Riassunto del primo paragrafo del secondo capitolo di Marco Aime, Il Primo Libro di Antropologia

Di Enrico Papaccio


L'abito non fa il monaco, in antropologia, è una bestemmia.

Uno dei primi elementi che può annotare sul suo taccuino (un antropologo) è proprio l'aspetto delle persone che incontra.

L'aspetto di un individuo è il primo parametro sulla base del quale lo classifichiamo e lo definiamo.

Ecco perché, nonostante ci ripetano in continuazione con sguardo accigliato e in tono di rimprovero "non giudicare le persone dal loro aspetto", subito dopo aggiungono "...e tirati su quei pantaloni che sembri un debosciato!"

Provate un po' a pensarci, sembra volerci dire Aime: sareste capaci di classificare in maniera oggettiva voi stessi?

Ci ha provato un etnologo contemporaneo - contemporaneo ancora per poco probabilmente, visti i 90 anni che si porta sulle spalle -, Desmond Morris (Kevin Spacey nega, ma è evidente che Morris se l'è spassata con sua madre), il quale ha intitolato un suo celebre libro, nel quale tenta di studiare l'uomo come una specie tra le tante, La scimmia nuda (1985).


Ovviamente La scimmia nuda è un libro pubblicato nel 1967, e non nel 1985. Ma sono errori di stampa assolutamente insignificanti (di cui l'esimio non ha certo colpa) se paragonati allo scandalo che la pubblicazione di quel libro provocò nel mondo scientifico dell'epoca.

Uno scandalo motivato più dalle intenzioni dell'autore e dal bigottismo dei suoi lettori che dal contenuto dello studio. Praticamente, per usare un latinismo, Morris nel suo libro nel dice un cazzum di niente; tranne forse che le donne, per attirare il maschio (o la femmina), si dipingono le labbra con il rossetto per evidenziare la loro disponibilità ad avere rapporti sessuali (quando la donna si eccita le labbra della vagina si arrossano proprio come il pene del maschio si raddrizza, solo che se il pene del maschio si nota, le labbra della vagina hanno bisogno di un aiuto in più: il rossetto). Non molto, se ci pensate.

Ma ovviamente - al di là della storia della vagina dipinta in faccia -, nel 1967, affermare che <<uomo>> è solo il nome fra i tanti nomi possibili che la scimmia nuda ha voluto darsi, non poteva che scatenare un putiferio.

Dice Morris che senza dubbio una cosa ci distingue a prima vista dalle scimmie: non abbiamo il corpo ricoperto di un pelame folto come i gorilla, gli scimpanzé, i babbuini, i macachi e gli altri esemplari di quella specie.

Vorrei tanto affermare che Morris ha ragione, ma ho una fidanzata e so che non è vero...

Gli antropologi si sono spesso interrogati sul rapporto tra natura e cultura, dice l'esimio.

Ce lo spiega con notevole efficacia l'antropologo fisico André Leroi-Gourhan (un parigino, immaginatevi l'antipatia) capovolgendo la diffusa opinione secondo cui l'uomo, avendo un cervello proporzionalmente più grande rispetto agli altri primati, avrebbe sviluppato la capacità di costruire e utilizzare attrezzi.

In realtà (in realtà vi dico...) è stato l'utilizzo di attrezzi a far sì che il nostro cervello si sviluppasse, e non il contrario.

Proprio come a quello del <<in realtà vi dico...>> ti vien voglia di dare dei cane ai francesi ogni tanto, ma è solo stizza: il problema vero è che questi c'hanno più spesso ragione di quanto capiti di averne a noi.

Se in possesso della giusta capacità di osservazione, si rifà avanti l'esimio, ci accorgeremo che se è vero che la mancanza di peli è un tratto caratteristico della nostra specie (ribadisco che non posso confermare), è altrettanto vero che quel corpo che ci accomuna è disegnato, scolpito, modellato in molti modi diversi.

Il corpo umano, conclude l'esimio, così com'è, non soddisfa le esigenze degli individui: è una versione base a cui occorre aggiungere degli optional.

Proprio come quando in garage hai una polo scassata e d'improvviso ti bussa alla porta Xzibit e ti fa gridare davanti alle telecamere di MTV: Pimp My Ride!