RACCONTO BREVE 3

Di Enrico Papaccio

Tenere la penna in mano. La carta intestata. La firma seguirà alle parole. Il terrore di cominciare.

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La penna incide sulla carta come un bisturi sulla carne.

Come il vigliacco esito per la paura del dolore. L'inchiostro come il sangue. La mano come l'assassino. L'uomo, come il suicida.

Sul vetro della finestra è riflesso il volto di un uomo che fuma. Fuori, la pioggia.

È più d'un mese. Un'eternità. Una vita intera. Ho tradito!

Quaranta giorni di silenzio e fesserie. Quaranta giorni da profugo in un pianeta non mio!

Credetelo! Ho tradito!

Ho tradito a tal punto che la penna tace, rifiuta di venire in mio soccorso come solo lei è stata capace quando ne avevo più bisogno.

Ho lasciato che il mostro prendesse il sopravvento.

L'ho scusato usando tutta l'astuzia dei libri, tutto il coraggio della filosofia, tutta la libertà che l'arte mi ha donato.

Ho fatto di lui un eroe. L'ho definito e incorniciato con le parole più sublimi. L'ho difeso. Ho combattuto al suo fianco. Ho prestato a lui giuramento!

Uno schiavo!

Ho permesso che mi facesse suo schiavo.

Non dovrebbe essermi più concesso di scrivere. Non più. Ho perso questo diritto.

Ho perso l'unico diritto che avevo.

Sono stato io: l'ho perso di proposito!

Non merito questa carta. Un uomo che si fa schiavo di una volontà, un uomo che rinuncia alla sua libertà in cambio di pochi istanti di lussuria, non merita questa carta.

Dovrei esser condannato a guardare il riflesso di quel mostro sullo specchio per il resto del tempo che ancora mi rimane; e che sia lungo! Che la tortura sia lunga! Che la natura voglia tenermi sano ancora cent'anni e cent'anni ancora!

Non oso, ancora lui... quel volto mi ripugna!

Ma voi! Voi dovete! Dovete vi dico!

Non abbiate pietà! O anzi, peggio, abbiatene! Commiseratemi! Questo solo, io merito da voi.

Fate costruire uno specchio tale che m'impedisca di non vedere altro che il mio volto per la sua imponenza; e poi... si, poi disponetelo in uno stadio, e sedete sugli spalti, tutti là, insieme ai vostri figli.

Ché il mostro non sia nascosto e difeso dalle mura di una prigione!

Indicatemi con la mano e tenete in silenzio le vostre mogli!

Al più, bisbigliate.

Ma che la vostra sia una presenza sentita, o la tortura non sarà completa!

Tradito!

Parola peggiore di questa non può darla una penna.

Il cielo non fa che piangere: ha perso un uomo e ha trovato uno schiavo.

Tradito!

Quanto poco sono stato capace di resistere... quanto poco sono portato per esser uomo!

Grida! Grida Cielo! Fa dei tuoi tuoni la mia sveglia! Fa della tua pioggia l'acqua per la mia anima perduta!

Anche ora il mostro mi tenta! Con tutta la sua forza osa ancora tentar di riprendere il controllo.

È pronto a chiedere perdono, di nuovo! Come le volte precedenti, per l'ennesima volta, vuole da voi esser perdonato!

Rifiutate!

Non permettetegli di ingannarvi!

Non questa volta!

Non ci può essere perdono per chi mente sapendo che tornerà a mentire.

E anzi, io vi dico che è or ora già intento a preparare il suo futuro inganno.

Con quale mostro voi siete ora costretti al confronto!

Sappiate che è astuto, perfido, manipolatore! Non credete alle sue lacrime; se esse vi toccassero vi brucerebbero la carne. Come acido sul legno, trapasserebbero le vostre mani lì per asciugarle.

Siate dei veri boia! Non fatevi intenerire dalla sua apparente innocenza; egli è il più malvagio dei diavoli.

Tergiverso! Giro in tondo! Studio il momento buono! La penna è ancora offesa! Non sarà lei a difendermi questa volta.

Vi è solo quel maledetto riflesso sulla finestra che mi tortura!

Ebbene, è giunta l'ora!

Come spiegarvi tutto questo senza offendere? Senza disgustare? Come posso continuare questa violenza alla mia unica amica?

Penna, perdonami!

È l'ultima volta!

L'estate quest'anno ha dimenticato di portar con sé il sole. Ora gli riconosco le ragioni; ma allora, quando, dopo la primavera che mi aveva dato la notizia, toccava a lei sopportar la boria di quell'infame che mi aveva così ben circuito prendendo di me il controllo, era ben felice di negarmi il suo calore.

Io, almeno questo vogliate permettermi di concedere per amore della verità di questi fogli, quando gli diedi accesso libero e completo al mio libero arbitrio, non potevo difendermi con tutta la forza dei miei vent'anni: la primavera mi aveva rinchiuso in un letto d'ospedale; mi aveva dichiarato non solo mortale, ma morto in vita.

E tutto questo volle farlo con la gentilezza d'uno strangolatore di professione.

Non un istante mi fu concesso per tentare la fuga e cercare riparo.

Allungò le mani e le strinse intorno al mio collo, fintanto che non mi dichiarai vinto.

Tanto ero stordito, frastornato, confuso, angosciato; tanto ero disperato dall'aver perso la guerra ancor prima d'andar soldato, che appena egli mi si presentò davanti promettendomi una battaglia tutta mia, nuova, più grande e gloriosa di tutte le altre, con milioni di soldati al mio comando e centinaia di generali disposti a dar seguito ai miei ordini, ché io proprio non volli, non potei, non credevo giusto rinunciarvi.

Terre da conquistare. Popoli da sottomettere.

E questo, solo per me! Per rifarmi dell'ingiustizia che m'era stata così crudelmente imposta.

Cos'altro avreste fatto voi?

Era la mia ultima battaglia; l'unica alla quale avrei potuto partecipare!

E la vittoria sarebbe stata mia!

Un Napoleone! Un Cesare!

Ecco come sarei stato ricordato!

La gloria per aver vissuto più in alto! La gloria per aver vissuto tutta una vita in soli vent'anni!

Avreste rinunciato a tutto questo? Avreste rinunciato a sentirvi uomini sapendo che non lo sareste mai stati?

Al diavolo voi eroi che non avete conosciuto la morte prima del giorno fatale, e che ora ridete della mia ingenuità!

Io volli tentare; sarei morto comunque!

Ben sapevo... Oh... al diavolo! Ben sapevo che quel che m'era chiesto in cambio era molto, troppo! Sapevo che avrei potuto perdere ogni cosa. Ma quale importanza poteva avere?

Firmai ogni cosa. E lo feci col sangue che lentamente distruggeva il mio giovane corpo dall'interno, dove non potevo combatterlo.

Uscii dall'ospedale una settimana dopo.

Devo ora ammettere che non fu spiacevole l'ospedale. Lo trovai... riposante.

Lo shock di cui vi ho accennato venne dopo, molto dopo.

Sul momento invece, non mi fece alcun effetto sapere della malattia.

Ricordo che l'infermiera, una donna energica, per nulla affascinante né come donna né come essere umano, nel darmi la notizia assunse un atteggiamento fra il grottesco e il comico; malgrado, certo, malgrado non fosse questa la sua intenzione. Anzi.

Anzi, sono sicuro che il suo dolore, quello che le ricoprì il viso mentre se ne stava ritta in piedi ai fianchi della scrivania dove sedeva la dottoressa - intenta a tentare senza successo di chiamare il pronto soccorso perché mi ricoverassero s'urgenza - fosse vero, sincero e sentito dramma.

Mi disse anche che se avevo desiderio, avevo ben diritto di mettermi a gridare contro il mondo.

Disse esattamente ''il mondo''.

Naturalmente io non feci nulla di tutto ciò.

Come ho detto, la notizia lì per lì mi parve solo un noioso contrattempo che si aggiungeva agli altri.

Una bega. Un intoppo.

Sorrisi e faticai grandemente a non scoppiare in una grassa, enorme, gigantesca risata.

Tutto ciò era comico. Tanto comico che in quella settimana scrissi un piccolo libricino satirico che intitolai: ''La commedia del malato''.

Se ciò non basta a rendervi l'idea di quanto la cosa non mi avesse minimamente turbato, temo che il vostro senso dello humor non sia minimamente in sintonia con il mio.

L'ambulatorio non era nulla di speciale, tranne forse per quell'armadio che conteneva centinaia o migliaia di cartelle e che, in un qualche modo che ignoro, digitando il codice della relativa cartella, forniva in pochi secondi, azionando tutto un gran movimento, appunto la cartella desiderata.

Lo trovai simpatico.

Per il resto, c'era una scrivania in legno come ce ne sono tante, troppe, una sedia da un lato per il dottore o la dottoressa, e una dall'altro lato, per il paziente o l'idiota che tenta di non ridere del modo in cui viene commiserato e maldestramente consolato.

Comunque non voglio mentire; o comunque non voglio che fraintendiate: non esultai alla notizia.

Di esser ricoverato poi non avevo alcuna voglia.

Però non piansi. Ora che ci penso, ricordo che non presi assolutamente in considerazione la possibilità che la notizia che mi stavano dando dovesse interessarmi.

Era... era come un qualcosa di superfluo.

Come quando ti parla un qualunque idiota che sei abituato a non ascoltare e che lasci parlare per non dover controbattere alle sue idiozie.

Semplicemente, non mi importava.

Avevo una malattia che potenzialmente poteva portarmi alla morte. E allora?

Potrei finire sotto una macchina. La stessa ambulanza che state tentando di chiamare con quel telefono, nel venirmi a prendere, facendo una qualche manovra sbagliata, un errore umano, potrebbe schiacciarmi come un verme. E allora?

Tutti, prima o poi, in qualche modo, dobbiamo morire.

Sapere in anticipo come e più o meno quando avverrà; sapere come, volendo, poter accelerare o rallentare il processo che mi sta uccidendo, beh... non è forse un vantaggio?

E poi, diciamocelo, morire giovani, a causa di una malattia incurabile che non viene per qualche colpa personale ma per puro caso, è romantico.

Morire giovani è romantico.

Almeno di questo ne fui completamente certo allora, e ne sono ancora certo adesso.

Tutti si mostrarono subito molto gentili e premurosi.

Nei giorni successivi capii da me che la gentilezza era stata solo un anestetizzante per convincermi ad accettare il ricovero e che del mio mestiere, del fatto che scrivo, li aveva interessati solo sul momento, e che in realtà, non importava un granché a nessuno.

Tanto meglio, pensai il giorno dopo quando mostrai il mio ultimo romanzo alla dottoressa e lei lo sfogliò per forse poco più un secondo.

Fui solo scocciato dal fatto che ora me lo sarei dovuto tenere con me per tutto il tempo.

Non amo stare in compagnia dei miei libri, e se non mi avesse domandato lei esplicitamente di fargliene avere una copia il primo giorno che la vidi, certo non sarebbe rientrato nella lista dei libri che domandai a mia madre di portarmi da casa.

Ma tant'era. S'arrangiasse.

Parlare di quel che scrivo con qualcuno che non mi ha ancora mai letto però mi turba.

Farlo con qualcuno che lo ha già fatto, mi fa incazzare. Comunque non era quello il caso.

Semplicemente, non le interessava. Il mondo è pieno di scrittori.

Fui ricoverato in chirurgia d'urgenza, il reparto era quello.

Il reparto era così strutturato: un lungo corridoio di forse una trentina di metri divideva le camere dei più gravi da una parte, e quelle dei meno gravi dell'altra.

Le camere, fatta eccezione per le prime due vicine all'ingresso, erano esse stesse ordinate in modo da partire dai più gravi e via via fino ai ricoverati meno gravi.

Naturalmente, io avevo il letto nella prima camera.

Oltre al mio, c'erano altri quattro letti.

Di nuovo naturalmente, io avevo l'età dei nipoti che controvoglia lì venivano nell'orario di visita del pomeriggio a salutare il nonno.

La mia sola reale preoccupazione, erano le sigarette. Ma per fortuna non erano tanto crudeli da obbligarmi ad usare il vaso da notte, e così quando dovevo andare al bagno mi staccavano le tre flebo alle quali ero incatenato, e ne approfittavo per fumare una sigaretta di nascosto.

Per quanto riguarda il cibo, quasi impazzii.

Non mi era concesso mangiare.

Non tanto quanto volevo almeno.

Un brodino insapore e purè.

Inaccettabile.

Mi diedi al furto di grissini.

Mangiai grissini per tutto il tempo.

Li rubavo dai vassoi degli altri pazienti, dal carrello del cibo, dalla cucina.

Mi scoprii anche capace nell'arte della corruzione: infermiere e infermieri erano i miei bersagli. Bastava insistere fintantoché non si arrendevano, e il gioco era fatto.

Uno o due pacchetti di grissini in cambio del mio silenzio.

Una sera riuscii perfino a farmi portare un tè caldo e due fette biscottate: un'autentica indecenza per il dottore che mi aveva in cura.

Due giorni prima di dimettermi mi spostarono in una stanza più piccola.

Eravamo in due.

Io, e un signore sui sessanta che aveva lavorato tutta la vita come cameriere.

Le nostre conversazioni erano tutte incentrate sui cibi che avremmo mangiato una volta usciti.

Mi spiegava nel dettaglio ricette di pesce, di carne, piatti a base di selvaggina... fu un'autentica masturbazione culinaria.

Entrambi parlavamo dei nostri cibi preferiti e i gli occhi brillavano.

Pensavo a tutto fuorché al fatto che sarei rimasto malato per il resto della mia vita.

Era la fine di aprile, i prati erano pieni di margherite.

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Da qualche giorno la testa mi duole.

''duole''...

Ma vaffanculo! La testa mi fa un male cane!

Il cervello è come se bruciasse! E il naso, insieme con la bocca, il collo, i denti, perfino i capelli... mi fa male tutto!

Non sono in grado! Non sono nella condizione di continuare.

Vi avevo promesso una confessione: non sono capace di mantenere la promessa.

Il dolore mi confonde, non mi permette di pensare! CAZZO!

Datemi ancora qualche giorno... aspettate ancora un poco... forse il dolore smetterà di perseguitarmi!