Un premio Nobel

di Enrico Papaccio



Il 20 luglio 1969 Neil Armstrong e Buzz Aldrin atterrarono sulla superfice della Luna. Nei mesi precedenti alla loro missione, gli astronauti dell'Apollo 11 si allenarono in una remota regione desertica dell'Ovest degli Stati Uniti, simile alla superfice lunare. La zona è la patria di diverse comunità di nativi americani, e si racconta una storia - o una leggenda - sull'incontro avvenuto tra gli astronauti e uno del posto.

Un giorno, mentre si addestravano, gli astronauti s'imbatterono in un vecchio nativo americano. L'uomo chiese loro cosa stessero facendo. Gli risposero che facevano parte di una spedizione di ricerca che entro breve tempo sarebbe andata a esplorare la Luna. Ascoltando questo, il vecchio restò in silenzio per qualche minuto, e poi chiese agli astronauti se potevano fargli un favore.

''Che cosa vorresti?'' gli chiesero.

''Be', '' disse il vecchio, ''il popolo della mia tribù crede che i sacri spiriti vivano sulla Luna. Mi domando se voi potreste portare loro un importante messaggio da parte della mia gente.''

''Che tipo di messaggio?'' domandarono gli astronauti.

L'uomo mormorò qualcosa nella lingua della sua tribù, e poi domandò agli astronauti di ripeterlo più e più volte finché non lo memorizzarono correttamente.

''Che cosa significa?'' chiesero gli astronauti.

''Oh, non posso dirvelo. È un segreto che solo alla nostra tribù e agli spiriti della Luna è consentito conoscere.''

Quando tornarono alla base, gli astronauti, dopo aver cercato a lungo, riuscirono finalmente a trovare qualcuno che sapeva parlare il linguaggio tribale, e gli domandarono di tradurre il messaggio segreto. Quando gli ripeterono ciò che avevano memorizzato, il traduttore scoppiò in una risata fragorosa. Una volta che si fu calmato, gli astronauti gli chiesero che cosa mai volessero dire quelle parole. L'uomo spiegò che la frase da loro imparata tanto accuratamente diceva: ''Non dovete credere a nessuna parola che questi vi dicono. Sono venuti a rubare la vostra terra.''[i]

Harari, Y. , Sapiens, Da animali a dèi


[i] Harari, Y. and Bernardi, G. (2017). Sapiens. [Milano]: Bompiani, pp. 355, 356

 ''Non dovete credere a nessuna parola che questi vi dicono. Sono venuti a rubare la vostra terra.'' 

Rigoberta è stata una bracciante fin dall'età di cinque anni, ha imparato lo spagnolo a ventitré, ha vinto il Nobel per la Pace a trentatré. Entrambi i suoi genitori sono stati torturati e assassinati dallo Stato, un suo fratello torturato e giustiziato pubblicamente durante un'esecuzione di massa a cui la popolazione venne costretta ad assistere - pena la morte, altri due uccisi dalla fame e dallo sfruttamento. Ha visto la sua casa e le case del suo villaggio venire bruciate dall'esercito; ha visto i soldati violentare vecchie e bambine, senza differenza; ha lottato con i sassi e il sale, mentre l'esercito aveva carri armati ed elicotteri; ha vissuto in clandestinità, dormito per terra, al freddo; ha sofferto la fame, rischiato l'arresto, la tortura, lo stupro; è stata costretta all'esilio, alla solitudine, alla paura; è stata condannata al coraggio e alla violenza - e mai nessuno dovrebbe esser condannato ad esser coraggioso, a lottare per non subire - in special modo chi ama amare e odia odiare; ha subito la discriminazione che subiscono tutte le minoranze: inferiore perché indigena, povera perché senza soldi, sporca perché senza sapone, ignorante perché analfabeta, donna perché donna.

Eppure, a pensar bene, le ventidue etnie non erano e non sono minoranza in Guatemala: tra il 60 e l'80 per cento erano e sono indigeni. Eppure, a pensar bene, i senza soldi non erano e non sono minoranza in Guatemala: il pil pro capite oggi (2017) è di 4,472 $, di 247,84 $ nel 1960. Eppure, a pensar bene, e a pensar proprio bene perché chi scrive è uomo e qualche volta si vergogna d'esser tale, la donna, in quanto donna, non è minoranza oggi - 0,97 maschi ogni femmina (2016) - e non lo era nel 1962, quando il rapporto maschio/femmina era di 1 a 1. E la donna non è minoranza non solo perché a smentirlo sono i numeri: la donna non è minoranza perché non è negro chi è nero, non è frocio chi è gay, non è stupido chi è analfabeta, non è uomo chi è maschio, non è bello chi è biondo, non è colto chi è laureato, non è saggio chi è vecchio, non è femmina chi è donna e non è donna chi è donna.

La donna, così come l'uomo, il maschio, la femmina, il gay, il laureato e il vecchio, l'analfabeta e il biondo, non sono altro che dei costrutti della nostra mente; una mente che ragiona per categorie, e categorizzando ghettizza, e ghettizzando esclude, ed escludendo produce classi di potere e classi di esclusi, i primi dei quali hanno bisogno dei secondi per non morire e i secondi dei quali hanno bisogno di uccidere i primi per rimanere in vita.

Rigoberta però ce lo dice chiaro e tondo:

''È una lotta che né il regime, né l'imperialismo possono fermare, perché nasce dalla fame, dalla miseria. E né il regime né l'imperialismo possono dirci <<Non abbiate fame>> quando tutti stiamo morendo di fame.''[i]

La fame di cui parla la giovane indigena è una fame che non colpisce solo lo stomaco; è una fame che colpisce tutta la persona, tutto il suo essere soggetto che rifiuta d'essere oggetto: l'indios che grida contro i libri che lo vogliono storia, il povero che grida contro il ricco che lo vuole mezzo di produzione, l'analfabeta che grida contro il laureato che lo vuole stupido-scemo-imbecille, la donna che grida contro l'indios-la storia-il povero-il ricco-l'analfabeta-il laureato che la vogliono donna, e in quanto tale inesistente perché i laureati non le hanno studiate e gli analfabeti non le raccontano, povera perché il ricco la paga di meno e il povero non vuole proprio che lavori, ghettizzata perché la storia la mette nella storia delle donne e madre perché l'indios cosi la vuole.

Se poi, come Rigoberta, sei donna, indios, povera, analfabeta e sporca ti troverai a gridare non solo contro chi storce il naso invece che regalarti del sapone, a gridare contro chi ti chiama stupido invece di leggerti un libro, a gridare contro chi ti da dello straccione invece di darti un lavoro, a gridare contro chi ti crede selvaggio invece di chiederti come-ti-chiami-da-dove-vieni, se, come Rigoberta, sei una donna, dovrai gridare anche contro tutti gli uomini del mondo, vivi o già morti o che verranno, che ti vogliono madre-moglie-figlia invece di Rigoberta, invece di soggetto unico e particolare differente da tutti gli altri soggetti unici e particolari.

È spiazzante come l'antropologa venezuelana, Elisabeth Burgos, la donna soggetto unico e particolare differente da tutti gli altri soggetti unici e particolari che ha intervistato Rigoberta dando vita cosi a questo fantastico documento chiamato Mi chiamo Rigoberta Menchú, sia completamente assente in tutto il corso del libro. Mai una parola, un commento, nemmeno una conclusione, solo mezza facciata d'introduzione non firmata e probabilmente non sua.

Il potere della parola è tutto nella mani di Rigoberta: ella si contraddice, è confusionaria, usa il linguaggio che può e che conosce. Eppure mai la studiosa apporta una modifica per semplificare la lettura, per fare del libro un oggetto derubandolo della sua soggettività. La Burgos rimane per tutto il tempo seduta al nostro fianco, silenziosa, senza emettere un fiato come chi ha ascoltato qualcosa che anche gli altri devono assolutamente sentire, e devono sentirlo bene perché va capito e capito bene. La Burgos tace e Rigoberta parla, e mentre parla tu vedi una ragazzina di ventitré anni, timida, ingenua, che si ripete e si contraddice e ti mette in confusione, ma poi rispiega meglio e tu capisci, piangi, ti asciughi le lacrime e continui ad ascoltare, perché vuoi capire e capire bene.

E quando capisci, capisci che non è giusto. Capisci che l'etnocentrismo è il cancro che ha sterminato la memoria. Capisci che la colpa non è di Colombo, di Hernàn Cortés o di Don Pedro de Alvarado. E nemmeno della Chiesa e della sua dottrina o della Spagna e il suo imperialismo. La colpa è dell'Homo Sapiens, dell'animale Homo Sapiens, che divide il mondo tra noi e loro, tra i bianchi e i neri e tra i neri e i bianchi, tra gli uomini e le donne e tra le donne e gli uomini, tra i poveri e i ricchi e tra i ricchi e i poveri, tra chi comanda e chi deve essere comandato. Capisci che la sofferenza dei Maya del Quiché è la sofferenza degli ebrei dei campi di concentramento, dei migranti nei barconi, dei poveri delle periferie, degli analfabeti che non sanno leggere e degli intellettuali che non sanno ascoltare. Capisci che se c'è oggi chi soffre è perché è loro e non è noi. E capisci che è stato così sempre, da che l'Homo Sapiens ha deciso che noi siamo uomini e loro animali; da che abbiamo deciso che noi dobbiamo comandare e loro servire.

Allora disperato ti rivolgi a Rigoberta e le chiedi per favore che ti dica che sei in errore, che hai frainteso, che è tutto un malinteso, che non vi siete capiti e che lei questo non lo voleva dire affatto. E mentre ti risponde, paziente, ancora e ancora fino allo sfinimento, tu la guardi, la ascolti, è solo una ragazzina timida di ventitré anni, ingenua, che parla a stento una lingua che sta ancora imparando, e ti chiedi se riesce a capire la tua domanda, se è in grado di risponderti, se sa quello che stai provando ora.

La disperazione si traduce quindi in rassegnazione, e la rassegnazione in disgusto. Poi però ricominci da pagina uno:

''Mi chiamo Rigoberta Menchú. Ho ventitré anni. La testimonianza che voglio dare non è qualcosa che ho imparato da un libro né tantomeno che ho appreso da sola. L'ho imparato assieme al mio popolo, vorrei insistere su questo.''[ii]

Sì, stiamo imparando assieme al nostro popolo. Ha ragione Rigoberta. Vorrei anche io insistere su questo.


[i] Burgos, E. and Menchú, R. (1996). Mi chiamo Rigoberta Menchú. [Firenze]: Giunti, p.196

[ii] Burgos, E. and Menchú, R. (1996). Mi chiamo Rigoberta Menchú. [Firenze]: Giunti, p.7