Riassunto a modo mio del terzo e ultimo paragrafo del primo capitolo di Marco Aime, Il primo libro di antropologia

Di Enrico Papaccio


Giusto perché di inglesi non avevamo già sentito parlare abbastanza, ecco Aime sfoderarci dal taschino della sua giacca quadrettata uno che se nella vita non avesse fatto il filosofo, poteva certamente recitare la parte di Mr Hyde in una qualsiasi pellicola da quattro soldi di Hollywood:

Wittgenstein invitava a non pensare, ma a osservare.

Di norma, una massima piuttosto considerevole; perlomeno perché chi osserva tace e non rischia di spararle grosse.

Ovviamente subito l'esimio precisa però che non è che gli antropologi non pensino ma, di sicuro, quando pensano, spesso lo fanno proprio osservando.

Incredibile! Qualcosa di veramente fuori dal comune... ma d'altra parte siamo antropologi, mica cazzi.

Ah, che goduria far parte di questa geniale élite capace di tanto.

Speriamo che il tassista che abita sotto di me sappia far la medesima cosa, o dovrò per precauzione smetter di uscire di casa quando lo vedo, o meglio: lo osservo.

Dal giorno in cui Malinowski piantò la sua tenda sull'isola di Kiriwina (l'isola delle top-model che avrebbero fatto impazzire il ministro della propaganda del Terzo Reich, cit. leggi post precedente), la pratica della cosiddetta osservazione partecipante (quella del ficca-il-naso-negli-affari-altrui-e-già-che-ci-sei-pretendi-pure-di-partecipare) è diventata il pilastro portante della ricerca antropologica.

E se già dovevamo sembrare un filino antipatici, ecco che l'esimio sottolinea che non solo andiamo a ficcare il naso nelle cose altrui ma lo facciamo anche per un tempo discretamente lungo.

Insomma, se eravate convinti che un mestiere peggiore del vigile in fatto di popolarità non esistesse, ora sapete che qualcosa di peggio esiste eccome.

L'antropologo si piazza nella comunità e inizia a osservare, chiacchierare, intervistare, fotografare e filmare. E a scrivere.

Ve lo immaginate qualcuno di più rompicoglioni? No?

E pensate che tutto questo non si chiama "scassare i maroni alla gente che lavora", ma prende il nome di, udite udite, etnologia, la prima e indispensabile fase della ricerca: la descrizione di ciò che si osserva, si ascolta, si intuisce nel corso della permanenza sul campo.

Voi non lo sapevate, ma le signorotte che spettegolavano sul fatto che i vostri genitori il sabato sera vi lasciassero rientrare alle 21.15 piuttosto che alle 21.00 stavano facendo etnologia, la prima e indispensabile fase della ricerca.

E infatti la ricerca antropologica si fonda sul metodo induttivo, parte cioè da elementi (rientro a casa col motorino alle 21,15), dati (da ormai tre sabati consecutivi), fatti particolari osservati (con la scarpa destra slacciata), per poi giungere a considerazioni di carattere generale (è sicuramente un drogato e i genitori delle merde irresponsabili).

Ecco perché la pratica di terreno è la cifra caratteristica dell'antropologia culturale. Grazie a una permanenza prolungata e una convivenza stretta con la popolazione locale si può arrivare a <<famigliarizzare>> con una determinata cultura.

Si conducono interviste (la signorotta della scala sotto la tua ti chiede come mai invece di fare le scale come si deve le fai a due a due come i delinquenti), si osservano i comportamenti (la signorotta della scala sotto la tua ti osserva mentre fai le scale), si partecipa (la signorotta della scala sotto la tua tenta maldestramente di rincorrerti su per le scale con la scopa).

Tendenzialmente l'antropologia privilegia il metodo qualitativo (la signorotta si fissa con te e ti prende di mira), anche perché il lavoro antropologico si svolgeva in contesti privi di scrittura (Famiglia Cristiana sul tavolo della sua cucina non conta), dove non era facile avere dati di tipo quantitativo, se non raccogliendoli di prima mano (ed ecco spiegato perché la signorotta ti leggeva la posta di nascosto).

Tale metodo consente inoltre di cogliere una serie di aspetti culturali basati sulla percezione dei locali (la signorotta parla con altre signorotte del condominio).

In epoca recente il contesto è però cambiato (anche i vecchi hanno Facebook, ho sentito dire dalla Gruber da un'entusiasta Caterina Balivo): spostandosi su terreni più vicini, se non interni, alla società occidentale, i ricercatori si sono trovati a fare i conti con archivi, statistiche, fonti scritte di vario genere.

Tradotto: uscendo dall'androne del palazzo grazie a internet, le signorotte hanno scoperto i giornali, e i post dei social.

Risultato: i giornali le hanno convinte che tutti quelli con meno di 45 anni sono tossici e delinquenti, e i post dei social le hanno persuase che non è rimasto nessuno di intelligente sul pianeta.

Ma forse mi sono lasciato prendere la mano.

Meglio ridare la parola all'esimio professor Aime, il quale, evidentemente deciso a confonderci, ricorre ai suoi soliti esempi:

Tra il 1996 e il 2000, insieme a Stefano Allovio e Pier Paolo Viazzo (roba da far invidia all'A-Team), l'esimio ha condotto una ricerca a Roaschia (Piemonte, che vi credete), paesino delle Alpi marittime, la cui popolazione era divisa tra pastori di pecore e contadini. Date le diverse competenze di ciascuno di noi (esattamente come Hannibal, Bosco e Sberla), abbiamo utilizzato tanto il metodo quantitativo quanto quello qualitativo.

Vi risparmio la storiella: la scelta di utilizzare entrambi i metodi (vecchia su Facebook, vecchia sulle scale) si è rivelata una scelta azzeccata.

Gli antropologi tormentano gente intelligente con domande stupide, continua poi l'esimio; e per poter tormentare, c'è bisogno del tormentato: in gergo vengono chiamati <<informatori>>.

Gli <<informatori>> alias disgraziati-presi-di-mira-dallo-studioso, risultano essere un elemento fondamentale della ricerca.

Chiunque sa che (no, esimio. Non lo sa chiunque), quando si arriva sul campo, spesso più che scegliere si viene scelti. Sono le persone più intraprendenti ad avvicinarsi (o più disgraziate), quelle che parlano una lingua che noi comprendiamo (o che fingiamo di comprendere), che intravedono nella collaborazione un possibile guadagno (vero).

L'antropologo dipende da chi è disposto a collaborare con lui.

Osservazione corretta.

E se in passato lo sguardo era unidirezionale - uno studioso posizionato in un unico punto a osservare un'unica realtà umana - oggi in molti casi la ricerca è diventata multifocale.

I punti di osservazione, perciò, si moltiplicano.

Altra osservazione corretta. Vai così.

L'antropologo si è sempre trovato a lavorare in una sorta di terra di nessuno. In un luogo che non è già, ma nemmeno è più ancora. È tra.

Professor Aime, comincia a spaventarmi...

Come sostiene Kirsten Hastrup (non la mamma di Seth Cohen in The O.C.)<<La realtà vissuta sul campo ha una sua natura peculiare: essa non è il mondo non mediato degli "altri", ma il mondo tra noi e gli altri>>.

Sostanzialmente l'esimio ci si sta dicendo di non lasciare la vecchia rompi palle sulle scale ma di farla entrare in casa e abbracciarla (prima però chiedetele il permesso o rischiate una denuncia per molestie, parlo per esperienza personale. Fidatevi).

<<L'antropologia>> ci fa dire da Klukhohn il professore, <<porge all'uomo un grande specchio che gli permette di osservarsi nella sua molteplice varietà>>.

Ma cos'è che caratterizza l'antropologia?

Lo <<sguardo da lontano>>. Non sono certo stati i pesci a scoprire l'esistenza dell'acqua, si dice.

È etnocentrismo questo? No, solo buon senso.

È più facile definire qualcosa o qualcuno quando l'osservatore è altro rispetto a ciò che osserva.

Se poi ad osservare è un antropologo bianco e benestante e non il tassista afghano che abita sotto di me, allora siamo a cavallo. Pardon. A pescare.