RACCONTI BREVI

L'Elvira

Di Valentina Casadei

Arturo, con lentezza, spinge, con una mano, un carrello ancora vuoto. Con l'altra mano impugna la lunga lista della spesa che l'Elvira gli ha preparato con minuzie. Arturo ha settantatré anni e l'Elvira sessantaquattro. Ma è Arturo quello che va ancora in bicicletta.

Entrato nel piccolo supermercato del minuscolo villaggio di campagna - sì, il supermercato è più grande del villaggio stesso - nel quale vivono, Arturo si sente subito disorientato. Non ha l'abitudine di fare la spesa la domenica mattina ma con l'Elvira con la sciatica non ci sono alternative. Intorno ad Arturo, gomitoli di famiglie ammassate intorno a carrelli strabordanti.

Arturo abbassa lo sguardo sulla lista della spesa.

  1. Uova

L'Elvira avrebbe preparato l'omelette al prosciutto o la torta mimosa.

Arturo sorride sottecchi.

  1. Baiocchi

Arturo si perde in una smorfia di disapprovazione. Preferisce i Ritornelli.

Ma perdio, non bisogna fare arrabbiare l'Elvira.

  1. Pollo, maiale, bovino adulto

Con la lista in mano, ripercorre tutto il supermercato. La carne è vicino alle uova. I biscotti dall'altra parte del supermercato. Diamine. Girando come una trottola, Arturo si ritrova a seguire una lista della spesa scritta in modo completamente umorale.

  1. Miele
  2. Crocchette di pesce per Gino
  3. Sale
  4. Detersivo
  5. Olio e zucchero
  6. Carote
  7. Fette biscottate
  8. Pannoloni sagomati Lines Specialist

L'incontinenza d'Arturo aveva recato all'Elvira molto imbarazzo negli ultimi tempi. Arturo aveva, così, per un periodo, smesso di bere acqua, eliminando anche i cetrioli - fin troppo diuretici - dalla dieta. Purtroppo, però, le cose non si erano sistemate per il povero Arturo: la stitichezza era peggiorata. Il dottore gli aveva consigliato di ricominciare a bere. Senza l'obbligo di reintrodurre i cetrioli, però. Fiuuu. Ora, i pannoloni sagomati Lines Specialist non mancavano mai nella lista della spesa.

Arturo deposita nonchalante il pacchetto nel cartello, guardandosi intorno furtivo. Non è stato visto - neanche questa volta.

Continua il pellegrinaggio, sollevato.

  1. Spaghetti

Carbonara, olé!

  1. Cavolo cappuccio
  2. Crocchette di carne per Gino

Arturo è furioso. Ma che razza di lista della spesa è? Era andato avanti e indietro per il supermercato come un pazzo. D'altronde sua moglie era sempre stata impulsiva.

Alla cassa, Arturo incontra lo sguardo della cassiera, la quale lo saluta con dolcezza e gli esprime le più sentite condoglianze per la morte prematura della sua amata Elvira.




Di Enrico Papaccio

Avete conosciuto la Vita? E' forse una domanda particolare? Magari ''fumosa'' Signori? Eppure ve la sto ponendo; voglio porvela, qui e ora!

Se vorrete, più tardi, potrete rispondermi, ma lasciate... lasciate che sia io il primo a parlare; Poi, se sarà vostro desiderio, sarò io che ascolterò voi; Non temiate Signori, sono uomo di parola e poi... poi mi basta giusto un'istante; si, si un'istante...

Io la Vita l'ho conosciuta, e lasciatemi dire, per piacere, che non è stato affatto facile parlarle; -attaccar bottone- come si dice; o presentarmi, per usare un termine più educato; si, si..dimenticate, dimenticate..fatemi ricominciare...

Io la Vita l'ho conosciuta, e lasciatemi dire, per piacere, che non è stato facile parlarle; -presentarmi- come si dice...

Ecco, così dovrebbe aver un suono più gradevole, non trovate? Ma lasciate che vi racconti, lasciate...

Mi squadrava -la Vita- dall'alto in basso e non si degnava nemmeno di rispondere al saluto che io ogni tanto -sempre- le facevo dolcemente e un po' timidamente con un cenno della mano.

A ripensarci, l'ingenuità non mi era grande amica, non vi pare?

Alcune volte addirittura mi guardava in malo modo, o semplicemente, fingeva di non vedermi; bensì che i nostri sguardi più volte si incrociassero, sia ben chiaro; come se per lei non esistessi, non la meritassi, mi ignorava con inaudita violenza, spezzando il mio cuore così ancora puro e lindo e divertita dalla delusione che invadeva i miei occhi, la bella così tanto desiderata sembrava sempre compiacersene; in un modo che qualcuno avrebbe a ragione potuto definire perfido..

Ma non io signori; non io; io l'amavo; oh, come l'amavo signori tanto era bella; Nonostante sembrasse odiarmi con tutte le sue forze, schifarmi come un qualcosa di abominevole, io ne ero profondamente innamorato! L'amavo e non potevo farci nulla! L'amai dal primo istante. Non smetterò mai di ripetere al mondo intero e a me stesso quanto era bella. Dovevo conoscerla. Non potevo resistere.

Un giorno andai da lei, o forse ci finii per caso, non ricordo. La vedevo tutti i giorni, era bellissima e quel giorno lo era in modo particolare. Stava diritta in fronte a me. Non parlava. Non riuscii a fermarmi, qualcosa che doveva assomigliare al coraggio (ma che non lo era) mi portò a stamparle un bacio sulle labbra senza darle il men che minimo preavviso, non so cosa mi prese quel giorno ma è quel che feci.

Ora capite, perché non mi era amica l'ingenuità?

Fu un bacio brevissimo ma altrettanto intenso, durò forse una frazione di secondo; ma lei mi respinse in malo modo. Assunse un atteggiamento fra l'arrabbiato e il divertito, quasi di sbeffeggio, come se volesse prendersi gioco di me. Posso giurare di aver letto una punta d'odio sul suo viso.

A quel punto, preso dal panico, col viso ricoperto di vergogna, non sapendo cosa fare o cosa dire, me ne scappai piangendo.

Ancora oggi mi vergogno profondamente di quella mia stupida reazione. Avrei potuto dirle qualunque cosa, almeno scusarmi, ma non lo feci e fuggii spaventato come un codardo.

Fu una scena patetica, lo ammetto, ma fu quella la <<vera prima volta>> che la conobbi.

Dovetti lasciare passare parecchio tempo prima di avere di nuovo il coraggio per riuscire a guardarla anche solo di sfuggita, cercando di non farmi cogliere nel mentre l'ammiravo come un idiota qualunque. Non dopo quel che era successo. Ad ogni modo, così avrei perso il coraggio che faticosamente mi stavo mettendo da parte, ma fortunatamente, facendo un poco d'attenzione, non si accorse di nulla.

Ma la scena così ridicola di una tale patetica dichiarazione d'amore aveva invaso i miei pensieri dall'istante in cui le mie labbra si erano staccate dalle sue ponendo in tal modo fine a tanta ingenuità che col tempo e il passare dei giorni diventò una specie di ossessione. Anzi, una vera e propria ossessione: giorno e notte quella scena mi ritornava in mente a torturarmi e non v'era nulla che potessi fare per dimenticare. Dimenticare.

Cosa poteva pensare di me dopo quel che avevo fatto? Cosa dovevo fare per rimediare a quel mio stupido gesto? Nel migliore dei casi, doveva ritenermi un uomo di cui aver pena, da non prendere troppo sul serio; un uomo ridicolo, patetico.

Ma io l'amavo e non potevo starle lontano, dovevo farle cambiare idea. Se non altro per riscattare quel poco di onore che mi era pur sempre rimasto in cuore. Avevo pur sempre un mio certo amor proprio da difendere, un onore da riscattare con la mia innamorata..

Non potevo continuare a non sapere cosa lei pensasse di me. Io l'amavo, l'amavo profondamente -accada quel che accada- mi ripetevo;

Non potevo starle lontano un minuto di più o la follia, che tanto mi corteggiava, sarebbe finita per diventare la mia sposa al posto di lei..

Se solo voi l'aveste vista signori! Era di una bellezza imparagonabile. Bellissima era. E elegante e intelligente..e poi..e poi quanto era affascinante, intrigante e misteriosa perfino. Non potevo non amarla, fossi stato cieco mi sarei innamorato di lei ascoltandola, fossi stato sordo mi sarei innamorato di lei guardandola e se per disgrazia fossi stato entrambe le cose mi sarei innamorato di lei sognandola. Ma che dico! Io la sognai, la sognai eccome, ancor prima d'averla veduta io la sognai nei miei sogni più belli, nelle notti più dolci io la sognai. E l'ascoltai perfino, l'ascoltai centinaia di volte prima di sentirla, l'ascoltai signori.. non mento!

Un giorno, qualche mese dopo quel bacio,strinsi i pugni e sconfitta la vergogna -che non voleva lasciarmi- mi feci pian piano coraggio e, lentamente, senza dar troppo nell'occhio ,mi avvicinai a lei.

Non molto in realtà, giusto quel poco che mi permettevano le gambe.

Lei si accorse di me e di quel mio fare tanto goffo e impacciato, ma non si mosse. Così, lasciati trascorrere pochi istanti, mi avvicinai ancora un poco, un poco e un poco fino a quando, senza bene rendermene conto, mi ritrovai a meno di un passo da lei. Era lì, di fronte a me e senza muoversi mi fissava. Aveva degli occhi stupendi signori. Dio, quanto l'amavo!

Ci distanziavano si e no una trentina di centimetri, potevo sentirla respirare. Il suo respiro schiantarsi sul mio viso; i suoi occhi entrare nei miei.. e il profumo che emanava, signori, signori.. non v'è fragranza al mondo più sublime, più idilliaca e sensuale di quella che sentii provenire da lei quel giorno. L'amavo, io l'amavo!

Non potevo credere di averla finalmente tanto vicino, dopo tutto quel tempo che avevo passato a spiarla come un ladro, credetti che mai avrei avuto più occasione di starle tanto appiccicato come in quel momento

Il mio viso divenne -lo sentii dal sangue che mi saliva- di un color rosso intenso; credo che per qualche istante dovetti accennare una specie di sorriso che però non mi riusci come desideravo.

Lei continuava a fissarmi senza dire una parola. Il suo viso non tradiva emozioni.

Non sembrava né felice, né triste o arrabbiata, se ne stava lì e basta. Continuava a tenere fisso su me lo sguardo senza dire o far nulla. Finalmente riuscii a mettere insieme due parole ma erano talmente tante le cose che volevo dirle che ne venne fuori un biascichio insensato e incomprensibile.

Volevo dirle cosi tante cose che senza volere mi uscirono tutte insieme, e naturalmente non si capì nulla; credetti..

Lei però non fece per voltarsi e andarsene divertita come temevo, cosi tentai ancora.

Ricominciai.

Dovevo proprio apparire ridicolo. Lì, fermo davanti a tutto ciò che amavo e desideravo, senza parlare o anche solo accennare un gesto qualsiasi o chessò io; in piedi di fronte alla mia amata a fare la figura dell'imbecille e nient'altro.

D'un tratto mi svegliai; una scossa inaspettata di virile coraggio maschio mi fece venir fuori un saluto che pronunciai correttamente; o comunque fu un tentativo più generoso del primo: -salve.. cioè, ciao.. oh che diamine! Ciao!

Ma lei non rispose, cosi pensai di ripeterlo più deciso nel caso magari mi fossi solo immaginato di averlo pronunciato ad alta voce

Quanto dovevo sembrare idiota in quel momento

-un povero sciocco da non tenere nemmeno in considerazione- ecco cosa pensò, la Vita, del sottoscritto vedendomi così imbecille!

Quasi con urlo da pazzo ripetei il saluto ma ella continuava a tacere e a non rispondere.

Per qualche motivo lì per lì mi balenò alla mente la stravagante idea che in fondo, non era poi per forza necessario rispondere ad un saluto con un altro saluto, o magari lei non amava ripetere cose già dette, cosi me ne stetti zitto. Di nuovo.

Come mi sentivo stupido in quel momento, mi disprezzava talmente tanto da non degnarsi nemmeno di rispondermi.

Continuai a starle in fronte ancora qualche minuto come un qualche stupido animale se ne resta beota a fissare la parete, poi mi colse una sensazione che mai avevo provato prima per quell'essere cosi bello: era odio, la odiavo; Non potevo tollerare un simile affronto, non poteva trattarmi a quel modo. L'amavo perdio, non lo nego, ma avevo pur sempre una mia dignità.

-allora mi vedi?mi senti?-

Presi a scuoterla tentando di provocare in lei una qualche reazione. Quasi la feci cadere in terra,

ma lei continuò a ignorarmi; non rispondeva e non rispondendomi mi provocava, mi provocava con quel suo ostinato silenzio. Non faceva il minimo cenno per farmi intendere di smetterla, di lasciarla stare.

Fu in quel preciso momento che mi resi conto che non poteva vedermi ne sentirmi. Il suo sguardo non era stato fisso su me per nemmeno un secondo del tempo che avevo passato con lei, ma su un punto nel vuoto, che io occupavo abusivamente; e non rispondeva non perché non mi sentiva ma perché era intenta ad ascoltare i discorsi delle persone che ci circondavano, e che le occupavano i pensieri.. più delle mie grida, più delle mie percosse..

Non mi stava ignorando, ero io che non ero in grado di farmi notare.

Tentai in tutti i modi, a più riprese, e sempre con maggiore forza..e violenza anche..si, si.. fu violenza la mia, più visibile ai suoi occhi e di farmi sentire meglio; o perlomeno sentire perdio! ma cos'altro potevo fare se non gesticolare e gridare più forte che mi riusciva, e saltare e altre idiozie da circo? non potevo certo colpirla... io l'amavo...

Tentai per l'intera mattinata, fino a pomeriggio inoltrato, in un'impresa che finì per fallire miseramente.

Non vide e non sentì una sola parola di quanto le dissi per ore e ore, disperatamente e insistentemente.

Era come assente, non c'era, o forse ero io che non c'ero.. ma non fui in grado di rendermene conto e vigliaccamente e cosi incollerito me ne andai.

La odiavo, tutto quell'amore che avevo provato per lei era ora scomparso.

Nascosto fra le mura del mio appartamento la insultai, la umiliai e la odiai e la insultai di nuovo. La odiavo, la odiavo! Non volevo più vederla, non volevo più nemmeno sentirla nominare.

La cancellai dai miei pensieri...

Ma dopo un po' tornai ad amarla. Anzi, non smisi mai d'amarla! Io amavo la Vita!

Ancora oggi, a ripensarci, provo ripugnanza per quell'essere mostruoso in cui mi trasformai per tutto il periodo che smisi di amarla per odiarla.

-un tale mostro- mi dissi -non è degno di tanta bellezza- così ripresi coll'amarla.. ma da lontano, a debita distanza, per proteggerla dal mostro in cui mi ero tristemente evoluto; e non mi avvicinai a lei per anni interi. Anni che durarono più dell'ammissibile; l' ammiravo signori, certo che l'ammiravo, ma stando bene attento a non farmi notare, o vedere, o anche solo sentire.. ma l'ammiravo! Quanto era bella, Dio mio se l'amavo...

L'amavo, lo giuro!Ma è proprio perché l'amavo che fuggii da lei tanto a lungo. Temevo di rovinarla! Ecco, si. E' questo signori: le rimasi lontano tanto tempo perché temevo di poterla rovinare.

Se solo avessi saputo...

Le rimasi lontano talmente tanto tempo che ricordo ad un certo punto arrivai a pensare che se ero riuscito a starle lontano tanto a lungo potevo finalmente liberarmi di quell'enorme peso e dirle addio definitivamente.

Ragionate Signori! Siate indulgenti e cercate di comprendere quello che era il mio stato d'animo in quei momenti così tristi! Avevo dichiarato il mio amore cosi spontaneamente, senza inutili giri di parole, senza vergogna.. e la mia amata non solo mi respinse in malo modo ma finì anche per ridere di me umiliandomi come mai nessuno al mondo aveva osato umiliarmi... Non a quel modo!

Non ditemi che non riuscite a trovare un briciolo di comprensione per un uomo così enormemente distrutto nell'anima?!

Il timore di rincontrarla, finire con l'adorarla dopo tanto impegno per eliminarla dai miei pensieri ha dell'umano! Non oserete negarlo? Dovete ammetterlo!

Avevo il timore fondato che sarei finito per desiderare di nuovo quell'umiliazione, pur di starle vicino per qualche istante ancora! Dovevo convincermi; perlomeno fingere un odio tanto grande e violento.

Eppure l'amavo signori! L'amavo!

Se lor signori hanno provato nel corso della loro vita un sentimento tanto sublime come l'amore, sapranno come rimane impossibile anche al più grande degli eroi un impresa così mostruosa; mi era semplicemente impossibile.

E infatti non potei fare altro che fare ritorno al solito tavolo, del solito bar, dove lei passava intere giornate seduta a qualche metro da me facendosi ammirare da lontano.

Quanto era bella!

La odiavo, per quanto era bella. La odiavo. Lo giuro signori, la odiavo con tutto il mio corpo. Non c'era muscolo del mio corpo che non la odiasse a tal punto da arrivare a farle del male. Lo ammetto signori, lo ammetto! Qualche volta ho pensato di farle del male e.. e meditavo sui modi e sui tempi, quasi provavo piacere a far pensieri cosi meschini..anzi, anzi provavo piacere eccome..a far pensieri cosi meschini e colpevoli!

Pensai anche di ucciderla. Se non mi voleva allora doveva sparire. Andarsene! Se non mi voleva non doveva poter volere nient'altro! Doveva morire.

Come provo vergogna ora, nel raccontarvelo. In quale meschino mostriciattolo mi ero trasformato restandole lontano tanto a lungo cercando di dimenticarla? Di renderla invisibile come lei aveva reso invisibile me ignorandomi quel giorno?

Arrivai a far quasi l'irreparabile. Ebbene è cosi signori, i fatti si svolsero più o meno in questo modo: sapevo che tutti i giorni, dopo pranzo, verso le 14,30 doveva passare per una via poco frequentata non troppo lontano dal bar dove la incontravo tutti i giorni. Calcolai tutto nei minimi particolari.

Alle 14 in punto entrai al bar facendomi notare il più possibile urtando un mobile che sta all'ingresso, facendolo cadere a terra. Mi sedetti al solito tavolo e ordinai come sempre una bibita. Calcolai che dal momento in cui mi sedevo al momento in cui la cameriera mi avesse servito effettivamente la bibita richiesta sarebbero passati circa una decina di minuti, essendo io un cliente abituale e lei, la cameriera, presa col servire gli impiegati in pausa pranzo, non avrebbe senz'altro fatto troppo caso a me. E infatti cosi fu, la cameriera mi servì la bibita esattamente alle 14.16. Ci scambiammo qualche parola e se ne tornò al suo lavoro. Sorseggiai la bibita ancora per qualche minuto, e non appena ne ebbi l'occasione, sgattaiolai in bagno stando bene attento a lasciare giacca e chiavi bene in vista sul tavolo. Chiusi la porta a chiave, mi arrampicai sul lavandino e me ne uscii dalla finestrella che dava sul vicolo, percorsi un centinaio di metri a piedi fino al punto stabilito, nascondendomi nel buoi per tenderle l'agguato.

Ero deciso a farlo, nessuno avrebbe potuto sospettar di me. Decine di persone avrebbero testimoniato che al momento dell'omicidio mi trovavo al tavolo del bar.

Eccola, finalmente la vidi mentre imboccava la stradina stretta e buia che l'avrebbe portata direttamente fra le mia braccia. L'avrei presa di sorpresa, senza darle nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa le stava accadendo: avrei sparato.

Il rumore dei suoi passi da vuoti si facevano sempre più pesanti e pieni man mano che si avvicinava, ancora pochi passi e le sarei stato finalmente addosso prendendomi la mia rivincita! Tirai fuori di tasca la pistola e feci per saltar fuori e spararle.. feci per saltar fuori e spararle.. ma non riuscii a muovermi. Non potevo far veramente del male ad un essere tanto candido ed innocente. Me ne rimasi nascosto fin quando non fui del tutto sicuro che se ne fosse andata.

Buttai la pistola in un cassonetto e rientrai bambino dalla finestrella che poco prima mi aveva visto uscire assassino.

Il cuore batteva ancora all'impazzata quando tornai a sedermi al tavolo come nulla fosse, per un attimo credetti che da un momento all'altro una forza dentro di me che non potevo controllare mi avrebbe costretto ad alzarmi in piedi e gridare a tutti quanto avevo appena tentato di fare. Mi trattenni. Finii la mia bibita, lasciai qualche moneta sul tavolo e me ne scappai in strada...

Cosa volevo fare? Ero impazzito forse? Cosa mi era saltato in mente? Potevo forse farle veramente del male? Io? Io che l'amavo così tanto?

Ancora oggi, tutti i giorni, dopo il lavoro, vado al bar, al solito tavolo, e da lontano: l'ammiro..

Fu così che io conobbi la Vita mia cari signori, fu un incontro mai avvenuto ma costante, difficile e pericoloso.

Ma signori, quanto era bella...   

Di Enrico Papaccio

Sai.. b è la seconda lettera dell'alfabeto.. il sole sorge sempre al mattino e la luna non se ne va mai.. bozza salvata alle ore 00:16.. adesso 00:18.. il giudice decide sempre al posto degli altri.. le macchine inquinano e a nessuno interessa.. domani sta tornando.. io ho sonno.. ma se dormo domani arriva e allora resto sveglio.. i bambini sono divertenti.. anche i treni sono divertenti.. le prostitute non sorridono mai per davvero.. dal mondo si sentono provenire molte grida.. fanno paura e i neonati piangono perché hanno capito.. il vino è il miglior compagno di chi non vuole crescere.. i nazisti sono uomini tristi.. le donne normali fingono di essere maschi.. giù non esiste.. su, nemmeno.. farsi capire è un lavoro che non piace.. giugno è il miglior mese dell'anno.. di notte il silenzio è più caldo.. se parti è perché vuoi restare.. alle nove il mattino è già finito.. i cattivi sono buoni se non chiedi loro nulla.. giocare a nascondino è più divertente.. i nonni muoiono sempre per farti dispetto.. le foreste africane fanno arrossire.. se ami non lo devi dire.. luogotenente, sergente e capitano sono titoli ridicoli.. le piazze si riempiono solo quando è già troppo tardi.. arrivare in ritardo denota intelligenza.. lo stupido è martire in ogni epoca.. alla lettera b preferisco l'h perché nessuno può sentirla a parte me.. la prima volta non piace a nessuno dei due.. leggere è parlare a un buco nero.. il pazzo è al manicomio perché ha capito.. i cinesi sono così tanti che a contarli ci si metterebbe una vita intera.. poi bisognerebbe ricominciare tutto il lavoro daccapo.. l'amore della tua vita è sempre alla fermata dell'autobus.. regalare una rosa non si fa più.. al ristorante sputano nella zuppa.. la terra è marrone come la merda.. giovedì è una bella parola.. lo stupro è amore non richiesto.. italiano è un'invenzione anticamente riconosciuta.. l'inferno di Dante è la discarica dei medievali.. la cravatta la indossano i capi.. Giuliano Ferrara è grasso e brutto e stupido.. parlare inglese serve solo a far soldi.. la Francia non è romantica come nei film.. i greci violentavano adolescenti maschi per divertimento.. Giordano Bruno aveva ragione e l'hanno ammazzato.. Elena secondo me non era così bella come dice Omero.. la filosofia è religione.. la religione non è mai stata vera filosofia.. anche io ho rinnegato tre volte la verità.. i cristiani sono morti sulla croce.. Kant parla ai dotti e non ai savi.. la montagna non è mai andata da Maometto.. piangere serve solo a bagnare il viso.. i cammelli sono animali brutti.. le piramidi non sono poi sta' grande invenzione.. vivere nel deserto fa gola a molti.. il piccolo principe è nato e morto lì.. non ho mai scambiato un serpente che ha inghiottito un elefante per uno stupido cappello.. bozza salvata alle ore 01:14.. adesso 01:17.. adesso 01:19

Di Enrico Papaccio

Tenere la penna in mano. La carta intestata. La firma seguirà alle parole. Il terrore di cominciare.

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La penna incide sulla carta come un bisturi sulla carne.

Come il vigliacco esito per la paura del dolore. L'inchiostro come il sangue. La mano come l'assassino. L'uomo, come il suicida.

Sul vetro della finestra è riflesso il volto di un uomo che fuma. Fuori, la pioggia.

È più d'un mese. Un'eternità. Una vita intera. Ho tradito!

Quaranta giorni di silenzio e fesserie. Quaranta giorni da profugo in un pianeta non mio!

Credetelo! Ho tradito!

Ho tradito a tal punto che la penna tace, rifiuta di venire in mio soccorso come solo lei è stata capace quando ne avevo più bisogno.

Ho lasciato che il mostro prendesse il sopravvento.

L'ho scusato usando tutta l'astuzia dei libri, tutto il coraggio della filosofia, tutta la libertà che l'arte mi ha donato.

Ho fatto di lui un eroe. L'ho definito e incorniciato con le parole più sublimi. L'ho difeso. Ho combattuto al suo fianco. Ho prestato a lui giuramento!

Uno schiavo!

Ho permesso che mi facesse suo schiavo.

Non dovrebbe essermi più concesso di scrivere. Non più. Ho perso questo diritto.

Ho perso l'unico diritto che avevo.

Sono stato io: l'ho perso di proposito!

Non merito questa carta. Un uomo che si fa schiavo di una volontà, un uomo che rinuncia alla sua libertà in cambio di pochi istanti di lussuria, non merita questa carta.

Dovrei esser condannato a guardare il riflesso di quel mostro sullo specchio per il resto del tempo che ancora mi rimane; e che sia lungo! Che la tortura sia lunga! Che la natura voglia tenermi sano ancora cent'anni e cent'anni ancora!

Non oso, ancora lui... quel volto mi ripugna!

Ma voi! Voi dovete! Dovete vi dico!

Non abbiate pietà! O anzi, peggio, abbiatene! Commiseratemi! Questo solo, io merito da voi.

Fate costruire uno specchio tale che m'impedisca di non vedere altro che il mio volto per la sua imponenza; e poi... si, poi disponetelo in uno stadio, e sedete sugli spalti, tutti là, insieme ai vostri figli.

Ché il mostro non sia nascosto e difeso dalle mura di una prigione!

Indicatemi con la mano e tenete in silenzio le vostre mogli!

Al più, bisbigliate.

Ma che la vostra sia una presenza sentita, o la tortura non sarà completa!

Tradito!

Parola peggiore di questa non può darla una penna.

Il cielo non fa che piangere: ha perso un uomo e ha trovato uno schiavo.

Tradito!

Quanto poco sono stato capace di resistere... quanto poco sono portato per esser uomo!

Grida! Grida Cielo! Fa dei tuoi tuoni la mia sveglia! Fa della tua pioggia l'acqua per la mia anima perduta!

Anche ora il mostro mi tenta! Con tutta la sua forza osa ancora tentar di riprendere il controllo.

È pronto a chiedere perdono, di nuovo! Come le volte precedenti, per l'ennesima volta, vuole da voi esser perdonato!

Rifiutate!

Non permettetegli di ingannarvi!

Non questa volta!

Non ci può essere perdono per chi mente sapendo che tornerà a mentire.

E anzi, io vi dico che è or ora già intento a preparare il suo futuro inganno.

Con quale mostro voi siete ora costretti al confronto!

Sappiate che è astuto, perfido, manipolatore! Non credete alle sue lacrime; se esse vi toccassero vi brucerebbero la carne. Come acido sul legno, trapasserebbero le vostre mani lì per asciugarle.

Siate dei veri boia! Non fatevi intenerire dalla sua apparente innocenza; egli è il più malvagio dei diavoli.

Tergiverso! Giro in tondo! Studio il momento buono! La penna è ancora offesa! Non sarà lei a difendermi questa volta.

Vi è solo quel maledetto riflesso sulla finestra che mi tortura!

Ebbene, è giunta l'ora!

Come spiegarvi tutto questo senza offendere? Senza disgustare? Come posso continuare questa violenza alla mia unica amica?

Penna, perdonami!

È l'ultima volta!

L'estate quest'anno ha dimenticato di portar con sé il sole. Ora gli riconosco le ragioni; ma allora, quando, dopo la primavera che mi aveva dato la notizia, toccava a lei sopportar la boria di quell'infame che mi aveva così ben circuito prendendo di me il controllo, era ben felice di negarmi il suo calore.

Io, almeno questo vogliate permettermi di concedere per amore della verità di questi fogli, quando gli diedi accesso libero e completo al mio libero arbitrio, non potevo difendermi con tutta la forza dei miei vent'anni: la primavera mi aveva rinchiuso in un letto d'ospedale; mi aveva dichiarato non solo mortale, ma morto in vita.

E tutto questo volle farlo con la gentilezza d'uno strangolatore di professione.

Non un istante mi fu concesso per tentare la fuga e cercare riparo.

Allungò le mani e le strinse intorno al mio collo, fintanto che non mi dichiarai vinto.

Tanto ero stordito, frastornato, confuso, angosciato; tanto ero disperato dall'aver perso la guerra ancor prima d'andar soldato, che appena egli mi si presentò davanti promettendomi una battaglia tutta mia, nuova, più grande e gloriosa di tutte le altre, con milioni di soldati al mio comando e centinaia di generali disposti a dar seguito ai miei ordini, ché io proprio non volli, non potei, non credevo giusto rinunciarvi.

Terre da conquistare. Popoli da sottomettere.

E questo, solo per me! Per rifarmi dell'ingiustizia che m'era stata così crudelmente imposta.

Cos'altro avreste fatto voi?

Era la mia ultima battaglia; l'unica alla quale avrei potuto partecipare!

E la vittoria sarebbe stata mia!

Un Napoleone! Un Cesare!

Ecco come sarei stato ricordato!

La gloria per aver vissuto più in alto! La gloria per aver vissuto tutta una vita in soli vent'anni!

Avreste rinunciato a tutto questo? Avreste rinunciato a sentirvi uomini sapendo che non lo sareste mai stati?

Al diavolo voi eroi che non avete conosciuto la morte prima del giorno fatale, e che ora ridete della mia ingenuità!

Io volli tentare; sarei morto comunque!

Ben sapevo... Oh... al diavolo! Ben sapevo che quel che m'era chiesto in cambio era molto, troppo! Sapevo che avrei potuto perdere ogni cosa. Ma quale importanza poteva avere?

Firmai ogni cosa. E lo feci col sangue che lentamente distruggeva il mio giovane corpo dall'interno, dove non potevo combatterlo.

Uscii dall'ospedale una settimana dopo.

Devo ora ammettere che non fu spiacevole l'ospedale. Lo trovai... riposante.

Lo shock di cui vi ho accennato venne dopo, molto dopo.

Sul momento invece, non mi fece alcun effetto sapere della malattia.

Ricordo che l'infermiera, una donna energica, per nulla affascinante né come donna né come essere umano, nel darmi la notizia assunse un atteggiamento fra il grottesco e il comico; malgrado, certo, malgrado non fosse questa la sua intenzione. Anzi.

Anzi, sono sicuro che il suo dolore, quello che le ricoprì il viso mentre se ne stava ritta in piedi ai fianchi della scrivania dove sedeva la dottoressa - intenta a tentare senza successo di chiamare il pronto soccorso perché mi ricoverassero s'urgenza - fosse vero, sincero e sentito dramma.

Mi disse anche che se avevo desiderio, avevo ben diritto di mettermi a gridare contro il mondo.

Disse esattamente ''il mondo''.

Naturalmente io non feci nulla di tutto ciò.

Come ho detto, la notizia lì per lì mi parve solo un noioso contrattempo che si aggiungeva agli altri.

Una bega. Un intoppo.

Sorrisi e faticai grandemente a non scoppiare in una grassa, enorme, gigantesca risata.

Tutto ciò era comico. Tanto comico che in quella settimana scrissi un piccolo libricino satirico che intitolai: ''La commedia del malato''.

Se ciò non basta a rendervi l'idea di quanto la cosa non mi avesse minimamente turbato, temo che il vostro senso dello humor non sia minimamente in sintonia con il mio.

L'ambulatorio non era nulla di speciale, tranne forse per quell'armadio che conteneva centinaia o migliaia di cartelle e che, in un qualche modo che ignoro, digitando il codice della relativa cartella, forniva in pochi secondi, azionando tutto un gran movimento, appunto la cartella desiderata.

Lo trovai simpatico.

Per il resto, c'era una scrivania in legno come ce ne sono tante, troppe, una sedia da un lato per il dottore o la dottoressa, e una dall'altro lato, per il paziente o l'idiota che tenta di non ridere del modo in cui viene commiserato e maldestramente consolato.

Comunque non voglio mentire; o comunque non voglio che fraintendiate: non esultai alla notizia.

Di esser ricoverato poi non avevo alcuna voglia.

Però non piansi. Ora che ci penso, ricordo che non presi assolutamente in considerazione la possibilità che la notizia che mi stavano dando dovesse interessarmi.

Era... era come un qualcosa di superfluo.

Come quando ti parla un qualunque idiota che sei abituato a non ascoltare e che lasci parlare per non dover controbattere alle sue idiozie.

Semplicemente, non mi importava.

Avevo una malattia che potenzialmente poteva portarmi alla morte. E allora?

Potrei finire sotto una macchina. La stessa ambulanza che state tentando di chiamare con quel telefono, nel venirmi a prendere, facendo una qualche manovra sbagliata, un errore umano, potrebbe schiacciarmi come un verme. E allora?

Tutti, prima o poi, in qualche modo, dobbiamo morire.

Sapere in anticipo come e più o meno quando avverrà; sapere come, volendo, poter accelerare o rallentare il processo che mi sta uccidendo, beh... non è forse un vantaggio?

E poi, diciamocelo, morire giovani, a causa di una malattia incurabile che non viene per qualche colpa personale ma per puro caso, è romantico.

Morire giovani è romantico.

Almeno di questo ne fui completamente certo allora, e ne sono ancora certo adesso.

Tutti si mostrarono subito molto gentili e premurosi.

Nei giorni successivi capii da me che la gentilezza era stata solo un anestetizzante per convincermi ad accettare il ricovero e che del mio mestiere, del fatto che scrivo, li aveva interessati solo sul momento, e che in realtà, non importava un granché a nessuno.

Tanto meglio, pensai il giorno dopo quando mostrai il mio ultimo romanzo alla dottoressa e lei lo sfogliò per forse poco più un secondo.

Fui solo scocciato dal fatto che ora me lo sarei dovuto tenere con me per tutto il tempo.

Non amo stare in compagnia dei miei libri, e se non mi avesse domandato lei esplicitamente di fargliene avere una copia il primo giorno che la vidi, certo non sarebbe rientrato nella lista dei libri che domandai a mia madre di portarmi da casa.

Ma tant'era. S'arrangiasse.

Parlare di quel che scrivo con qualcuno che non mi ha ancora mai letto però mi turba.

Farlo con qualcuno che lo ha già fatto, mi fa incazzare. Comunque non era quello il caso.

Semplicemente, non le interessava. Il mondo è pieno di scrittori.

Fui ricoverato in chirurgia d'urgenza, il reparto era quello.

Il reparto era così strutturato: un lungo corridoio di forse una trentina di metri divideva le camere dei più gravi da una parte, e quelle dei meno gravi dell'altra.

Le camere, fatta eccezione per le prime due vicine all'ingresso, erano esse stesse ordinate in modo da partire dai più gravi e via via fino ai ricoverati meno gravi.

Naturalmente, io avevo il letto nella prima camera.

Oltre al mio, c'erano altri quattro letti.

Di nuovo naturalmente, io avevo l'età dei nipoti che controvoglia lì venivano nell'orario di visita del pomeriggio a salutare il nonno.

La mia sola reale preoccupazione, erano le sigarette. Ma per fortuna non erano tanto crudeli da obbligarmi ad usare il vaso da notte, e così quando dovevo andare al bagno mi staccavano le tre flebo alle quali ero incatenato, e ne approfittavo per fumare una sigaretta di nascosto.

Per quanto riguarda il cibo, quasi impazzii.

Non mi era concesso mangiare.

Non tanto quanto volevo almeno.

Un brodino insapore e purè.

Inaccettabile.

Mi diedi al furto di grissini.

Mangiai grissini per tutto il tempo.

Li rubavo dai vassoi degli altri pazienti, dal carrello del cibo, dalla cucina.

Mi scoprii anche capace nell'arte della corruzione: infermiere e infermieri erano i miei bersagli. Bastava insistere fintantoché non si arrendevano, e il gioco era fatto.

Uno o due pacchetti di grissini in cambio del mio silenzio.

Una sera riuscii perfino a farmi portare un tè caldo e due fette biscottate: un'autentica indecenza per il dottore che mi aveva in cura.

Due giorni prima di dimettermi mi spostarono in una stanza più piccola.

Eravamo in due.

Io, e un signore sui sessanta che aveva lavorato tutta la vita come cameriere.

Le nostre conversazioni erano tutte incentrate sui cibi che avremmo mangiato una volta usciti.

Mi spiegava nel dettaglio ricette di pesce, di carne, piatti a base di selvaggina... fu un'autentica masturbazione culinaria.

Entrambi parlavamo dei nostri cibi preferiti e i gli occhi brillavano.

Pensavo a tutto fuorché al fatto che sarei rimasto malato per il resto della mia vita.

Era la fine di aprile, i prati erano pieni di margherite.

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Da qualche giorno la testa mi duole.

''duole''...

Ma vaffanculo! La testa mi fa un male cane!

Il cervello è come se bruciasse! E il naso, insieme con la bocca, il collo, i denti, perfino i capelli... mi fa male tutto!

Non sono in grado! Non sono nella condizione di continuare.

Vi avevo promesso una confessione: non sono capace di mantenere la promessa.

Il dolore mi confonde, non mi permette di pensare! CAZZO!

Datemi ancora qualche giorno... aspettate ancora un poco... forse il dolore smetterà di perseguitarmi!

Di Enrico Papaccio



Impossibile!- gridò l'uomo al signore che lo fissava.

Impossibile!? - gli gridò di rimando il signore - ma come può dire che è impossibile se glielo sto dicendo? Le assicuro che le cose sono andate così eccome!

Eppure l'uomo non poteva proprio credergli. Dopotutto, non era poi una cosa tanto normale. E se non è normale, il novantanove per cento delle volte non è nemmeno vero.

Impossibile! Io non le credo e se proprio vuole che le creda, lo dimostri! -

Dimostrarglielo? E come vuole che glielo dimostri? -

Beh - disse l'uomo, convinto d'aver trovato il modo di zittire il signore - se è vero come dice, potrà pur dimostrarmelo. Dopotutto, non è poi una cosa tanto normale -

Normale - disse sprezzante il signore - sa Lei ora cosa è normale e cosa no. Io le sto dicendo che le cose sono andate proprio nel modo che le ho raccontato. E se non vuole credermi, sa che le dico? Non mi creda!

E così dicendo prese il suo ombrello e se ne uscì dal bar senza nemmeno salutarlo.

L'uomo, confuso, per un attimo pensò perfino d'uscire dal bar per inseguirlo. Per dirgliene quattro. Per dirgli che non gli credeva. Che era impossibile. Ma alla fine decise di mandare ogni cosa a farsi benedire, che l'impossibile, novantanove volte su cento, è proprio decisamente impossibile.

Il giorno subito appresso l'uomo tornò al bar di buon mattino, come faceva tutti i giorni, per buttarci l'intera giornata. Salutò chi doveva salutare, ordinò da bere, e zitto zitto, come faceva tutti i giorni, si mise in attesa dell'ora di pranzo.

Ma appena al terzo bicchiere, il signore del giorno prima era di nuovo lì che lo fissava.

È ancora convinto che è impossibile? - gli domandò dopo averlo squadrato per benino per qualche minuto, con ancora l'ombrello gocciolante fra le mani.

Dice a me? - rispose l'uomo al signore fingendo platealmente di non riconoscerlo, così, per superiorità acquisita.

È ancora convinto che è impossibile? - di nuovo domandò all'uomo il signore, questa volta facendosi sfuggire un sorriso maligno. Aveva qualcosa in mente e stava per scaricarla come una mitragliata.

Io, mio bel signore, non solo ne son convinto - disse l'uomo - io lo so, e se son nel torto, la mia mia proposta di ieri è ancora valida: me lo dimostri!

Ah! - gridò il signore soddisfatto fin nel midollo - e io glielo dimostro!

L'uomo parve sorpreso, non se lo aspettava, ma non era disposto ad ammetterlo. Ormai era una sfida. E una sfida, si sa, o si vince o si perde.

Vuole dimostrarmelo? - lo provocò l'uomo, - e sia, prego prego.. l'ascolto - 

Il signore divenne tutto rosso, ma rosso rosso che pareva scoppiare da un momento all'altro come un vulcano impazzito.

e.. e.. e certo che glielo dimostro! Venga con me! -

co.. con lei? - s'impaurì l'uomo - ma dove? Non vede che piove? -

Il signore aveva però l'aria di uno che non ammette repliche.

Vuole che glielo dimostro? - disse secco il signore davanti a tutti - se veramente lo vuole, mi segua. - e dopo averlo detto, uscì dal bar esattamente allo stesso modo del giorno appresso cosicché l'uomo, se non voleva far la figura del fanfarone che sfida e poi si tira indietro, doveva per forza prender cappotto ed ombrello ed uscir nel temporale per inseguire il signore.

Il tempo fuori era così maledetto che perfino l'aria ti bagnava. Perfino a respirare ti sembrava di bagnarti. Pioveva da giorni e da giorni le fogne avevano smesso di fare il loro mestiere. Le strade erano torrenti d'acqua. Una vera stramaledetta idea quella di fare una passeggiata. Una vera, stramaledetta, indecente, stupida idea.

Si può sapere dove mi porta? - urlava più forte della pioggia l'uomo al signore per farsi sentire.

Il signore però lo ignorava e continuava a camminare, voltandosi solamente di quando in quando per esser certo che non smettesse di seguirlo e per lanciargli uno sguardo di sfida.

Non manca molto - disse tutto d'un tratto il signore all'uomo - prima però deve fare una cosa per me -

Per lei? - si sbalordì l'uomo, ché certamente credeva il signore un pazzo già da chissà quanto tempo, ma fino a quel punto.. - che dovrei fare? - domandò tanto per sapere, non certo perché intenzionato a farlo veramente.

Lo vede quel negozio? Quello lì, con la vetrina verde.. -

Ma quale? Il negozio di scarpe? -

Si, si.. quello, il negozio di scarpe con la vetrina verde. Entri e compri un paio di stivali taglia uomo, e porti lo scontrino mi raccomando -

Un paio di stivali? Ma lei è serio? -

È ancora convinto che è impossibile? -

Ma cosa c'entrano un paio di stivali? -

Ora non ho tempo per spiegarle. Ha detto che vuole permettermi di dimostrarle che quanto le ho raccontato è accaduto per davvero. Lo ha detto? -

Ma veramente -

Lo ha detto? -

... -

Lo ha detto? -

Si -

Vada in quel negozio e compri un paio di stivali taglia uomo -

L'uomo borbottò qualcosa, ma alla fine attraversò la strada cercando di non annegare in quel mare di pioggia.

Un paio di stivali taglia uomo.. - si lamentava da solo sotto l'ombrello - che diamine vuol dire un paio di stivali taglia uomo.. -

Entrando nel negozio un grazioso campanellino d'orato appeso alla porta tintillennò e gli si fece avanti il proprietario. Si stringeva le mani e sorrideva pronto a servirlo, tanto che l'uomo per un attimo parve riconsiderare l'idea che entrare nel negozio fosse stata poi una così brutta idea. Faceva un bel calduccio e il proprietario pareva proprio quel tipo di persona pronta ad offrirti tè e biscotti pur di farti sentire a casa.

Buongiorno - disse l'uomo, leggermente imbarazzato - ecco, vede... ora non sto a spiegarle tutta la storia, ma lo vede quel signore lì fuori sul marciapiede dall'altra parte della strada? -

Quello? - disse il proprietario asciugando la condensa sulla sua vetrina con la mano e guardando attraverso il cerchio disegnato.

Si, quel signore -

Lo vedo, lo vedo. E... -

Ecco, vede... quel signore mi ha pregato di entrare nel suo negozio e di comprare un paio di stivali taglia uomo.. -

E ha fatto bene il signore. Ha fatto decisamente bene.. ma, perché non entra e se ne sta lì fuori con questa pioggia infernale? -

Gliel'ho detto, è una storia lunga.. insomma, li ha questi stivali? -

Taglia uomo, ha detto eh? - chiese il proprietario leggermente accigliato infilandosi fra gli scaffali di scatoloni e scatolette - mi faccia vedere.. taglia uomo, taglia uomo.. -

In quel momento entrò nel negozio una signora bagnata fradicia. Con lei, bagnati fradici come lei e più di lei, un cagnolino e un bambinetto. Quest'ultimo, a vederlo, poteva essere il figlio o il nipote della signora. Per quel che riguarda il cagnolino, non potrei giurarci, ma dava proprio l'impressione d'aver convinto la signora a prenderlo con sé forse una decina di minuti prima dopo averlo tirato fuori da una pozzanghera.

Mi dia il numero che vuole... - disse l'uomo al proprietario cercando di cavarsi d'impiccio il più in fretta possibile.

Vuole la taglia uomo o vuole un numero a caso? - chiese il proprietario seccato, guardando la signora che nel frattempo cercava inutilmente di non allagare il negozio.

L'uomo pagò gli stivali taglia uomo con tutti i soldi che aveva in tasca, comprese le monetine. E mentre riattraversava la strada riparandosi sotto l'ombrello come se dal cielo cascassero migliaia di migliaia di minuscole bombe atomiche, guardando il signore che lo fissava dall'altra parte del marciapiede, pensò che forse stava diventando scemo. Che mai nessuno di normale comprerebbe un paio di stivali taglia uomo solo perché ad ordinarglielo è stato un uomo che gli ha promesso di dimostrargli l'impossibile.