare quasi tutta l'acqua, permettevano agli escursionisti di godere di un meraviglioso insieme di cose che stimolavano i sensi: il silenzio del bosco, l'armonia dei tronchi, il fitto ticchettio delle gocce sui rami e, se vicini al fiume a sufficienza, lo scorrere dell'acqua. Il potere terapeutico che ne derivava, quella sensazione di purezza e di ritorno all'essenziale che pervadeva quei luoghi, in cui nessuna forma di stress trovava spazio, era secondo Giny molto più potente non quando ti veniva steso il tappeto rosso di una giornata luminosa, bensì se la natura lasciava andare sé stessa senza avere troppo riguardo per gli ospiti. Trovarsi sotto un acquazzone non era comunque auspicabile, per cui il riparo che quel bosco offriva era provvidenziale, oltre a renderlo una delle zone più suggestive di quel magico percorso.

Quando erano partiti, le nuvole nel cielo erano bianchissime, ma ora si erano fatte più grigie e, appena pochi minuti dopo l'inizio del bosco, alcune gocce iniziarono a precipitare, esaudendo il desiderio di lei. Ancora una volta si capirono al volo, sorridendosi a vicenda. Il sentiero diventò di pietre e si fece leggermente più ripido. Suo padre iniziò ad accusare un po' di stanchezza, così optarono per qualche minuto di sosta.

Lui le chiese se le settimane vissute da sola l'avessero cambiata un po', se l'avessero aiutata a maturare più forza nei momenti in cui si era trovata a decidere per sé stessa senza poter avere accanto le persone che amava. Lei disse di sì, che la paura dei grandi salti come quando era andata a vivere per conto suo era ormai superata, ma il sollievo che le dava essere tornata lì con lui la inebriava e non aveva alcuna intenzione di sottrarsene.

"Se stai bene da sola, non ti ferma più nessuno.", disse lui.

"Già, ma non mi piace essere sola per troppo tempo."

Suo padre la guardò per alcuni secondi. Poi disse:

"Farò ciò che potrò. Sei pronta per andare?", le chiese.

"Si."

"Bene. Non manca molto."


-


Lo stretto sentiero terminava quasi di colpo, così come le fronde degli alberi che proteggevano il loro cammino. Arrivarono all'Eremo che era quasi ora di pranzo. La pioggia era già finita e il sole, che fece capolino in pochi secondi, picchiava abbastanza. Alla loro sinistra rividero la fontanella di pietra dal getto continuo alla quale riempirono di nuovo le borracce in vista del ritorno. Di fronte a loro il sentiero riprendeva per portare alle Cascate Nascoste, ma molti, tra cui suo padre e lei, preferivano fermarsi lì.

"Padre, non c'è nessuno nemmeno qui. Non è strano?"

Lui non rispose, limitandosi a osservare intorno. Si avvicinarono alla chiesa e andarono in cerca di un buon punto per riposarsi e mangiare qualcosa. L'edificio risentiva ancora delle conseguenze del terremoto. Sul lato sinistro c'erano delle impalcature e una staccionata di legno impediva agli escursionisti di avvicinarsi alla facciata e al prato antistante. A sinistra dello spiazzo un muretto bianco proteggeva da un pericoloso strapiombo che dava sulla Gola.

Giny osservò la radura rivolgendo lo sguardo alla fontanella, poi si girò di nuovo. Era sicura che non ci fosse nessuno quando erano arrivati, ma in quel momento vide tre uomini sul prato, dall'altra parte del recinto, molto vicini alle scale del santuario. Sembravano essere comparsi dal nulla. I teli su cui erano seduti erano malridotti e poco recenti. Vide i loro vestiti e i volti. Di colpo li riconobbe. Per un attimo aggrottò la fronte, credendo di essersi sbagliata. Come potevano essere gli stessi uomini che avevano incrociato vicino al guado più di un'ora prima? Suo padre e lei stavano salendo, quei tre scendevano. Se per assurdo fossero tornati indietro e arrivati lì prima di loro avrebbero dovuto essere superati, ma era certa che così non fosse stato. L'ultimo barlume di dubbio sulla loro identità crollò quando uno di loro, rivolgendosi a entrambi, ripeté le stesse parole della prima volta:

"Benvenuti."

Giny guardò suo padre.

"Sono quegli uomini che abbiamo incrociato a valle. Come può essere?"

"Questo è il loro posto", rispose lui senza guardarla.

"Ma... che vuol dire che è il loro..."

"Entrate pure!" disse il più giovane dei tre uomini. "È aperto."

Giny aveva la bocca quasi spalancata ma non se n'era accorta. Era stata travolta dalla stranezza di ciò che stava accadendo. Suo padre fu più deciso e aprì il cancelletto spingendolo, incamminandosi lentamente verso i tre. Lei lo seguì senza dire nulla.

Di colpo il sole iniziò a scendere. In pochi attimi si fece pomeriggio inoltrato, poi venne il tramonto e, infine, fu sera. Accadde tutto in pochi attimi. Il cuore di Giny non aveva mai battuto così velocemente. Non capiva cosa stava accadendo e non riusciva ad avere la lucidità di chiederlo, o di gridare, o qualsiasi altra cosa. Suo padre si avvicinò e la strinse a sé, sostenendola. Va tutto bene. Era la voce di lui, ma la sua bocca non si era mossa. L'aveva sentita attraverso la mente. All'improvviso sentì il corpo rilassarsi a poco a poco, come se qualcuno le avesse dato un forte tranquillante. Si sedettero vicino ai tre uomini.

Giny non aveva la minima idea di cosa le stava capitando e perché, ma quella quiete artificiale le impediva di perdere di controllo. Gli escursionisti guardavano suo padre sorridendo, come se fossero suoi amici di vecchia data e avessero fatto quella passeggiata tutti insieme. Poi il più anziano le parlò:

"Mi chiamo Lorenzo, e loro sono Giuseppe e Mauro. Se ci guardi bene, capirai che sai qualcosa di noi."

Giny rimase in silenzio per alcuni secondi. Poi disse:

"Le targhe. Sotto le Pisciarelle. Siete voi."

"Corretto."

"Per questo Padre diceva che è il vostro posto."

"Esattamente. Qui è dove ci siamo svegliati, se così possiamo dire. Dopo che eravamo, ecco... trapassati. Anche tuo padre è dei nostri, adesso."

"Cosa vuol dire?", chiese lei, confusa, ma sempre sotto quella specie di ipnosi. Sembrava una bambina imbronciata.

"Che anche lui rimarrà qui. Con noi.", pronunciò una nuova voce.

Giny alzò lo sguardo. Proveniva dalla facciata della chiesa. Le impalcature non c'erano più e, nella luce della luna, appariva molto luminosa. Dalle scale scendeva una figura minuta. Era un uomo anziano, con occhiali da vista e i capelli e la barba di un bianco intenso, vestito con un saio. Lei conosceva bene la storia di quei luoghi, e appena lo vide seppe chi era. Padre Pietro Lavini. Il frate rimase in piedi e continuò.

"La verità è che nemmeno io ho capito del tutto, proprio come tu non riesci a comprendere ora. Quando sono passato dall'altra parte l'unica certezza che ho avuto è che la vita non finisce. Non ho visto Dio, o Gesù, o angeli portarmi nel Paradiso in cui ho sempre creduto. Mi sono semplicemente ritrovato qui. Non so come accada e non so cosa sia quella forza che, proprio in questo momento, ti sta aiutando ad accettare quello che stai vivendo senza impazzire. Però devo ammettere che l'idea che il Paradiso a cui aspiriamo in tanti non sia un luogo in cielo dove si cammina sulle nuvole, bensì il posto che hai amato di più, non mi dispiace. Sappi questo, Giny: tuo padre non si dissolverà nel nulla. Sarà felice. continuerà a vivere qui con noi. E anche nel tuo mondo, grazie a te."

Giny si girò verso suo padre. Lui le rivolse il più bello dei sorrisi che avesse mai visto. Poi le prese le mani. Lei non si mosse.

"Ti amerò per sempre. E ricorda le Lezioni."

In quel momento, il cellulare di lei squillò.


Parte 3

"Il risveglio"


24 maggio 2020, ore 08:00

Giny si svegliò di soprassalto. Aprì gli occhi e si guardò intorno. Ho sognato, pensò in preda a un'improvvisa confusione. Ho sognato tutto. Eppure è successo, mi ha chiamato e siamo andati lassù e... Il suo cellulare stava squillando. Mi sta chiamando. È lui. Allungò la mano e lo afferrò sporgendosi verso il comodino. Sul display non c'era Padre, bensì un numero sconosciuto, molto corto. Fece tap sull'icona verde.

"Buongiorno, qui è l'ospedale di Macerata. Sono il dottor Poli dal reparto Covid. Lei è Eugenia Nardone, figlia di Salvatore, ricoverato qui?"

"Ricoverato?" Scrollò violentemente la testa e fece un respiro profondo. Il mondo reale la travolse di colpo. Non c'era stato nessun Infernaccio. Suo padre aveva contratto il virus ed era stato portato in ospedale qualche giorno prima. "Si... mi scusi. Si, sono io. Come sta mio padre? Si sta riprendendo?"

"Signorina, suo padre è peggiorato durante la notte. Ha avuto una crisi respiratoria. Non so come dirglielo... Purtroppo non c'è più."

Non c'è più. In una frazione di secondo, nella mente di Giny, si alternarono mille significati di quelle parole. Ma erano irrazionali, ridicoli, disperati. Nessuno di questi resse quando provò ad aggrapparvisi. Scivolavano via. Alla fine provò con la passeggiata che credeva di aver appena vissuto ma, quando la afferrò col pensiero, anche questa cedette. Così cadde. Perse i sensi e scivolò dal letto, urtando il pavimento con un fianco.


Parte 4

"Il ritorno"


24 settembre 2020, ore 8.00


Il periodo più brutto della vita di Giny non accennava a terminare. Non aveva più quelle incontrollabili crisi di pianto dei primi tempi dopo la scomparsa del padre, che la provavano fino a farle venire il mal di stomaco. La disperazione, però, sembrava aver lasciato il posto all'apatia. Ogni tanto aveva provato a riprendere qualche libro in mano, ma non riusciva a concentrarsi abbastanza da poter studiare, e il suo percorso all'università si era fermato. La madre soffriva quanto lei e nessuna delle due pareva avere sufficiente forza per poter aiutare l'altra, così anche il loro rapporto si era raffreddato un po'. A Giny dispiaceva molto, ma non sapeva come evitarlo. Aveva solo voglia di stare sola.

Quella mattina, quattro mesi dopo, aprì gli occhi per caso alla stessa ora di quel maledetto giorno, quando a svegliarla fu la chiamata dall'ospedale. Quell'ultima passeggiata era stata così viva e reale che tuttora rifiutava di ammettere che non fosse mai avvenuta. Ma nel suo cellulare non c'erano le foto che avevano fatto. Forse era per questo che non aveva mai detto niente. Si vergognava. Aveva paura di essere impazzita senza rendersene conto.

All'improvviso scosse la testa e prese la decisione. Tornerò da lui. Si alzò e si preparò.


-


Giny percorreva gli ultimi metri che la separavano dalla meta, da quel posto in cui, fino a quel momento, non aveva più avuto la voglia né la forza di tornare. Ogni tappa di quella camminata le aveva ricordato qualcosa di lei e suo padre insieme, ma era più concentrata sull'arrivo, sul posto dove quattro mesi prima lo aveva lasciato. O voleva credere che fosse stato così.

Giunse nello spiazzo che era quasi mezzogiorno. C'era un solo escursionista, che proprio in quel momento si incamminava verso le Cascate Nascoste. Avanzò, del tutto sola, nella piccola radura. Stese l'asciugamano sotto un albero, vicino alla staccionata di legno.

Era partita senza pensare troppo a cosa aspettarsi. Probabilmente nulla. Aveva agito d'impulso credendo che le sarebbe servito, non preoccupandosi del resto.

Tirò fuori un paio di panini. Prese il powerbank e lo attaccò al suo lettore musicale, che si era scaricato una decina di minuti prima. Mentre mangiava, si guardò intorno: non arrivava nessuno, la fontanella in fondo continuava a scrosciare senza sosta e un vento leggero faceva rumoreggiare le fronde degli alberi.

Poi si sdraiò, chiuse gli occhi e fece ciò che aveva sempre fatto quando andava lì con suo padre: si lasciò andare al silenzio e alla pace. Resterò qui, si disse. Resterò qui finché non accade qualcosa. Il pensiero le sembrò assurdo e logico insieme. Si cullava nell'irrazionalità, convinta che prima o poi avrebbe capito, che quel giorno sarebbe scesa dall'Eremo sapendo cosa avrebbe fatto della sua vita. Non c'è nessuno. È proprio come l'altra volta. Riaccadrà.

Rimase distesa per oltre un'ora. Respirò regolarmente e non mosse alcun muscolo. Poi riaprì gli occhi. Erano umidi di lacrime. Il cielo rimaneva chiaro. Non si era fatto notte in pochi attimi. Non erano apparsi fantasmi di uomini morti quarant'anni prima. Nessun Padre Pietro. E Nessun Padre. Si sentì piccola e sciocca. Una bambina sperduta che si era intestardita a credere che fosse tutto vero, che avrebbe potuto passare dal mondo reale a quello dei sogni solo perché lo desiderava così tanto. Le lacrime iniziarono a scenderle sulle guance. Si girò su un fianco e, per alcuni minuti, pianse.

Poi si rialzò. Staccò il lettore musicale dal powerbank e lo prese in mano. Si incamminò lentamente verso il muretto bianco. Lo raggiunse e si fermò per alcuni secondi. Alzò un piede e lo appoggiò. Salì in bilico, appoggiando anche l'altro. Guardò in basso. Immobile e in equilibrio mise gli auricolari. Prese un ampio respiro e chiuse gli occhi, facendo partire la musica.

Li riaprì di colpo. La canzone che suonava era quella interrotta quando si era scaricato? Avrebbe giurato di no. Giny riconobbe all'istante la melodia e le parole che uscivano dalle cuffiette. Il cuore le balzò quasi fuori dal corpo.

Now I have heard a hundred violins crying

And I, I have seen a hundred white doves flying

But nothing is as beautiful as when she believes

When she believes... in me

Nulla è così bello come quando lei crede in me.

When she believes di Ben Harper. La prima Lezione. Non era forse così che l'aveva sempre aiutata? Alla fine, ciò che sperava di trovare lassù era arrivato. Ascoltò la canzone ammirando il cielo, i monti e la vallata, e piangendo di gioia.

Poi scese dal muretto, mise tutto nello zaino e, con gli occhi umidi e il primo sorriso dopo tanto tempo, prese la strada di ritorno.