“VITA DI CASA. ABITARE, MANGIARE, VESTIRE NELL’EUROPA MODERNA”

12.10.2020

Di Enrico Papaccio


Natalia Ginzburg. Credo sia lei ad aver ispirato il libro della Sarti. Non direttamente, certo. Ma aver avuto nell'88 Carlo Ginzburg come relatore secondo me deve aver contato qualcosa . Si pensi a "Le voci della sera" o a "Lessico Famigliare": se questi due romanzi della Ginzburg non sono tecnicamente classificabili come "etnografia" è solo perché l'etnocentrismo di cui siamo intrisi ci vuol convincere che una descrizione è etnografica solo se riguarda i Maya del Quiché o i Toda delle colline del Nilgiri. Non è così. Si può fare etnografia ovunque. Si può fare anche fra la borghesia torinese. E, sembra dirci la Sarti, si può fare anche per ricostruire la vita familiare delle famiglie europee dalla fine del Quattrocento all'inizio dell'Ottocento . L'impianto del suo libro "Vita di casa. Abitare, mangiare, vestire nell'Europa Moderna" (Laterza, 1999) - libro che è senza dubbio un manuale di storia moderna - a me pare (quanto meno) d'ispirazione etnografica già fin dal titolo: vuole delineare l'ampio ventaglio di funzioni che poteva venire attribuito agli oggetti e ai beni nella vita familiare e domestica . Sono parole sue. Parole chiare, inequivocabili. Vuole porre in rilievo i significati soggettivi condivisi e il loro modello di esperienza culturale specifica. Vuole la Thick Description , il significato dell'azione per chi la compie in quel momento, perché è fondamentale per l'antropologo comprendere come il soggetto vede sé stesso. E la vuole nonostante lei non sia antropologa, ma storica. Fatto che mi è ben chiaro, e che mi esalta. La Prof.ssa Sarti non è solo una storica, ma una grande storica. Almeno a far fede alle sessantuno pagine del suo curriculum: si occupa di storia di genere, del lavoro, del servizio domestico, della schiavitù, della mascolinità, della famiglia... ha tenuto corsi all'Università di Bologna, Parigi, Vienna, Murcia. Ora insegna a Urbino. Vanta oltre centocinquanta pubblicazioni .

Non è quindi l'ultima arrivata. Così come non è la prima volta che si occupa di quest'argomento. Anzi, a dire il vero pare proprio che non si sia mai occupata veramente d'altro. La sua tesi del 1988 si intitola "Ricerche sulla servitù domestica a Bologna nell'Ottocento" . Il titolo della tesi per il dottorato nel 1994: "Per una storia del personale domestico in Italia. Il caso di Bologna (sec. XVIII-XIX)" . E nel 1999 pubblica il libro.

È quindi chiara la sua area di ricerca principale e come ad essa intenda approcciarsi. In quest'opera specifica intreccia risultati di studi di storia della famiglia, delle donne, d'identità di genere, dei consumi, dell'architettura, dell'arredamento, dell'alimentazione, dell'abbigliamento , attraverso numerosi ego documenti come memorie, diari, autobiografie, lettere, ma anche attraverso censimenti, testamenti, tradizioni, proverbi e lingue, giurisprudenza ordinaria e giurisprudenza consuetudinaria... l'obbiettivo è chiaramente olistico proprio perché - ecco l'antropologa Sarti! - la cultura è un'entità olistica, cioè complessa ed integrata, formata da elementi che stanno in un rapporto di interdipendenza reciproca. E il metodo - azzardando di molto, forse esagerando troppo - è quello dell'osservazione partecipante, per quanto ciò sia possibile ad un soggetto senza macchina del tempo ma dotatosi di così numerose fonti da aver preferito pubblicarle a parte in rete per mancanza di spazio .

Il tema dell'opera non poteva che essere quindi quel microcosmo che è la famiglia, capace, da sola, di riprodurre su scala ridotta l'intera società (altro fatto che non può non far pensare alla multidisciplinarità del suo lavoro). Ed essa - classe 1963, nata a Bressanone in Alto Adige -, come suo solito, parte dai dimenticati. Dico "suo solito" perché secondo le mie ricerche i suoi interessi si sono spesso rivolti alle fasce di popolazione meno tutelate (si veda per esempio il "Servant Project" , di cui è stata promotrice). C'è poi da considerare come la storiografia sia sempre soggettiva, parziale e provvisoria , e allora non si può negare come la Sarti ci fa subito capire da che parte vuole stare. Chi altri se non qualcuno particolarmente empatico verso i più deboli, intitolando un libro "Vita di casa", partirebbe da chi una casa non ce l'ha? O tenterebbe di dimostrare che "casa" non è quattro mura e un tetto ma un concetto astratto e determinato culturalmente? La Sarti certo non sta scrivendo un trattato per studiosi di professione. Motivo per cui credo sia più esplicitata questa posizione. La sua è un'opera di sintesi. Mira anzitutto a rendere accessibili ad un pubblico di non addetti ai lavori temi e problemi che alimentano la ricerca storica . E sappiamo cosa ciò significhi per uno studioso: educare. Ma, appunto, ciò significa anche decidere come educare. E lei decide di farlo dalla prospettiva da cui sa farlo meglio. L'opera è interessante forse soprattutto per questo. L'approccio etnografico la rende stimolante. L'approccio politico però la rende appassionante e coinvolgente.

Non è comunque un'opera a senso unico. Parlando di approccio politico intendo dire che il libro ha una sua morale, non che è cieco alle morali altrui e che dia spazio solo a una parte.

Parte dall'homeless, è vero, ma il suo è solo l'inizio di un percorso a zig-zag dove intreccia questi ultimi con i contadini, e i nobili e i borghesi. E questo, a mio parere, significa prendere posizione perché - volendo tradurre in volgare un pensiero aulico - significa dire che è l'antropos che le interessa, non la classe a cui questo appartiene.

La tesi però, giustamente, resta sua, e per niente moderata: se vuoi fare lo storico è ora che ti renda conto che il popolo non esiste. E che non è mai esistito. È ora che ti renda conto che l'unico modo di fare storia, e farla seriamente, è concentrandoti su Carl Ferdinand Fausel, lavorante falegname originario di Nürtingen, o sulla donna che vuole sposare: Dorothea Schach, di Neckarhausen . Oppure su tal Andrea milanese, che "tiene scuola di suono e raccame" . O su Marianna Boscani, cameriera della famiglia Albergati . Insomma, se vuoi fare storia, dice la Sarti, devi prima capire chi sono i soggetti che l'hanno vissuta e come essi si vedevano e percepivano.

Resta infine solo da domandarsi se sia concretamente possibile fare etnografia della storia e quanto attendibili siano le fonti scritte rispetto alla ricerca sul campo. In realtà, per quanto tale prospettiva possa affascinare, la risposta la conosciamo già: una fonte non varrà mai quanto un corpo in carne ed ossa.

Il merito della Prof.ssa Sarti resta comunque quello di aver fatto tutto quello che è in potere dell* storic* e al tempo stesso di averci fatto sognare di esser lì, anche se solo per trecento cinque ottime pagine. Proprio come Natalia Ginzburg.