Riassunto a modo mio del primo paragrafo del primo capitolo di Marco Aime, Il primo libro di antropologia

Di Enrico Papaccio


Marco Aime inizia il suo manuale spiegando come l'antropologia non è stata, non è, e forse non sarà mai una disciplina come tutte le altre; egli infatti esordisce attraverso una metafora per dirci che sì, l'antropologia è una disciplina dotata di una certa metodologia sia pratica che teorica, ma che in fondo, non troppo in fondo, l'antropologia è anche interpretazione soggettiva dello studioso: la valigetta di attrezzi teorici e metodologici lascia spazio alla personalizzazione della scelta e dell'uso, anche se, continua, si nota una certa aria di famiglia.

Insomma, Aime ci dice che l'antropologia è libera interpretazione, ma con metodo e moderazione.

Questo sostanzialmente è il suo prologo. In fondo, piuttosto sincero.

Dopodiché però è necessario passare a spiegare la versione meno ufficiosa e più ufficiale della disciplina antropologica.

E quindi eccolo a spiegarci che antropologia significa <<studio dell'uomo>>, una definizione un po' supponente a suo dire, ma poi si scusa spiegando che non è dell'uomo che l'antropologia si occupa, cosa che concernerebbe più la psicologia e - magari - la filosofia, ma gli uomini.

Non si capisce bene come occuparsi di più d'un uomo sia meno supponente di concentrarsi su un uomo o l'uomo, ma certe volte è meglio lasciare che il professore parli e annuire fingendosi d'accordo.

Perciò scandisce <<non è l'individuo a interessare l'antropologo, quanto il suo essere parte di un gruppo di individui con cui intrattiene relazioni di vario genere>>.

Tradotto, viva l'umiltà, l'antropologia si occupa, udite udite, nientepopodimeno ché <<La Cultura>>.

Se non voleva far apparire la disciplina supponente, beh.. non ci è riuscito.

Ma d'altra parte questa è la nostra materia di studio; ciò a cui e per cui intendiamo sacrificare le nostre vite. Dovremmo forse scegliere di dedicare la nostra intera esistenza a una qualche idiozia tipo economia e commercio?

Se proprio devo studiare qualcosa per tutta la vita, preferisco che sia supponente piuttosto che deficiente. Ma questa è solo la mia opinione.

La cultura, ci spiega l'esimio professore, è quell'insieme che include conoscenze, credenze, arte, morale, legge, costume e ogni altra capacità e usanza acquisita dall'uomo come appartenente a una società.

Questa sopra è la definizione che Sir Edward Tylor coniò nel 1871, e che deve esserci in ogni manuale di antropologia degno di questo nome (copyright Marco Aime). E infatti c'è. Anzi, ce la mette. Salvo poi dire che tale definizione del buon Sir Baffiamanubrio è un po' troppo rigida e statica. Eccolo quindi che si corregge da solo dopo sole due righe per dirci che è meglio la definizione dell'antropologa americana dal nome infelice Ruth Benedict, la quale sostiene che <<La cultura è ciò che tiene insieme gli uomini>>.

A quanto pare il Rutto Benedetto è piuttosto supponente come il resto di noi antropologi, ma non diciamolo al nostro esimio che rischiamo una terza correzione due righe più sotto.

Ogni relazione umana, pensate un po', se ben analizzata, secondo l'esimio si rivela molto più complessa di quanto possa apparire nella sua espressione più immediata e visibile. Quindi smettetela di pensare che si possa valutare un libro dalla copertina o che l'abito faccia il monaco, che non è così e se lo pensate per fortuna che ve lo spiega lui che così ci arrivate finalmente.

Lo sguardo antropologico deve essere quindi necessariamente olistico, totalizzante, deve tener conto dei vari elementi di una società e di una cultura per poter analizzare anche uno solo degli ambiti di studio possibili, dato che, ci ricorda, il metodo antropologico privilegia ambiti di studio ristretti.

Insomma, se la vostra vicina di banco delle superiori si fumava le canne non è detto che fosse dovuto solo al fatto che il compagno di sua madre toccava il pistolino al cane mentre mamma-è-al-lavoro, e forse dietro c'era qualcosa di più. Magari una vita intera, fatta di connessioni, per dirla alla Jean-Loup Amselle. Ossia, tradotto, ogni particolare si definisce connettendosi a significati globali.

Lo so, non è nulla di straordinario né di geniale. Qualcuno però doveva dirlo.

Grazie Aime. Grazie Amselle.

A questo punto pare detto tutto. Invece no.

Forse perché oggigiorno chi legge non capisce quel che legge; o forse molto più semplicemente perché oggigiorno nessuno legge, e quindi nessuno si è accorto che il nostro esimio ci ha riempito pagine intere ripetendo all'infinito la stessa cosa già detta sopra ma, che lo vogliate o no, che vi sembri utile o no, eccolo che ricomincia a ripetere quanto già detto.

Ci dice allora che una delle caratteristiche dell'antropologia culturale è quella di partire dall'osservazione particolare per giungere a una comprensione globale.

Oppure ci ribadisce che: per l'antropologo ogni gruppo umano è un caso a sé.

Oppure ancora che l'approccio relativista è uno dei pilastri fondanti della disciplina.

E cosa vorrà mai dire <<approccio relativista>>? Per relativismo si intende un atteggiamento secondo il quale ogni espressione culturale deve essere spiegata all'interno del quadro simbolico della società che la produce.

Cioè, se la vostra compagna di banco tossica si fumava la canne non era solo dovuto al fatto che aveva una madre a cui piaceva condividere la vita, la casa e la famiglia con i molestatori di cagnolini, ma anche perché tutti i fottuti adolescenti alle superiori si fanno condizionare da tutti gli altri fottuti adolescenti (fumare la canne= espressione culturale, / Quadro simbolico della società che la produce=adolescenti che imitano altri adolescenti che a loro volta hanno imitato altri adolescenti e così via fino alla fine, anzi inizio dei tempi).

E se non dovesse essere abbastanza chiaro nemmeno così, ecco che arriva in nostro soccorso l'esimio, il quale ce lo sottolinea: quelle che chiamiamo culture sono degli insiemi di comportamento e regole che vengono appresi vivendo in un determinato contesto sociale.

E io che ho detto?

Se ti provi a guardare il mondo con gli occhi di chi stai osservando, e se ciò dovesse realmente riuscirti, tutto ti apparirà chiaro e assolutamente razionale.

Magari ti potrà sembrare assurdo un uomo che si gratta il culo con le braghe calate alla stazione di S. Maria Novella a Firenze senza tenere in alcuna considerazione i flash dei turisti giapponesi; ma provati tu ad avere migliaia di piccole pulci maledette che ti mordono il buco del culo e nessuno che ti fa andare al bagno perché puzzi come un cammello perché vivi per strada.

Scommettiamo che tutto ti apparirà chiaro e assolutamente razionale?

E per specificare come ciò in realtà non sia affatto semplice, l'antropologia ha pensato bene d'inventarsi due termini che non rendono minimamente l'idea di dentro e fuori per indicare le suddette prospettive di osservazione: etico ed emico.

Grazie Marvin Harris.

In sostanza, il turista giapponese è l'osservatore esterno, quindi etico. Tu che ti gratti il culo e te lo fai fotografare, e che quindi percepisci i fatti con una prospettiva interna, sei l'osservatore interno, quindi emico.

Non ha alcun senso, lo so.

Bastava dire dentro e fuori. Ma bisogna pur inventare un linguaggio per poi scusarsi di essere supponenti, no?

Allora Aime, nella sua grandezza, ci tira fuori la perla e ci cita un altro dal nome non proprio felice, Clifford Geertz, il quale forse doveva dedicare la vita a scrivere i bigliettini dei cioccolatini: <<i problemi, essendo esistenziali, sono universali, le loro soluzioni, essendo umane, sono diverse>>.

Genio.

Il fatto che nelle svariate popolazioni del pianeta si riscontri una struttura psichica simile, non impedisce a ciascuna di esse di sviluppare soluzioni diverse.

Cioè, se a te piace guardare il Grande Fratello e a tua sorella piace guardare Amici, nessuno vi impedisce di alternarvi fra il salotto e la cucina. Tanto è evidente che rimarrete coglioni comunque.

Vorrei tanto che fosse finito. Non è così. Mancano tre righe ma sono particolarmente importanti, perciò non le posso ignorare.

L'approccio relativista, quello del tutto-è-relativo per intenderci, si oppone drasticamente all'approccio etnocentrico.

Due parole sull'etnocentrismo.

Termine coniato nel 1906 da un sociologo americano con un nome finalmente piacevole, William Samner (non sono un fan di William&Kate ma ammetto che il nome del principino fa la sua porca figura), esprimerebbe <<una concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa e tutti gli altri sono considerati e valutati in rapporto ad esso>>.

Insomma, un po' come quando avevate quindici anni e se non indossavate le stesse scarpe dei vostri compagni di scuola eravate degli emarginati-schifati-reietti completamente e totalmente altro-dal-centro-del-mondo-dei-giusti.

L'esimio ci termina il paragrafo sottolineando come tutti i gruppi umani, nessuno escluso, è colpito dal morbo dell'etnocentrismo. E per sostenere tale tesi ci cita gli antichi greci e una tribù dell'Uganda, i Lugbara.

Entrambi erano e sono etnocentrici, proprio come me e te.

Per fortuna che l'esimio professore ce lo ha spiegato.

Fine del primo paragrafo del primo capitolo.