Una lacerazione disumana

Di Jean Delumeau


Quando compare il pericolo del contagio, si cerca dapprima di ignorarlo. Le cronache relative alle pesti danno risalto alla frequente negligenza delle autorità a disporre le misure richieste dal pericolo imminente, pur essendo vero che, una volta avviati i meccanismi di difesa, i mezzi di protezione si perfezionano via via nel corso dei secoli. In Italia, nel 1348, quando l'epidemia si sparge a partire dai porti - Genova, Venezia e Pisa -, Firenze è la sola città dell'interno che cerca di proteggersi contro il nemico che si avvicina. La stessa inerzia si ripete a Chalons-sur-Marne nel giugno 1467, quando, nonostante i consigli del governatore di Champagne, ci si rifiuta di chiudere le scuole e di interrompere le prediche, a Burgos e a Valladolid nel 1599, a Milano nel 1630, a Napoli nel 1656, a Marsiglia nel 1720, e quest'elenco non è completo.

Senza dubbio si possono trovare ragionevoli giustificazioni per tale atteggiamento: non si voleva turbare la popolazione - donde i numerosi divieti di manifestazione di lutto all'inizio delle epidemie - e soprattutto non dovevano essere interrotte le relazioni economiche con l'esterno; la quarantena per una città significava infatti difficoltà di vettovagliamento, rovina degli affari, disoccupazione, probabili disordini di strada ecc. Finché l'epidemia causava un numero limitato di vittime, si poteva ancora sperare che sarebbe regredita da sé prima di aver devastato tutta la città.

Ma esistevano certamente altre motivazioni più profonde e meno consce di queste ragioni confessate o confessabili: la paura legittima della peste portava a ritardare il più possibile il momento di affrontarla apertamente: medici e autorità cercavano di ingannare perfino se stessi; rassicurando la popolazione, si rassicuravano a loro volta.

Nel maggio e nel giugno 1599, mentre la peste infierisce un po' dovunque nel Nord della Spagna - e quando si tratta di altri non si esita ad usare il termine esatto, - i medici di Burgos e di Valladolid formulano diagnosi tranquillizzanti dei casi osservati nelle loro città: <<Per parlare con esattezza, non è la peste>>; <<è una malattia comune>>; si tratta di <<febbri terzane fortissime, difterite, febbri persistenti, dolori al fianco, catarri, gotta ed altri simili [...] Alcuni hanno avuto dei bubboni, ma [...] [che] guariscono facilmente>>.   

Quando all'orizzonte di una città si profilava una minaccia di contagio, gli avvenimenti, al livello del potere esecutivo, si svolgevano di solito così: le autorità facevano esaminare i casi sospetti dai medici, che spesso fornivano una diagnosi rassicurante, andando così incontro ai desideri del corpo municipale: ma se le loro conclusioni erano pessimiste, altri medici o chirurghi venivano nominati per una contro-perizia che dissipava sempre le primitivi inquietudini.

Questa è la scena che si può constatare a Milano nel 1630 e a Marsiglia nel 1720. Scabini  e tribunali sanitari si accecavano l'un l'altro  per non vedere l'onda montante del pericolo e la massa della gente si comportava nello stesso modo, come ha ben osservato Manzoni riguardo all'epidemia del 1630 in Lombardia:

All'arrivo di quelle nuove de' paesi che n'erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzione bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d'accordo, è nell'attestare che non ne fu nulla. La penuria dell'anno antecedente, le angherie della soldatesca, le afflizioni d'animo, parvero più che bastanti a render ragione della mortalità; sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva nel senato, nel Consiglio de' decurioni, in ogni magistrato.   

Gli stessi atteggiamenti collettivi riapparvero al tempo del colera nel 1832. Il giorno di mezza-quaresima, Le Moniteur annunciò la triste notizia dell'epidemia che cominciava: ma all'inizio questo giornale non fu creduto. H. Heine racconta:

Arrivato il giorno di mezza-quaresima, con sole e bel tempo, i parigini passeggiavano con maggior allegria nei viali dove furono viste anche delle maschere, che, imitando il colorito malaticcio e l'aria esausta, schernivano sia la paura del colera sia la malattia stessa. La sera dello stesso giorno, i balli pubblici furono più affollati che mai: le risate più arroganti coprivano quasi la musica chiassosa; ci si scaldava troppo col <<chahut>>, danza equivoca; si inghiottiva ogni sorta di gelati e di bevande fredde quando, di colpo, il più vivace degli arlecchini sentì troppa freschezza nelle gambe, si tolse la maschera e scoprì davanti allo sbigottimento di tutti un viso blu-violaceo.

A Lilla, lo stesso anno, la popolazione si rifiutò di credere all'arrivo del colera e lo considerò in un primo tempo come un'invenzione della polizia.

Si può dunque notare, attraverso il tempo e lo spazio, una sorta di unanimità nel rifiuto di parole considerate tabù: non venivano pronunciate, o se lo si faceva all'inizio di un'epidemia era in locuzioni negative e rassicuranti come <<non è la peste, a parlar corretto>>. Nominare il morbo sarebbe stato come attirarlo ed abbattere l'ultimo baluardo che lo si teneva a distanza. Giungeva tuttavia il momento in cui non si poteva più evitare di chiamare il contagio col suo orribile nome: allora il panico si impadroniva delle città.

La soluzione più ragionevole era fuggire: si sapeva che la medicina era impotente e che <<un paio di stivali>> erano il rimedio più sicuro. Dal XIV secolo in poi la Sorbona aveva consigliato, a chi ne aveva la possibilità, di fuggire <<presto, lontano e per lungo tempo>>. Il Decameron è costituito dagli allegri racconti di giovani che sono fuggiti via dall'inferno di Firenze nel 1348: <<io giudicherei ottimamente fatto>> consiglia Pampinea all'inizio della Giornata Prima <<che noi, sì come siamo, sì come molti innanzi a noi hanno fatto e fanno, di questa terra uscissimo>>. 

I ricchi, naturalmente, erano i prima a scappare, creando così il panico collettivo: si assisteva allora allo spettacolo delle code agli uffici che rilasciavano i lasciapassare ed i certificati di buona salute, ed anche all'intasamento delle strade gremite di diligenze e carri. Seguiamo il racconto di D. Defoe:    

la gente più facoltosa, specialmente i nobili e i gentiluomini, si trasferivano in folla fuori dalla zona occidentale della City con famiglia e servitù [...] dove abitavo io [...] non si vedeva altro che carri e carrozze con merci, donne, servitori, bambini, ecc. 

L'esempio dato dai ricchi veniva immediatamente seguito da tutta una parte della popolazione. Così a Marsiglia nel 1720: <<Non appena furono viste sfollare alcune persone di alta condizione, un gran numero di borghesi ed altri abitanti le imitarono: ci fu allora un grande movimento in città, dove non si vedevano altro che spostamenti di mobili>>. La stessa cronaca precisa ancora:<<Tutte le porte della città bastano appena per la massa di quelli che escono [...] Tutti se ne vanno, tutti abbandonano, tutti fuggono>>.

La stessa scena accadde a Parigi durante l'epidemia di colera del 1832. Ricordando la <<fuga dei borghesi>> che si verificò allora, L. Chevalier scrive: <<Nei giorni 5,6, e 7 aprile vengono prenotati 618 cavalli di posta e il numero dei passaporti cresce di 500 al giorno; Luis Blanc calcola 700 al giorno il numero delle persone condotte via dalle diligenze>>.

Non erano solo i ricchi ad andarsene dalla città minacciata dal contagio: scappavano anche i poveri, come viene dimostrato a Santander nel 1597, a Lisbona nel 1598, a Segovia l'anno dopo (la gente si rifugiava nei boschi), a Londra durante le epidemie del XVII secolo ecc. Un medico di Malaga scriveva al tempo della peste del 1650:<<Il contagio divenne così violento che [...] gli uomini cominciarono a fuggire come animali selvatici verso la campagna; ma, nei villaggi, i fuggitivi venivano accolti a colpi di moschetto>>.

Alcune stampe inglesi dell'epoca raffigurano <<moltitudini che fuggono da Londra>> via acqua e via terra. D. Defoe assicura che nel 1665, 200.000 persone (su meno di 500.000) lasciarono la capitale e dedica parte del suo racconto all'odissea di tre rifugiati - degli artigiani - che incontrano in campagna un gruppo vagante: i tre vagabondi vorrebbero attraversare una foresta verso Rumford e Brentwood, ma si obietta loro che <<una quantità di fuggiaschi provenienti da Londra, i quali si trovavano qua e là per la foresta chiamata di Henalt [...] non avendo mezzi di sussistenza né abitazione, non solo vivevano da vagabondi, ma pativano grandissimi disagi nelle selve e nei campi per mancanza di cibo>>. Così, in teoria, era sì giusto fuggire la peste, ma questo sgombero collettivo improvviso e questo afflusso alle porte di una città che ben presto si sarebbe isolata, avevano tutte le apparenze di un esodo: molti partivano alla ventura senza sapere dove sarebbero finiti. Scene preannuncianti quelle che, per un altro motivo, la Francia conobbe nel 1940.

Ecco ora la città assediata dalla malattia, messa in quarantena, se necessario circondata da soldati, posta a confronto con l'angoscia quotidiana e costretta ad uno stile di vita ben diverso da quello a cui era assuefatta, in cui anche gli ambienti familiari si frantumano.

 L'insicurezza non nasce solo dalla presenza della malattia, ma anche da uno scompaginamento degli elementi che formavano l'ambiente quotidiano. Tutto è cambiato: dapprima la città è infatti deserta e silenziosa e molte case sono rimaste disabitate. Ci si è inoltre affrettati a cacciare i mendicanti: emarginati inquietanti, non sono forse seminatori di peste? E poi sono sporchi e spargono odori rivoltanti; infine sono bocche in più da sfamare. A questo proposito, rivelatrice, fra mille altri documenti simili, è una lettera scritta da Tolosa, nel giugno 1692, da un magistrato, Marin-Torrilhon, che teme un'epidemia:

Ci sono qui grandi malattie e ci sono almeno 10 o 12 morti al giorno in ogni parrocchia, tutti coperti di pustole. Ci sono due città intorno a Tolosa, Muret e Gimond, dove gli abitanti sani sono fuggiti e stanno in campagna: si sta in guardia a Gimond come in tempo di peste; infine c'è una generale miseria. I poveri ci porteranno qualche disgrazia se non si provvede subito: si lavora per farli uscire dalle città e non lasciarvi entrare nessun mendicante straniero.

In una lettera successiva (sicuramente del Luglio), Marin-Torrilhon esprime il suo sollievo:<<Cominciamo a respirare aria migliore dopo aver emesso l'ordinanza di rinchiudere i poveri>>. Pure per precauzione vengono uccisi in massa animali: maiali, cani e gatti.

A Riom, nel 1631, un editto ordina di abbattere gatti e piccioni <<per arrestare il diffondersi del contagio>>. Un'acquaforte di J. de Ridder (museo Van Stolk, Rotterdam) mostra alcune persone che sparano a bruciapelo ad animali domestici; la didascalia che vi sta sopra raccomanda di uccidere <<tutti i cani e tutti i gatti nella zona abitata e, al di fuori, fino ad un'ora di cammino intorno>>. Pare che a Londra nel 1665 siano stati uccisi 40.000 cani ed un numero cinque volte maggiore di gatti.

Tutte le cronache della peste mettono l'accento anche sull'arresto del commercio e dell'artigianato, la chiusura dei negozi, perfino delle chiese, la cessazione di ogni divertimento, le strade e le piazze vuote, il silenzio dei campanili.

Il già citato religioso portoghese, che esalta il coraggio dei suoi confratelli morti durante le precedenti epidemie, è per noi un buon testimone di ciò che la peste rappresentava per i suoi contemporanei e dei grandissimi sconvolgimenti che essa causava nella vita di tutti i giorni:

La peste è senza dubbio, fra tutte le calamità di questa vita, la più crudele e sicuramente la più atroce. E' con ragione che viene chiamata per antonomasia il Male; infatti non esiste sulla terra alcun male che si possa paragonare alla peste o che sia simile ad essa. Dal momento in cui divampa in un regno o in una repubblica questo fuoco violento ed impetuoso, si vedono i magistrati frastornati, le popolazioni spaventate, il potere politico incapace di agire. La giustizia non è più rispettata; le attività si fermano; le famiglie perdono la loro coesione e le strade la loro animazione. Tutto è ridotto ad un'estrema confusione, tutto è rovina, poiché tutto e tutti sono colpiti e sconvolti dal peso e dalla grandezza di una calamità tanto orrenda. Le persone, senza distinzione di condizione o di ricchezza, affogano in una tristezza mortale; soffrendo gli uni per la malattia, gli altri per la paura, in ogni momento sono messi di fronte alla morte e al pericolo. Coloro che ieri seppellivano oggi vengono seppelliti e, talvolta, sopra i morti che avevano sotterrato il giorno prima.Gli uomini temono perfino l'aria che respirano, hanno paura dei morti, dei vivi e di loro stessi, dato che molto spesso la morte si cela nei vestiti con cui si coprono, che poi alla maggior parte serviranno da sudario, vista la rapidità della fine [...]Le strade, le piazze, le chiese disseminate di cadaveri offrono agli occhi uno spettacolo straziante, la cui vista rende i vivi gelosi della sorte di coloro che sono già morti. I luoghi abitati sembrano trasformati in deserti e, da sola, questa inusuale solitudine accresce la paura e la disperazione. Ogni atto di pietà verso gli amici viene negato, poiché la stessa pietà è pericolosa; essendo tutti nelle stesse condizioni, a stento si ha compassione gli uni per gli altri.Dato che tutte le leggi dell'amore e della natura scompaiono o sono dimenticate in mezzo agli orrori di un così grande sconvolgimento, i bambini vengono all'improvviso separati dai genitori, le mogli dai mariti, i fratelli o gli amici gli uni dagli altri - essenza desolante di persone che si lasciano e non si rivedranno più. Gli uomini, smarrendo il loro abituale coraggio e non sapendo più che consiglio prendere, vagano disperati, simili a ciechi che sbattono ad ogni passo contro la paura e le loro contraddizioni. Le donne, con le loro lacrime e i loro lamenti, accrescono la confusione e l'angoscia chiedendo un rimedio per un morbo che non ne conosce; i bambini versano lacrime innocenti, poiché intuiscono la disgrazia, anche senza capirla.

 Tagliati fuori dal resto del mondo, gli abitanti si separano gli uni dagli altri all'interno stesso della città maledetta, temendo di contagiarsi a vicenda.

Si tengono chiuse le finestre di casa e non si scende in strada; si cerca di resistere, chiusi in casa propria, con le provviste che si sono potute accumulare. Se nonostante ciò bisogna uscire per comprare l'indispensabile sono necessarie precauzioni. Clienti e venditori di generi di prima necessità si salutano solo a distanza e mettono fra loro lo spazio di un largo bancone.

A Milano, nel 1630, alcuni scendevano in strada solo se armati di una pistola, grazie alla quale avrebbero tenuto a distanza ogni persona sospetta di essere contagiosa. Le segregazioni forzate si aggiungono alla clausura volontaria, per accrescere il vuoto e il silenzio della città; molti infatti vengono rinchiusi nella loro casa dichiarata sospetta, e da quel momento in poi sorvegliata da una guardia, e perfino inchiodata e sigillata.

 Così, nella città assediata dalla peste, la presenza degli altri non è più un conforto: il familiare trambusto nella strada, i rumori quotidiani che davano il ritmo ai lavori e ai giorni, l'incontro coi vicini all'uscio di casa: tutto ciò è scomparso. D. Defoe constata con stupore questa <<mancanza di comunicazione fra gli uomini>> che caratterizza il tempo della peste. A Marsiglia, nel 1720, un contemporaneo così descrive la sua città morta: <<Silenzio totale delle campane [...], lugubre quiete [...], quando nel passato si sentiva da lontano un certo brusìo o un rumore confuso che colpiva piacevolmente i sensi e che rallegrava [...], non si alza nemmeno fumo dai camini sui tetti delle case, come se non ci fosse nessuno [...]; tutto è sbarrato e proibito>>. Nel 1832, A Marsiglia, l'epidemia di colera avrà gli stessi effetti, come conferma la seguente testimonianza: <<Le finestre, le porte restavano chiuse, le case davano segni di vita solo per portar fuori i corpi delle vittime che il colera vi aveva ucciso: a poco a poco tutti i locali pubblici furono chiusi; nei caffè, nei circoli, regnava una tetra solitudine; regnava ovunque un silenzio di tomba>>.

Silenzio opprimente, ed anche universo di diffidenza, come possiamo leggere da quella cronaca italiana della peste del 1630 che Manzoni ha riportato:

E mentre, dice il Ripamonti, i cadaveri sparsi, o i mucchi di cadaveri, sempre danti agli occhi, sempre tra' piedi, facevano della città tutta come un solo mortorio, c'era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell'accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti... Non del vicino soltanto si prendeva, dell'amico, dell'ospite; ma que' nomi, que' vincoli dell'umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore; e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio.

Gli altri sono pericolosi soprattutto se il dardo della peste li ha già raggiunti: allora o vengono rinchiusi nella propria casa, o vengono portati in tutta fretta verso qualche lazzaretto posto fuori dalle mura: che differenza col trattamento riservato in tempi normali agli ammalati, che parenti, medici e preti circondano con le loro assidue cure! In tempi d'epidemia i congiunti si allontanano, i medici non toccano i contagiati, o il meno possibile, con un bastoncino; i chirurghi operano solo con i guanti; gli infermieri depongono a portata di mano del malato cibo, medicinali e bende. Tutti quelli che si accostano agli appestati si cospargono di aceto, si profumano le vesti, se necessario mettono delle maschere: quando sono loro vicini fanno attenzione a non inghiottire saliva o stanno attenti a non respirare con la bocca.

I preti danno l'assoluzione da lontano e per distribuire la comunione si servono di una palettina d'argento fissata ad un manico che può essere lungo anche più di un metro;

 così i rapporti umani vengono completamente rovesciati: proprio nel momento in cui il bisogno degli altri si fa più forte - e in cui, di solito, si prendevano cura di voi ora vi abbandonano. Il tempo di peste è il tempo della solitudine forzata. In una relazione contemporanea della peste di Marsiglia del 1720, si legge:

[L'ammalato] viene rinchiuso in una soffitta o nel quartiere più remoto della casa, senza mobili, senza comodità, coperto di vecchi stracci e con ciò che si ha più usato, senza altro sollievo per i propri malanni che una brocca d'acqua deposta in tutta fretta vicino al suo letto e dalla quale deve attingere da solo malgrado la sua spossatezza, spesso obbligato a cercare il suo brodo vicino alla porta della camera e trascinarsi poi di nuovo verso il letto. Può ben piangere e lamentarsi, nessuno l'ascolterà.

Di solito la malattia ha i suoi rituali che uniscono il paziente a coloro che gli sono intorno; e più ancora la morte segue una liturgia in cui si susseguono la preparazione del corpo, la veglia attorno al defunto, il collocamento nella bara e la sepoltura. Le lacrime, le parole mormorate piano, i ricordi, l'allestimento della camera ardente, le preghiere, il corteo funebre, la presenza dei parenti e degli amici: tanti elementi costitutivi di un rito di passaggio che deve svolgersi con ordine e decoro.

In periodi di peste, come in tempo di guerra, la morte di un uomo avveniva invece in condizioni insopportabili di orrore, di anarchia e di abbandono degli usi più profondamente radicati nell'inconscio collettivo; dapprima la morte perdeva il suo aspetto personalizzato; al culmine delle epidemie ogni giorno gli appestati morivano a centinaia, perfino a migliaia a Napoli, Londra o Marsiglia; gli ospedali e i ricoveri di fortuna frettolosamente approntati erano pieni di moribondi: come ci si poteva occupare di ciascuno di essi?

 Inoltre molti non arrivavano neppure fino ai lazzaretti e morivano durante il tragitto. Tutte le cronache del passato riguardanti le epidemie parlano dei cadaveri nelle strade, anche a Londra dove tuttavia le autorità, nel 1665 sembrano aver affrontato meglio di altre volte i molteplici problemi provocati dal contagio; il Diario di D. Defoe riferisce: <<era difficile passare per le vie senza imbattersi in morti sparsi in terra qua e là>>. Da quel momento in poi non si parlava più di pompe funebri per i ricchi, né di cerimonie, anche modeste, per i poveri; non più campane a morto, non più ceri intorno ad una bara, non più canti e, spesso, neppure più tombe individuali.

In tempi normali ci si adopera per nascondere l'aspetto orribile della morte grazie a un decoro e a cerimonie che sono altrettanti <<maquillages>>. Il defunto mantiene la sua rispettabilità: diviene l'occasione per una sorta di culto. In periodi di peste, invece, data la credenza degli effluvi maligni, l'importante è sbarazzarsi il più presto possibile dei cadaveri, che vengono deposti in gran fretta fuori dalle case, perfino calandoli dalle finestre con delle corde; i corbeaux li afferrano servendosi di uncini fissati in cima a lunghi manici e li ammucchiano in qualche modo negli orrendi carretti menzionati da tutte le cronache dei contagi. Quando queste lugubri carrette appaiono in una città precedute da uomini che suonano dei campanelli, è il segno che l'epidemia ha superato ogni barriera. Non bisogna cercare a lungo per capire da dove Brueghel ha preso l'idea del carretto pieno di scheletri che si trova nel suo Trionfo della morte del Prado. Nel corso della vita di un uomo vissuto in città non era raro trovare almeno una peste, ed aver così assistito allo stupefacente va e vieni dei carretti fra le case e le fosse comuni.

Facciamo ancora riferimento, a questo proposito, a D. Defoe:

fu vista spaventosa e raccapricciante quella del carro che conteneva sedici o diciassette corpi, alcuni avvolti in lenzuoli di lino, altri in coperte, mentre altri erano quasi nudi, o così scomposti, che qualunque panno avessero, cadeva loro di dosso quando si vuotava il carro, e cadevano completamente nudi in mezzo agli altri; ma ciò non aveva certo importanza alcuna per loro, né l'indecenza della cosa ne aveva per i viventi, vedendo essi che erano tutti morti, e gettati insieme alla rinfusa nel comune sepolcro, come possiamo chiamarlo, dell'umanità; giacché qui non si faceva differenza, ma poveri e ricchi andavano gli uni con gli altri. Non c'era altra sorte d'esequie, né era possibile vi fosse, perché non si potevano avere casse da morto per la straordinaria moltitudine che periva in una calamità come questa.   

Il sellaio messo in scena da Defoe racconta ancora che nella sua parrocchia <<i carri dei morti si trovavano spesso in sosta, pieni di cadaveri, al cancello del cimitero, ma con essi non era alcun apparitore né conducente, né alcun'altra persona>>.

Le città appestate non riuscivano più ad assorbire i loro morti; così nulla, durante le grandi epidemie, distingueva più la morte degli uomini da quella delle bestie. Già Tucidide, descrivendo l'epidemia (che sicuramente non era peste) del 430-427, aveva scritto: <<[Gli Ateniesi] morivano come pecore>> (II, 51). Nello stesso modo, abbandonati alla loro agonia, i contagiati di qualunque città europea fra il XIV e il XVIII secolo una volta morti venivano ammucchiati alla rinfusa, come cani o pecore, in fosse subito ricoperte di calce viva. Anche per i vivi è un vero dramma l'abbandono dei riti tranquillizzanti che in tempi normali accompagnano la dipartita da questo mondo. Quando la morte è così scoperta, <<indecente>>, desacralizzata, a tal punto collettiva, anonima e ributtante, un'intera popolazione rischia la disperazione o la follia, venendo di colpo privata delle secolari liturgie che fino a quel momento le conferivano nelle disgrazie la dignità, sicurezza e identità. Comprensibile quindi la gioia dei marsigliesi quando, al termine dell'epidemia del 1720, videro di nuovo i carri funebri nelle strade. Era un segno certo che il contagio se ne andava dalla città e che si ritrovavano le abitudini tranquillizzanti dei periodi di normalità.

Arresto delle attività familiari, silenzio della città, solitudine nella malattia, anonimato nella morte, abolizione dei riti collettivi di gioia e di dolore: tutte queste brusche fratture con gli usi quotidiani erano accompagnate da una totale impossibilità di formulare progetti per il futuro, dato che <<l'iniziativa>> ormai apparteneva interamente alla peste. In tempi normali perfino i vecchi agiscono in vista del futuro, come quello di La Fontaine che non solo costruisce, ma anche semina: vivere senza fare progetti non è umano, e purtuttavia l'epidemia obbligava a considerare ogni minuto come una semplice dilazione e a non avere altra prospettiva davanti a sé che quella di una prossima morte. 

Rimpiangendo di essere rimasto a Londra, il sellaio di Defoe cerca di uscire di casa il meno possibile, confessa continuamente i suoi peccati, si affida a Dio, si dedica al digiuno, all'umiliazione ed alla meditazione. <<Dedicavo il tempo libero che avevo>> scrive <<a legger libri e a scrivere il diario di quanto mi stava succedendo ogni giorno.>>

 A Marsiglia nel 1720, quando diventa palese che il pericolo è dovunque in città, un contemporaneo fa ad un giornale questa confessione d'impotenza: <<[Ormai non si può] fare altro che implorare misericordia al Signore preparandosi alla morte>>. Scompaginando le strutture comuni e impedendo ogni progetto per il futuro, la peste in tal modo sconvolgeva doppiamente i fondamenti psichici sia individuali che collettivi.