Riassunto a modo mio della prima metà del secondo paragrafo del primo capitolo Di Marco Aime, Il primo libro di antropologia

Di Enrico Papaccio


Subito comincia male: ai tre stadi operativi solitamente previsti in una ricerca antropologica - descrizione, analisi e interpretazione - occorre aggiungere un passo preliminare, quello in cui il ricercatore definisce l'ambito della ricerca e determina quali concetti mettere in evidenza.

Ho capito che bisogna darsi un tono; ho capito che vogliamo sottolineare quanto sia importante l'antropologia; ho capito che un pochino dobbiamo tirarcela.

Però, santiddio, sarà mica il modo di spaventare la gente?!

Certo non si poteva dire che prima di descrivere, analizzare e interpretare bisogna decidere cosa descrivere-analizzare-interpretare; lo capisco.

Però, ripeto, santiddio, sarà mica il modo di spaventare la gente?

Che poi, al di là del linguaggio necessariamente professorale dell'esimio, non è forse chiaro fin dalle elementari che prima di fare una ricerca devi scegliere un argomento?

<<Ognuno ha la filosofia delle proprie abitudini>> ci dice l'esimio citando Pavese (non il padre dei Pavesini, l'altro) e ogni antropologo, aggiunge, finisce per privilegiare gli aspetti di una società che ritiene più importanti.

Già..

La personalità, il genere, l'età, la nazionalità, gli studi compiuti finiscono per condizionare l'approccio alla ricerca.

Già..

E poi chiude in bellezza, occhio: la situazione etnografica non è infatti definita solo dalla società studiata, ma anche dalla tradizione etnologica che sta <<nella testa>> dell'etnografo.

Traduzione? Meglio va..

Se tutti nella tua famiglia te compreso si scaccolano fino a sanguinare, quasi certamente se vieni a cena da me non noterai nulla di particolare.

Se invece non ami la croccantezza del salato verdognolo che hai nel naso, altrettanto quasi certamente prima di andare via preferirai salutarci tutti facendo ciao con la mano piuttosto che stringercela come si conviene fra persone educate e perbene.

Chiaro ora?

Per Aime non abbastanza; perciò eccolo che aggiunge esempi, su esempi, su esempi su altri esempi ancora: nel 1967 Mary Douglas - niente a che fare con le profumerie e non esattamente una gnoccona come la co-protagonista di Tutti Pazzi per Mary - scrisse un articolo intitolato If The Dogon...

Ve lo risparmio, ma in sostanza dice la stessa cosa che ho detto io sulle caccole: se a studiare quel popolo del Mali fossero stati etnografi inglesi (invece che da altri, non ci dice chi) le cose sarebbero andate in modo diverso.

Eh già... tutto dipende da chi guarda.

Genio.

Dopodiché, dato che il concetto non era già abbastanza chiaro, il nostro esimio si lancia come un razzo nella stratosfera e dando libero sfogo alle sue doti di romanziere, eccolo che ci sbologna un dialogo tra antropologi - tra l'altro tutti uomini - di diverse epoche e scuole (per ''scuole'' non si intendono gli Istituti frequentati dai suddetti, ma le loro teorie, ossia cosa pensano sia giusto e cosa no).

Per fortuna alla fine capisce e si scusa: questo (imperdonabile) dialogo immaginario delle principali correnti di pensiero, vuole mettere in luce la polifonia di prospettive con cui gli antropologi di epoche e correnti diverse si sono avvicinati ai loro oggetti di studio.

Grazie... tutto dipende da chi guarda.

Genio.

A questo punto tutto parrebbe detto. Ma no. È un manuale di antropologia, ricordate?

Bisogna cominciare ad elencare i principali -ismi dell'antropologia (e su, non cominciate già a lagnarvi eh!) precisando che, pur essendo storicamente connotati, questi approcci non si sono succeduti come lungo una scala evolutiva, ma nella maggior parte dei casi hanno convissuto e convivono tuttora.

Questo non ve lo traduco.

No che non ve la traduco.

Ho detto no!

Devo?

Esistono tante ''antropologie'' tanti quanti sono gli antropologi sulla terra.

Contenti ora? Bene.. anche perché è solo adesso che comincia il bello.

L'esimio, uomo di grande genio e acume, ha pensato il modo più malefico mai inventato per cercare subdolamente di farci odiare la materia: elencare con nomi e relative date tutti i principali -ismi dell'antropologia.

Lo so...

Però per fortuna l'antropologia è una gran figata, quindi l'esimio continui pure ad accarezzare il pelo al suo gatto seduto in poltrona aggiustandosi di tanto in tanto la benda da pirata che tiene per coprire il suo occhio di vetro.

Noi non ci arrendiamo. Non ce ne è alcuno bisogno.

Ricapitolando:

tre tizi, Hanry Lewis Morgan (niente a che fare col cantante cocainomane), Edward Tylor (soprannominato dagli amici e parenti Babbo Natale per via della sua assurda barba) e James Frazer (lui sì parente di terzo grado del cattivo di Dragon Ball), nella seconda metà dell'Ottocento diedero forma e statuto di disciplina a pratiche occasionali e non strutturate.

Tradotto: inventarono l'antropologia per come la intendiamo oggi (ossia un indirizzo universitario e non quello che è realmente: ficcanasare e giudicare).

Per stringere, il cocainomane insieme a Babbo Natale e al cattivo di Dragon Ball s'inventarono l'evoluzionismo sociale: una classificazione del genere umano sulla base del grado di evoluzione raggiunto.

Una cazzata, ve lo dico subito. Sostanzialmente sostenevano che i sudditi di Sua Maestà La Vecchiaccia sarebbero La Civiltà, e tutti gli altri, a seconda della posizione geografica, o Selvaggi o Barbari.

Una cazzata, ve l'ho detto. Ma è così che va il mondo.

I tre dell'apocalisse hanno il merito, secondo l'esimio, di accomunare nella categoria degli <<umani>> anche quei popoli fino ad allora considerati come semi-animali o comunque non umani.

La generosità degli Inglesi...

Il limite dell'evoluzionismo risiede nella sua visione etnocentrica secondo la quale gli altri (i non Inglesi) erano in attesa di civilizzarsi o essere civilizzati. Il tempo e il progresso avrebbero trasformati tutti in perfetti gentleman londinesi.

Che culo! Peccato che non sia successo e che non succederà mai: mi mancano un sacco le megasbronze della City.

Più tardi, negli anni Quaranta-Cinquanta (del Novecento) la megacazzata venne ripresa da studiosi come Julian Steward (un futuro in Alitalia), Leslie White (un futuro da rock star), Elman Service (senza futuro) e Marshall Sahlins (probabilmente cuoco) in chiave multilineare.

L'assistente di volo, la rock star, il senza tetto e lo chef sono i cosiddetti neoevoluzionisti: ossia altri deficienti uguali ai primi, leggermente più sofisticati dei tre dell'apocalisse. Questi infatti (cocainomane & friend's) sostenevano che prima di diventare degli alcolizzati pel di carota dovevamo passare prima dallo stadio selvaggio a quello di barbaro; solo alla fine ci saremmo potuti recare finalmente al pub per spaccarci di birra.

Gli altri, cioè i nuovi, cioè i tre più quello del sale, insomma i neoevoluzionisti, sostenevano che no, non è vero che gli stadi di evoluzione sono rigidi, ogni società passerebbe attraverso vari stadi di complessità, questo sì, ma senza dover necessariamente seguire un percorso unico.

Insomma, chi non è inglese è selvaggio e/o barbaro, ma non è detto che per diventare inglese uno debba per forza passare per i due stadi precedenti in quell'ordine. Per esempio puoi passare da barbaro a selvaggio e poi inglese (cosa che ci sembra più logica). Oppure fare una cosa del tipo serlvaggio-barbaro-selvaggio-inglese-barbaro-inglese. Chissenefrega. L'importante è che poi diventi un Sir o una Lady (gli alcolisti pel di carota di prima).

Intorno alla fine dell'Ottocento (al diavolo la cronologia) alcuni antropologi (tipo Friedrich Ratzel, un altro hipster) spostarono l'accento sulla distribuzione spaziale di tratti culturali comuni.

Praticamente, questi diffusionisti (così si chiamavano i seguaci dell'hipster) vedevano nelle migrazioni, nel contatto, negli scambi, nei prestiti tra culture i fenomeni da indagare per ricostruire la storia culturale delle varie società.

Da qui si sviluppa la scuola tedesco-americana composta tutta da crucchi immigrati negli Stati Uniti: Franz Boas, Robert Lowie, Edward Sapir, Alfred Kroeber e Clyde Kluckhohn (provate a pronunciare i loro nomi con una pallina da ping pong in bocca, non ve ne pentirete).

I crucchi appena citati (che poi fondarono una boy band) affinarono la teoria delle aree culturali (quella dei diffusionisti) spostando l'accento su quegli elementi che potevano contribuire a determinare un insieme culturale omogeneo tenendo conto delle specificità storiche di ogni area.

Sostanzialmente si stava arrivando a concepire il geniale concetto che non c'è alcun bisogno di diventare inglesi per entrare nella civiltà. E infatti a sostenerlo sono dei tedeschi - non proprio i migliori amici dei sudditi di Sua Maestà... o di chiunque altro.

Parallelamente (il cantante della boy band Franz Boas nasce lo stesso anno di Émile Durkheim) le riflessioni proprio di Durkheim diedero vita alla scuola sociologica francese che si fondava sull'osservazione empirica e sull'idea di considerare i fenomeni sociali come fatti aventi una vita propria, indipendentemente dall'apporto dei singoli.

In pratica, ci dice l'esimio (per fortuna che c'è l'esimio, non so voi ma io sono totalmente fuso), secondo Durkheim la cultura precederebbe la società, che sarebbe determinata da una coscienza collettiva superiore a quella del singolo.

Da qui, il nipote del fondatore della scuola sociologica francese (quello di poco fa), Marcel Mauss, a sua volta fondatore della tradizione etnologica francese (che a sua volta avrà un nipote che sarà il fondatore dell'antipatia dei francesi) teorizzò i fatti sociali totali: aspetti particolari di una cultura che sono in relazione con tutti gli altri aspetti di quella cultura.

Tanto per chiarire, per ''fatto sociale totale'' s'intende uno di quei momenti della realtà umana che, nel loro accadere, coinvolgono la pluralità complessiva dei livelli sociali. Ad esempio, un fatto sociale totale è quando la mia ragazza va al bagno e tutto il palazzo ci implora di aprire le finestre, sbarrare la porta d'ingresso dell'appartamento e spruzzare quanto più profumo per l'ambiente abbiamo.

Pertanto, attraverso l'analisi di un fatto sociale totale, è possibile leggere per estensione le diverse componenti di una società.

La svolta (finalmente!) arriva con Bronislaw Malinowski (che a me per assonanza ricorda un casino il personaggio del film Il Grande Lebowski dei fratelli Coen) e Reginald Radcliffe-Brown (che per assonanza, con un nome così, non ricorda un cazzo a nessuno) i quali (finalmente!) lasciano il loro studio per recarsi sul terreno, dando vita alla pratica dell'osservazione partecipante.

Insomma, Malinowski e Radcliffe-Brown sono i primi nella storia dell'antropologia che non parlano per il cazzo e per sentito dire ma parlano, appunto, per aver ''osservato partecipando''.

Fine della prima metà del secondo paragrafo del primo capitolo.