RACCONTI BREVI

Padre

Di Piergiorgio Andreani


Parte 1

"La partenza"


24 maggio 2020, ore 08:00

Giny si svegliò di soprassalto. Aprì gli occhi e si guardò intorno. Il suo cellulare stava squillando. Allungò lentamente il braccio intorpidito e afferrò l'apparecchio. Odiava interrompere il sonno in quel modo, perché le faceva venire il mal di testa. Appena lesse il nome sul display, però, si rilassò e fece tap sull'icona verde.

"Giny! Sai che giorno è oggi?"

"Ciao. È domenica. Sono le otto e stavo dormendo."

"Esatto!" disse allegro suo padre, ignorando la lamentela. "Ma soprattutto è la prima domenica dopo la fine della..."

"Quarantena."

"Esatto!" ripeté con più enfasi. "Hai capito cosa voglio dirti?"

Giny sbadigliò e sorrise.

"Si, ho capito. Vuoi tornare lassù."

"Non dirmi che non ci avevi ancora pensato. Volevi forse sfuggirmi, questa volta?"

"Ma no, vengo sempre volentieri, lo sai."

"Bene. Passi a prendermi tu?"

"Ok, dammi il tempo di alzarmi e prepararmi. Tra un'oretta o poco più, va bene?"

"Ottimo! A dopo."

"A dopo, Padre."

-

Giny si stiracchiò e decise di rimanere a letto ancora per qualche minuto. Sorrise al pensiero dei primi segnali di libertà dopo mesi di clausura forzata. Non era mai stata così a lungo lontana dai suoi genitori.

Viveva da sola da un paio di anni, anche se tra casa sua - un piccolo appartamento in affitto - e quella dei suoi non c'erano più di dieci minuti di cammino. Quando aveva iniziato a pensare di fare il grande salto era molto impaurita. Loro l'avevano appoggiata e aiutata a trovare una soluzione che le permettesse di non allontanarsi troppo.

Il lunedì precedente aveva potuto riabbracciarli - anche se non letteralmente - e si era resa davvero conto di quanto le fossero mancati. Soprattutto lui, l'uomo che in un mix di ironia e riverenza chiamava Padre.

Scostò il lenzuolo e si diresse verso il bagno. Fece una doccia veloce, lavò i denti e si sciacquò il viso. Mentre si guardava allo specchio rimproverò sé stessa. Suo padre aveva ragione: ora che la quarantena era terminata, una cosa così sacra per loro, come la passeggiata insieme all'Infernaccio, poteva venire in mente anche a lei. Le dispiaceva di non averci pensato ed era felice che ci avesse pensato lui.

Indossò i vestiti e le scarpe da escursione e preparò in velocità un po' di provviste. Prese un paio di borracce e un telo da mare, perché adoravano stendersi sul prato davanti all'Eremo e rilassarsi guardando il cielo. Mise tutto nello zaino. Tornò in bagno e applicò un leggero trucco per risaltare il bel verde dei suoi occhi. Sistemò alla meglio i capelli, castani ma tinti di un rosso scuro, mossi e lunghi fino alle spalle. Una breve colazione ed era già fuori dall'appartamento.

L'utilitaria di Giny aveva undici anni ma faceva ancora il suo lavoro e a cambiarla non ci pensava affatto. Non che potesse permetterselo, in quel momento. Sistemata la roba e acceso il motore, l'autoradio partì in automatico, sintonizzandosi su una radio commerciale che stava trasmettendo una hit del momento, una di quelle che suo padre definiva Il massimo del risultato col minimo dello sforzo. Mentre accelerava e usciva dal parcheggio, Giny immaginava già cosa sarebbe successo: lui non avrebbe retto l'affronto musicale e avrebbe cercato di cambiare stazione o di mettere la sua musica.

-

Il padre la stava aspettando di sotto, col suo tipico sorriso arzillo. Mise lo zaino nel portabagagli ed entrò in auto, sedendosi sul lato passeggero.

"Padre, non siamo conviventi."

"Vorresti costringermi a fare un'ora e mezzo di viaggio sul sedile posteriore? E poi devo assolutamente togliere questa oscenità che stai ascoltando."

Attaccò una chiavetta USB e iniziò a sfogliare le cartelle dei suoi gruppi preferiti.

"Oggi ci vuole qualcosa di tosto", disse. Poi aggiunse: "Niente Lezioni, promesso."

Le Lezioni. Ciò di cui parlava erano in realtà una delle cose che gli avevano permesso di aiutare sua figlia ad affrontare la vita quando era adolescente. Da enorme appassionato di musica dei suoi anni di gioventù e non solo, gli era venuta l'idea di usare alcune canzoni per rafforzare i consigli che dava a sua figlia.

La prima volta fu quando lei aveva dodici anni ed era sovrappeso. Era evidente che ne soffrisse molto anche se non ne parlava mai. Un giorno lui decise di tirare fuori l'argomento, e le offrì il suo aiuto nel fare qualcosa per volere più bene a sé stessa.

"Nei momenti in cui sei scoraggiata e vorresti mollare, prova ad ascoltare musica. Se associ una canzone a qualcosa per cui stai lottando, te ne ricorderai ogni volta che la senti." le disse, facendo partire un pezzo di Ben Harper dal PC. Anche se non capiva ancora bene l'inglese, la melodia dolce e intensa colpì Giny fin da subito.

Non si era mai preoccupato di scoprire se la cosa avesse un fondamento scientifico in psicologia, ma aveva funzionato. Giny aveva iniziato ad andare in palestra - non aveva più smesso, in realtà - e perso peso.

Mentre l'auto si metteva in marcia, dall'autoradio partì un pezzo country dei Creedence Clearwater Revival.

"Così va meglio!", esclamò suo padre. Erano di nuovo insieme, ed era tutto perfetto.


Parte 2

"Il cammino"


L'auto di Giny imboccò il sentiero tortuoso e dissestato che portava alla gola. Si fermarono, come facevano sempre, alla fontanella per riempire le borracce di acqua di montagna. Giunsero, infine, nell'area di parcheggio di Valleria. Durante il viaggio avevano parlato di quanta gente avrebbero trovato lassù, in una domenica di sole appena dopo la fine della quarantena. L'ultima cosa che si aspettavano era che non ci fossero altre auto. Eppure così era.

Scesero nella completa solitudine. Giny era molto sorpresa. Indossarono le scarpe da trekking e si avviarono.

"Finalmente!" affermò suo padre, fiero come l'Ulisse dantesco, mentre attraversava le due colonne di pietra a base quadrata, non troppo alte ma comunque solenni, che erano a guardia del punto di partenza. Giny sorrise e lo seguì.

Il tratto iniziale era quasi pianeggiante. Alla loro sinistra c'erano alte rocce ricoperte di piante rigogliose, mentre a destra si estendeva un ampio strapiombo sovrastato dai monti e da un cielo di un azzurro intenso, interrotto solo qui e là da pigre nuvole bianche.

La loro passeggiata aveva delle tappe tradizionali e la vista della gola era la prima. Una frana, nel marzo del 2018, aveva provocato il distacco di un enorme pezzo di roccia dalla parete opposta, franato a valle lasciando una nicchia che, grazie al diverso colore della pietra sottostante e alla brusca interruzione della vegetazione, aveva una forma ben delineata. La prima volta che la videro Giny pensò a un'unghia mentre a lui, chitarrista dilettante, sembrava un plettro.

"Chissà quanto ti sarà mancato il Plettro, Padre. Hai suonato sempre senza fino a oggi?"

"Vedo che la quarantena ha fatto malissimo al tuo senso dell'umorismo. O sei sempre stata così e in questi mesi ho dimenticato?"

Era uno di quei momenti in cui si divertivano a punzecchiarsi a vicenda. Giny alzò le spalle. "Mi avete fatta così tu e la mamma."

Suo padre sospirò.

"Già. Che imperdonabile errore." disse, iniziando a incamminarsi.

Giny spalancò la bocca e finse un'espressione indignata di stupore, accompagnandola con le mani sui fianchi.

"Rimangiatelo subito!" disse, raggiungendolo. Risero insieme. Lei gli appoggiò la testa sulla spalla e lui le baciò i capelli.

Non dovettero proseguire molto per raggiungere le Pisciarelle. Annunciata da piccole cascate d'acqua che creavano un microscopico rivolo alla sinistra del sentiero, c'era un grosso spiazzo dal quale si poteva proseguire a sinistra, sotto gli schizzi d'acqua che davano il nome al posto, mentre, per i veicoli del soccorso e delle guide montane, un ponte a destra conduceva a un tunnel, che tagliava l'inizio della gola per qualche centinaio di metri.

Giny e suo padre attraversarono le cascatelle d'acqua senza fretta, come se non bagnarsi almeno un po' fosse stato un sacrilegio, ascoltando il rumore dell'acqua che si infrangeva su alcune grosse rocce, destinate a essere scavate ancora per tanti anni. Rividero le targhe, incastonate nella parete, dedicate ad alcune persone morte nella gola diversi decenni prima. Informandosi erano venuti a sapere che uno di loro era scivolato nel fiume Tenna, mentre gli altri erano stati travolti da una valanga. Nella stagione fredda la neve tendeva ad accumularsi per poi, a volte, riversarsi a valle. Le scritte erano state rese poco leggibili dal tempo e i loro volti, nelle immagini vecchie, erano riconoscibili solo da vicino.

"Mi faresti una foto sotto la cascata?", chiese Giny porgendo il suo cellulare a suo padre.

"Ai suoi ordini, sua Eccellenza."

Scattò mentre lei, dietro le gocce d'acqua che cadevano, guardava verso l'alto. Tornata a casa ne avrebbe fatto un post o una story. Non ora, però. Ora c'erano solo loro e la passeggiata.

Le leggende sull'Infernaccio parlavano di culti negromantici presenti secoli prima in quelle vallate. I racconti si estendevano anche a fate e demoni e ad altri luoghi dei Sibillini. Tuttavia l'unica cosa che Giny trovava inquietante era il tunnel, elemento moderno che spiccava in un posto colmo di fantasie antiche. Era quasi sempre chiuso agli escursionisti da entrambi i lati, ma in una delle loro visite passate, al ritorno, lo avevano trovato aperto e avevano voluto togliersi lo sfizio di attraversarlo. Niente di così terrorizzante, ma era comunque buio e stretto.

Si avvicinarono al cancello chiuso e diedero una rapida occhiata all'interno. La vista del cunicolo che proseguiva nell'oscurità infondeva una forte sensazione di attesa di qualcosa che sbucasse all'improvviso, come nei film. Finsero di rabbrividire sorridendo e si avviarono verso la salita.

-

Continuavano a non incrociare nessuno. La magia di quel posto era più forte, nel silenzio. Giunsero alla casetta sul fiume, a destra del sentiero. Quella curiosa struttura di pietra, affiancata da una rumorosa cascatella proveniente dal fiume, sembrava fatta apposta per stimolare gli istinti avventurosi dei bambini, come le case sugli alberi o le grotte, e anche Giny, da piccola, non ne era rimasta immune. Per entrarci senza arrampicarsi da davanti, che era troppo alto per un bambino e significava dover bagnare almeno le scarpe, era necessario scavalcare un ammasso di pietre a sinistra e fare tutto il giro da dietro senza scivolare. Non era stato facile, ma con l'aiuto di suo padre ci era riuscita per la prima volta ed era diventato uno dei suoi luoghi preferiti nella gola.

Ora che ci era appena tornata, alla veneranda età di ventidue anni, decise che non poteva tornare a casa senza entrare nella casetta di nuovo. Così, con prudenza, scavalcò le pietre e fece il giro. Scivolò appena una volta, poi entrò. Lui le scattò una foto mentre mimava un'espressione di stupore infantile.

Tornando indietro sentiva la sensazione di sollievo e libertà crescere dentro di lei. Ringraziò di nuovo suo padre col pensiero per aver voluto tornare lì.

Pochi passi più avanti, sulla sinistra, c'era la statuetta della Madonna posizionata in una nicchia nella parete rocciosa, che si poteva ammirare grazie ad alcune strutture metalliche che servivano da ponte per superare alcuni punti a leggero strapiombo sull'acqua. Si erano sempre chiesti in che modo fossero riusciti a posizionarla così in alto.

Tre uomini, due di mezza età e un giovane sulla ventina, vennero verso di loro incrociandoli. Dovevano essersi mossi di buon mattino per essere già di ritorno così presto. Suo padre li salutò:

"Salve!".

Il più anziano sorrise e rispose.

"Benvenuti."

Erano le uniche persone incontrate fino a quel momento. Non ne avrebbero viste altre, ma Giny non poteva saperlo.

Poco dopo raggiunsero un altro posto che amò rivedere: un piccolo guado nel sentiero. C'era la possibilità di andare dritti e utilizzare un ponte di legno per superare il fiumiciattolo senza bagnarsi, ma a destra una struttura di pietra formava un'altra piccola cascata e, visto il basso livello dell'acqua, permetteva di guadare, nei punti giusti, se avevi un buon paio di scarpe impermeabili. Era un altro momento che non poteva non finire tra i preferiti di un bambino. Giny guadò, come faceva da piccola, mentre suo padre le scattava una foto proprio nel momento in cui perdeva appena l'equilibrio, catturando una posa alla Indiana Jones di cui risero forte.

-

L'Albero del Teschio era lì ad aspettarli. Lungo la salita che portava al bivio per l'Eremo c'era una pianta dalle ampie radici visibili sul terreno e quasi del tutto ricoperta di muschio. Tre strani buchi sul tronco, che apparivano come due occhi e una bocca, avevano alimentato la loro fantasia fino a generare quel buffo soprannome. Da piccola Giny aveva voluto farsi molte foto vicino a quell'albero. Ed era stato lì che, durante un'altra passeggiata quando era adolescente, aveva trovato il coraggio di parlare a suo padre di quello che le era accaduto a scuola mesi prima.

Un ragazzo più grande, che non conosceva, l'aveva incrociata per caso in bagno e, approfittando del fatto che non c'era nessuno, l'aveva usata. Era il termine che a Giny appariva più appropriato. Nei pochi secondi in cui quelle mani finirono dove lei non avrebbe voluto, paralizzata da un misto di terrore, disgusto e novità - non era mai stata toccata prima ed era ancora alle prese col suo percorso contro i chili di troppo - vide, negli occhi del suo molestatore, ciò che non si aspettava: paura, indecisione, senso di colpa. Il tutto era finito quasi subito e non era andato troppo oltre, con lui che era uscito dal bagno di corsa e non si era mai più avvicinato. Giny non capiva quale forza avesse spinto quel ragazzo sconosciuto a fare qualcosa di cui non sembrava convinto nemmeno lui. Era la sua strana espressione che la spinse a non denunciarlo.

Tempo dopo, per caso, rivide quello stesso sguardo, quel tentativo mal riuscito di rimanere fiero pur sapendo di aver fatto qualcosa di terribile, in un ragazzino nero nel finale di un film che le piacque da morire, American History X. Quella scena - senza farlo apposta, nei bagni di una scuola - le fece pensare che il ragazzo che l'aveva molestata aveva agito per dimostrare a sé stesso di essere ciò che il suo mondo gli imponeva. Ma, come il personaggio di quel film, aveva capito troppo tardi che non era così.

Nella sua mente molto si annebbiò in quel periodo, sull'amore e sull'intimità. Era arrivata perfino a pensare di essersi pentita di aver lavorato sul suo aspetto fisico e sulla sua autostima. Perché fare qualcosa per piacersi e piacere di più, se provoca tutto questo? pensava la sua mente di ragazzina.

Nel periodo prima di parlarne con suo padre, aveva sviluppato un'avversione per il contatto fisico, anche nei confronti delle persone che amava, pur non arrivando mai al punto di avere reazioni che potessero generare domande. Odiava sentirsi in quel modo e non poteva farci nulla. Gli abbracci non avevano più lo stesso effetto di prima. Si sentiva insensibile e, di conseguenza, sola. Fu un bene che quel giorno di diversi anni prima, all'Albero del Teschio, non passò nessuno per almeno una decina di minuti, perché quando finalmente la lei adolescente si decise a parlarne esplose in un forte pianto, a causa del malessere che aveva accumulato dentro. L'abbraccio che suo padre le diede fu il primo a sapere di nuovo di bello, di amore. Giny pensò in seguito a quanto fuoco potesse esserci dentro il cuore di un genitore che scopre che sua figlia ha subito molestie, e quanto probabilmente gli era costato mantenere la calma, preferendo la serenità di lei. Quel giorno lui lasciò che si sfogasse e poi, appena furono pronti per ripartire, le promise che avrebbe scovato un pezzo per una Lezione su questo. La fece ridere e sentire protetta allo stesso tempo. Pochi giorni dopo le suggerì Baby can I hold you di Tracy Chapman.

Mentre si faceva fare una foto con l'Albero, nella mente di Giny riaffiorarono istantaneamente tutti i ricordi che rendevano speciale quel posto e l'uomo che era con lei. Si rialzò e di istinto lo strinse forte.

"Mi sei mancato, Padre", gli sussurrò.

Lui capì subito e ricambiò senza parlare. Poi disse sorridendo:

"Se fai così per qualche mese di quarantena, cosa farai quando sarò morto?"

"Non dirlo nemmeno per scherzo." disse Giny senza riaprire gli occhi.

Ci vollero pochi passi per arrivare al bivio per l'Eremo. A destra un sentiero si inerpicava in leggera salita verso il bosco di faggi, mentre a sinistra la via continuava pianeggiante per la foce del fiume. A poca distanza da lì, proseguendo per la foce, il terremoto aveva formato un nuovo laghetto, che avevano visitato in passato. Questa volta, però, la meta non era quella, per cui iniziarono a salire, lasciandosi alle spalle il segnale di legno con su scritto Eremo San Leonardo.

-

Di solito l'idea di una passeggiata nella natura si accompagna alla speranza che il tempo sia favorevole, che il sole splenda ma non troppo, che la temperatura sia mite, e che non si scatenino fenomeni avversi. Se c'è un posto, però, in cui a Giny veniva voglia di sperare che piovesse, era la foresta di faggi che si incontrava salendo verso l'Eremo.

Le fronde, così fitte da filtrare quasi tutta l'acqua, permettevano agli escursionisti di godere di un meraviglioso insieme di cose che stimolavano i sensi: il silenzio del bosco, l'armonia dei tronchi, il fitto ticchettio delle gocce sui rami e, se vicini al fiume a sufficienza, lo scorrere dell'acqua. Il potere terapeutico che ne derivava, quella sensazione di purezza e di ritorno all'essenziale che pervadeva quei luoghi, in cui nessuna forma di stress trovava spazio, era secondo Giny molto più potente non quando ti veniva steso il tappeto rosso di una giornata luminosa, bensì se la natura lasciava andare sé stessa senza avere troppo riguardo per gli ospiti. Trovarsi sotto un acquazzone non era comunque auspicabile, per cui il riparo che quel bosco offriva era provvidenziale, oltre a renderlo una delle zone più suggestive di quel magico percorso.

Quando erano partiti, le nuvole nel cielo erano bianchissime, ma ora si erano fatte più grigie e, appena pochi minuti dopo l'inizio del bosco, alcune gocce iniziarono a precipitare, esaudendo il desiderio di lei. Ancora una volta si capirono al volo, sorridendosi a vicenda. Il sentiero diventò di pietre e si fece leggermente più ripido. Suo padre iniziò ad accusare un po' di stanchezza, così optarono per qualche minuto di sosta.

Lui le chiese se le settimane vissute da sola l'avessero cambiata un po', se l'avessero aiutata a maturare più forza nei momenti in cui si era trovata a decidere per sé stessa senza poter avere accanto le persone che amava. Lei disse di sì, che la paura dei grandi salti come quando era andata a vivere per conto suo era ormai superata, ma il sollievo che le dava essere tornata lì con lui la inebriava e non aveva alcuna intenzione di sottrarsene.

"Se stai bene da sola, non ti ferma più nessuno.", disse lui.

"Già, ma non mi piace essere sola per troppo tempo."

Suo padre la guardò per alcuni secondi. Poi disse:

"Farò ciò che potrò. Sei pronta per andare?", le chiese.

"Si."

"Bene. Non manca molto."

-

Lo stretto sentiero terminava quasi di colpo, così come le fronde degli alberi che proteggevano il loro cammino. Arrivarono all'Eremo che era quasi ora di pranzo. La pioggia era già finita e il sole, che fece capolino in pochi secondi, picchiava abbastanza. Alla loro sinistra rividero la fontanella di pietra dal getto continuo alla quale riempirono di nuovo le borracce in vista del ritorno. Di fronte a loro il sentiero riprendeva per portare alle Cascate Nascoste, ma molti, tra cui suo padre e lei, preferivano fermarsi lì.

"Padre, non c'è nessuno nemmeno qui. Non è strano?"

Lui non rispose, limitandosi a osservare intorno. Si avvicinarono alla chiesa e andarono in cerca di un buon punto per riposarsi e mangiare qualcosa. L'edificio risentiva ancora delle conseguenze del terremoto. Sul lato sinistro c'erano delle impalcature e una staccionata di legno impediva agli escursionisti di avvicinarsi alla facciata e al prato antistante. A sinistra dello spiazzo un muretto bianco proteggeva da un pericoloso strapiombo che dava sulla Gola.

Giny osservò la radura rivolgendo lo sguardo alla fontanella, poi si girò di nuovo. Era sicura che non ci fosse nessuno quando erano arrivati, ma in quel momento vide tre uomini sul prato, dall'altra parte del recinto, molto vicini alle scale del santuario. Sembravano essere comparsi dal nulla. I teli su cui erano seduti erano malridotti e poco recenti. Vide i loro vestiti e i volti. Di colpo li riconobbe. Per un attimo aggrottò la fronte, credendo di essersi sbagliata. Come potevano essere gli stessi uomini che avevano incrociato vicino al guado più di un'ora prima? Suo padre e lei stavano salendo, quei tre scendevano. Se per assurdo fossero tornati indietro e arrivati lì prima di loro avrebbero dovuto essere superati, ma era certa che così non fosse stato. L'ultimo barlume di dubbio sulla loro identità crollò quando uno di loro, rivolgendosi a entrambi, ripeté le stesse parole della prima volta:

"Benvenuti."

Giny guardò suo padre.

"Sono quegli uomini che abbiamo incrociato a valle. Come può essere?"

"Questo è il loro posto", rispose lui senza guardarla.

"Ma... che vuol dire che è il loro..."

"Entrate pure!" disse il più giovane dei tre uomini. "È aperto."

Giny aveva la bocca quasi spalancata ma non se n'era accorta. Era stata travolta dalla stranezza di ciò che stava accadendo. Suo padre fu più deciso e aprì il cancelletto spingendolo, incamminandosi lentamente verso i tre. Lei lo seguì senza dire nulla.

Di colpo il sole iniziò a scendere. In pochi attimi si fece pomeriggio inoltrato, poi venne il tramonto e, infine, fu sera. Accadde tutto in pochi attimi. Il cuore di Giny non aveva mai battuto così velocemente. Non capiva cosa stava accadendo e non riusciva ad avere la lucidità di chiederlo, o di gridare, o qualsiasi altra cosa. Suo padre si avvicinò e la strinse a sé, sostenendola. Va tutto bene. Era la voce di lui, ma la sua bocca non si era mossa. L'aveva sentita attraverso la mente. All'improvviso sentì il corpo rilassarsi a poco a poco, come se qualcuno le avesse dato un forte tranquillante. Si sedettero vicino ai tre uomini.

Giny non aveva la minima idea di cosa le stava capitando e perché, ma quella quiete artificiale le impediva di perdere di controllo. Gli escursionisti guardavano suo padre sorridendo, come se fossero suoi amici di vecchia data e avessero fatto quella passeggiata tutti insieme. Poi il più anziano le parlò:

"Mi chiamo Lorenzo, e loro sono Giuseppe e Mauro. Se ci guardi bene, capirai che sai qualcosa di noi."

Giny rimase in silenzio per alcuni secondi. Poi disse:

"Le targhe. Sotto le Pisciarelle. Siete voi."

"Corretto."

"Per questo Padre diceva che è il vostro posto."

"Esattamente. Qui è dove ci siamo svegliati, se così possiamo dire. Dopo che eravamo, ecco... trapassati. Anche tuo padre è dei nostri, adesso."

"Cosa vuol dire?", chiese lei, confusa, ma sempre sotto quella specie di ipnosi. Sembrava una bambina imbronciata.

"Che anche lui rimarrà qui. Con noi.", pronunciò una nuova voce.

Giny alzò lo sguardo. Proveniva dalla facciata della chiesa. Le impalcature non c'erano più e, nella luce della luna, appariva molto luminosa. Dalle scale scendeva una figura minuta. Era un uomo anziano, con occhiali da vista e i capelli e la barba di un bianco intenso, vestito con un saio. Lei conosceva bene la storia di quei luoghi, e appena lo vide seppe chi era. Padre Pietro Lavini. Il frate rimase in piedi e continuò.

"La verità è che nemmeno io ho capito del tutto, proprio come tu non riesci a comprendere ora. Quando sono passato dall'altra parte l'unica certezza che ho avuto è che la vita non finisce. Non ho visto Dio, o Gesù, o angeli portarmi nel Paradiso in cui ho sempre creduto. Mi sono semplicemente ritrovato qui. Non so come accada e non so cosa sia quella forza che, proprio in questo momento, ti sta aiutando ad accettare quello che stai vivendo senza impazzire. Però devo ammettere che l'idea che il Paradiso a cui aspiriamo in tanti non sia un luogo in cielo dove si cammina sulle nuvole, bensì il posto che hai amato di più, non mi dispiace. Sappi questo, Giny: tuo padre non si dissolverà nel nulla. Sarà felice. continuerà a vivere qui con noi. E anche nel tuo mondo, grazie a te."

Giny si girò verso suo padre. Lui le rivolse il più bello dei sorrisi che avesse mai visto. Poi le prese le mani. Lei non si mosse.

"Ti amerò per sempre. E ricorda le Lezioni."

In quel momento, il cellulare di lei squillò.


Parte 3

"Il risveglio"


24 maggio 2020, ore 08:00

Giny si svegliò di soprassalto. Aprì gli occhi e si guardò intorno. Ho sognato, pensò in preda a un'improvvisa confusione. Ho sognato tutto. Eppure è successo, mi ha chiamato e siamo andati lassù e... Il suo cellulare stava squillando. Mi sta chiamando. È lui. Allungò la mano e lo afferrò sporgendosi verso il comodino. Sul display non c'era Padre, bensì un numero sconosciuto, molto corto. Fece tap sull'icona verde.

"Buongiorno, qui è l'ospedale di Macerata. Sono il dottor Poli dal reparto Covid. Lei è Eugenia Nardone, figlia di Salvatore, ricoverato qui?"

"Ricoverato?" Scrollò violentemente la testa e fece un respiro profondo. Il mondo reale la travolse di colpo. Non c'era stato nessun Infernaccio. Suo padre aveva contratto il virus ed era stato portato in ospedale qualche giorno prima. "Si... mi scusi. Si, sono io. Come sta mio padre? Si sta riprendendo?"

"Signorina, suo padre è peggiorato durante la notte. Ha avuto una crisi respiratoria. Non so come dirglielo... Purtroppo non c'è più."

Non c'è più. In una frazione di secondo, nella mente di Giny, si alternarono mille significati di quelle parole. Ma erano irrazionali, ridicoli, disperati. Nessuno di questi resse quando provò ad aggrapparvisi. Scivolavano via. Alla fine provò con la passeggiata che credeva di aver appena vissuto ma, quando la afferrò col pensiero, anche questa cedette. Così cadde. Perse i sensi e scivolò dal letto, urtando il pavimento con un fianco.

Parte 4

"Il ritorno"


24 settembre 2020, ore 8.00

Il periodo più brutto della vita di Giny non accennava a terminare. Non aveva più quelle incontrollabili crisi di pianto dei primi tempi dopo la scomparsa del padre, che la provavano fino a farle venire il mal di stomaco. La disperazione, però, sembrava aver lasciato il posto all'apatia. Ogni tanto aveva provato a riprendere qualche libro in mano, ma non riusciva a concentrarsi abbastanza da poter studiare, e il suo percorso all'università si era fermato. La madre soffriva quanto lei e nessuna delle due pareva avere sufficiente forza per poter aiutare l'altra, così anche il loro rapporto si era raffreddato un po'. A Giny dispiaceva molto, ma non sapeva come evitarlo. Aveva solo voglia di stare sola.

Quella mattina, quattro mesi dopo, aprì gli occhi per caso alla stessa ora di quel maledetto giorno, quando a svegliarla fu la chiamata dall'ospedale. Quell'ultima passeggiata era stata così viva e reale che tuttora rifiutava di ammettere che non fosse mai avvenuta. Ma nel suo cellulare non c'erano le foto che avevano fatto. Forse era per questo che non aveva mai detto niente. Si vergognava. Aveva paura di essere impazzita senza rendersene conto.

All'improvviso scosse la testa e prese la decisione. Tornerò da lui. Si alzò e si preparò.

-

Giny percorreva gli ultimi metri che la separavano dalla meta, da quel posto in cui, fino a quel momento, non aveva più avuto la voglia né la forza di tornare. Ogni tappa di quella camminata le aveva ricordato qualcosa di lei e suo padre insieme, ma era più concentrata sull'arrivo, sul posto dove quattro mesi prima lo aveva lasciato. O voleva credere che fosse stato così.

Giunse nello spiazzo che era quasi mezzogiorno. C'era un solo escursionista, che proprio in quel momento si incamminava verso le Cascate Nascoste. Avanzò, del tutto sola, nella piccola radura. Stese l'asciugamano sotto un albero, vicino alla staccionata di legno.

Era partita senza pensare troppo a cosa aspettarsi. Probabilmente nulla. Aveva agito d'impulso credendo che le sarebbe servito, non preoccupandosi del resto.

Tirò fuori un paio di panini. Prese il powerbank e lo attaccò al suo lettore musicale, che si era scaricato una decina di minuti prima. Mentre mangiava, si guardò intorno: non arrivava nessuno, la fontanella in fondo continuava a scrosciare senza sosta e un vento leggero faceva rumoreggiare le fronde degli alberi.

Poi si sdraiò, chiuse gli occhi e fece ciò che aveva sempre fatto quando andava lì con suo padre: si lasciò andare al silenzio e alla pace. Resterò qui, si disse. Resterò qui finché non accade qualcosa. Il pensiero le sembrò assurdo e logico insieme. Si cullava nell'irrazionalità, convinta che prima o poi avrebbe capito, che quel giorno sarebbe scesa dall'Eremo sapendo cosa avrebbe fatto della sua vita. Non c'è nessuno. È proprio come l'altra volta. Riaccadrà.

Rimase distesa per oltre un'ora. Respirò regolarmente e non mosse alcun muscolo. Poi riaprì gli occhi. Erano umidi di lacrime. Il cielo rimaneva chiaro. Non si era fatto notte in pochi attimi. Non erano apparsi fantasmi di uomini morti quarant'anni prima. Nessun Padre Pietro. E Nessun Padre. Si sentì piccola e sciocca. Una bambina sperduta che si era intestardita a credere che fosse tutto vero, che avrebbe potuto passare dal mondo reale a quello dei sogni solo perché lo desiderava così tanto. Le lacrime iniziarono a scenderle sulle guance. Si girò su un fianco e, per alcuni minuti, pianse.

Poi si rialzò. Staccò il lettore musicale dal powerbank e lo prese in mano. Si incamminò lentamente verso il muretto bianco. Lo raggiunse e si fermò per alcuni secondi. Alzò un piede e lo appoggiò. Salì in bilico, appoggiando anche l'altro. Guardò in basso. Immobile e in equilibrio mise gli auricolari. Prese un ampio respiro e chiuse gli occhi, facendo partire la musica.

Li riaprì di colpo. La canzone che suonava era quella interrotta quando si era scaricato? Avrebbe giurato di no. Giny riconobbe all'istante la melodia e le parole che uscivano dalle cuffiette. Il cuore le balzò quasi fuori dal corpo.

Now I have heard a hundred violins crying

And I, I have seen a hundred white doves flying

But nothing is as beautiful as when she believes

When she believes... in me

Nulla è così bello come quando lei crede in me.

When she believes di Ben Harper. La prima Lezione. Non era forse così che l'aveva sempre aiutata? Alla fine, ciò che sperava di trovare lassù era arrivato. Ascoltò la canzone ammirando il cielo, i monti e la vallata, e piangendo di gioia.

Poi scese dal muretto, mise tutto nello zaino e, con gli occhi umidi e il primo sorriso dopo tanto tempo, prese la strada di ritorno.



Dedicato a te

Di Jessica Rapisardi


Mi manchi, tanto.

Ci siamo viste il 21 febbraio, per l'ultima volta.

Quel giorno, se ti ricordi, ho deciso di scappare alla Giudecca, di lasciare il carnevale a qualcun altro. Non sapevo decidermi, era giovedì grasso e Piazza San Marco sarebbe sicuramente stata stipata di maschere ed ammiratori. Eppure io ho scelto la tranquillità della piccola isola, prendendo di corsa il vaporetto, in quella giornata fredda, ma splendida.

Non era la mia prima attraversata del Canal Grande, ma il pizzicore agli angoli della bocca riesce sempre a trasformare il viso spento, di una giornata qualunque, in un sorriso di serenità. L'aria sferza la pelle, l'acqua luccica creando riflessi sempre nuovi ed insoliti, il sole riscalda l'animo.

È dal primo anno di università che guardo il piccolo parco all'estremità della Giudecca, lo guardo dalla zona di San Basilio e sogno di andare lì a studiare. Leggere con Venezia davanti, poterla ammirare da lontano, sapere che lì la vita continua; mentre tu sei qui, a mangiare la pasta del giorno precedente, fredda, ma così dolce se accompagnata dal cinguettio degli uccellini.

Non voglio soffermarmi troppo, però. Voglio andare un po' in esplorazione. Ormai mi conosci bene, mi muovo senza meta alcuna, ho questa smania di camminare senza sosta, per poi fermarmi all'improvviso perché qualcosa ha attirato la mia attenzione. Alla Giudecca non mi smentisco, scorgo in lontananza il mare aperto, quello che da Venezia non riesci a vedere. Non voglio farmi sfuggire l'occasione, sono pure un po' malinconica e non c'è nulla che possa risollevarmi il morale più dell'acqua.

Cammino. Giro a destra, giro a sinistra, ma non riesco a trovare un punto che mi consenta di ammirare le onde, solcate - qui - da imbarcazioni molto più piccole.

Finalmente lo raggiungo, mi siedo e una cagnolina viene a cercare le mie carezze. Sorrido a lei e alla padrona, che ricambia il mio gesto. Mi accorgo che le ho incontrate poco prima. Perché qui non sono in molti a popolare le viette, o almeno non lo sono in un giorno feriale, all'ora di pranzo. Perché qui mi pare più facile rivolgere un saluto, una parola, chiedere un consiglio.

Mi incanto per molto tempo a guardare lo scintillio dell'acqua.

Forse non lo sto guardando davvero, cerco di scavare tra quelle onde mentre provo a scavare in me stessa. Solitamente è la solitudine dei miei vagabondaggi per le calli a farmi questo effetto. Un piccolo pensiero si instaura nella mia mente, e segue un intricato percorso, che rispecchia quello che disegnano i miei piedi. Lo sai, te lo dico spesso che non c'è nulla di meglio che perdersi per luoghi poco trafficati, dove il turista mediamente non arriva.

Mi ricordo la prima volta che sono andata in esplorazione, come mi piace definire le mie passeggiate. Avevo deciso di procedere lungo il perimetro della città che guarda verso la terraferma, nella zona di Cannaregio. Anche in quel caso ero stata attratta dal "mare aperto". Continuo a seguire il mio intuito, che mediamente mi porta in luoghi che non riesco a riconoscere, e quando chiedo aiuto al mio orientamento ricevo sempre qualche risposta sgarbata. Comunque, decido di andare avanti sino alle mura che scorgo in lontananza, e falcata dopo falcata mi ritrovo all'Arsenale.

In piena Biennale, in una mostra aperta a chiunque, mi intrufolo. Mi ritrovo magicamente all'interno dell'Arsenale stesso, in quel bacino che attira la mia attenzione. Resto lì per un po', soddisfatta della mia scoperta giornaliera, fino a quando mi accorgo che il treno rischia di partire senza di me. Non so se te lo ricordi, ma quella volta ho corso proprio tanto, in quel caldo giorno di settembre che non voleva lasciare andare il sapore dell'estate.

E ora invece sono qui, a guardare le mie amate montagne. Tanto maestose, quanto silenziose. Stanno lì, immutabili a chi le osserva da lontano, ma chi calpesta le loro terre ogni giorno si accorge di quanto cambino. Quei ghiacciai sempre più piccoli, quei boschi che se ne vanno ogni anno con qualche incendio, quei paesini che vengono abbandonati senza che io lo sappia. Perché sono una semplice spettatrice, dalla mia casetta nella vallata mi sento distante da loro e distante dal mare. Soprattutto ora, in questa situazione così estenuante, mi sento lontana da tutto e vicina a nulla. Non posso tediare nessuno con il mio desiderio di fare qualche percorso in montagna, che poi mi riempie di dolori, perché l'allenamento non lo ho. Non posso tediare nessuno con le parole "quando andiamo al Lido?" che mi affiorano automaticamente sulle labbra quando l'afa veneziana comincia a farsi sentire.

Quante volte ti ho detto "per fortuna quest'anno ho quasi tutto il lunedì libero, mi sa che ti abbandonerò molte volte, per scappare al mare". Non lo potrò fare invece.

Non so nemmeno quando tornerò a prendere i libri che ho lasciato nel mio appartamento quel 21 febbraio. Un giorno nel quale tutto avrei potuto immaginare, tranne di non tornare a sforzare la serratura difettosa del mio palazzo, non a breve insomma.

Mi manca farmi svegliare la mattina dalla mia amica e compagna di stanza, che sente la sveglia al posto mio. Mi manca dover decidere se andare in biblioteca a studiare, o fare un salto sino a Punta della Dogana, oppure a Rialto, chi lo sa. Mi manca sapere che sceglierei sempre la seconda opzione, rimandando per l'ennesima volta quel capitolo che devo cominciare.

Voglio tornare ad essere in ritardo per le lezioni, ad uscire di casa con quella giacca che dovrò togliere a metà strada. Voglio lamentarmi delle ore di lezione troppo distanziate, per poi capire che, in realtà, sono felice sia così. Perché in quel tempo mi posso sedere in una panchina a Zattere, oppure posso andare a mangiare una piadina in Campo Santa Margherita con un'amica.

Voglio poter rivedere i miei coinquilini, con i quali faccio sempre delle grosse risate, con i quali me la prendo per la finestra lasciata aperta in pieno inverno, ma che perdono subito dopo. Voglio cucinare per loro, e vedere il terrore sui loro volti, perché puoi chiedere alla mia coinquilina come fosse il primo risotto che le ho fatto.

Sogno di mettermi le scarpe da ginnastica e attraversare ponti su ponti, fino a quando mi accorgo che è la terza volta che passo di lì. Quanto ti ho raccontato di quel giorno - dopo l'esame di letteratura, uno dei primi esami della mia vita - in cui ho deciso di aspettare il treno camminando sulla riva opposta rispetto a quella della stazione. Dopo aver capito dove fosse il Fontego dei Turchi, dopo aver mangiato il gelato in un posto che ritroverò solo ad un anno di distanza, dopo aver attraversato San polo, leggo l'insegna "Osteria al Ponte Storto". E lì c'è proprio un ponte storto! Storto perché, come da poco ho scoperto, si trova in un luogo dove si necessitava di un passaggio, ma le calli erano oramai create da tempo, e questo era l'unico modo per inserire la nuova costruzione. O almeno credo sia questa la sua storia, perché non l'ho mai più ritrovato, nonostante abbia provato molte volte. Quel giorno, invece, lessi la stessa insegna un'altra volta, comprendendo di esser tornata allo stesso punto. E poi vidi nuovamente la vetrina di un negozio che mi pareva aver già guardato, e, insomma, per la terza volta passai in prossimità del ponte storto. Perché non l'ho cercato con Google Maps dici? Perché non mi voglio infliggere la terribile pena di dover capire come orientare la mappa, perché il bello è proprio poter pensare "ma ora dove sono?". Ogni tanto cedo anch'io alla tentazione, in fretta e furia cerco la mia posizione, per capire almeno se arriverò a casa per cena. Poi stacco tutto, metto in tasca il cellulare, perché mi sento un po' in colpa nel fare questa operazione. Dovrei oramai conoscere i nomi delle calli, dovrei poter indicare la via agli ignari turisti, dovrei saper con convinzione se scegliere di girare a destra o a sinistra. Ma non lo so.

E pensando a questo mi vien da piangere, perché in tre anni ancora non conosco abbastanza la città della quale mi sono innamorata molto tempo fa. Ora ti svelo anche un segreto. Come le grandi amicizie o i grandi amori tutto era cominciato con un'impressione negativa. Quella gita delle medie, con la pioggia e l'acqua alta, la città che mi era stata descritta come unica e magnifica quel giorno era una forte delusione. Un secondo viaggio, un sole splendente, e il cuore aveva lasciato lì un pezzettino, con la promessa di tornare a prenderlo. Quella stessa città che era stata protagonista di uno dei miei primi progetti di scrittura - mai continuato, come tanti progetti che non ho la forza di portare avanti - quel luogo che sarebbe stato lo scenario perfetto, se solo ne avessi conosciuto i segreti più profondi. In questi anni quei segreti avrei potuto scoprirli, avrei potuto scavare nel fondo e portare tutto sulla carta. Ma è così facile rimpiangere, piangersi addosso, crogiolarsi nella nostalgia. Io voglio promettermi che quando tornerò non camminerò distrattamente, ma osserverò quei dettagli che vorrò portare per sempre nel mio cuore, anche quando tornerò definitivamente a vivere tra le mie montagne.

Perché mi manchi tanto, Venezia.


L'Elvira

Di Valentina Casadei

Arturo, con lentezza, spinge, con una mano, un carrello ancora vuoto. Con l'altra mano impugna la lunga lista della spesa che l'Elvira gli ha preparato con minuzie. Arturo ha settantatré anni e l'Elvira sessantaquattro. Ma è Arturo quello che va ancora in bicicletta.

Entrato nel piccolo supermercato del minuscolo villaggio di campagna - sì, il supermercato è più grande del villaggio stesso - nel quale vivono, Arturo si sente subito disorientato. Non ha l'abitudine di fare la spesa la domenica mattina ma con l'Elvira con la sciatica non ci sono alternative. Intorno ad Arturo, gomitoli di famiglie ammassate intorno a carrelli strabordanti.

Arturo abbassa lo sguardo sulla lista della spesa.

  1. Uova

L'Elvira avrebbe preparato l'omelette al prosciutto o la torta mimosa.

Arturo sorride sottecchi.

  1. Baiocchi

Arturo si perde in una smorfia di disapprovazione. Preferisce i Ritornelli.

Ma perdio, non bisogna fare arrabbiare l'Elvira.

  1. Pollo, maiale, bovino adulto

Con la lista in mano, ripercorre tutto il supermercato. La carne è vicino alle uova. I biscotti dall'altra parte del supermercato. Diamine. Girando come una trottola, Arturo si ritrova a seguire una lista della spesa scritta in modo completamente umorale.

  1. Miele
  2. Crocchette di pesce per Gino
  3. Sale
  4. Detersivo
  5. Olio e zucchero
  6. Carote
  7. Fette biscottate
  8. Pannoloni sagomati Lines Specialist

L'incontinenza d'Arturo aveva recato all'Elvira molto imbarazzo negli ultimi tempi. Arturo aveva, così, per un periodo, smesso di bere acqua, eliminando anche i cetrioli - fin troppo diuretici - dalla dieta. Purtroppo, però, le cose non si erano sistemate per il povero Arturo: la stitichezza era peggiorata. Il dottore gli aveva consigliato di ricominciare a bere. Senza l'obbligo di reintrodurre i cetrioli, però. Fiuuu. Ora, i pannoloni sagomati Lines Specialist non mancavano mai nella lista della spesa.

Arturo deposita nonchalante il pacchetto nel cartello, guardandosi intorno furtivo. Non è stato visto - neanche questa volta.

Continua il pellegrinaggio, sollevato.

  1. Spaghetti

Carbonara, olé!

  1. Cavolo cappuccio
  2. Crocchette di carne per Gino

Arturo è furioso. Ma che razza di lista della spesa è? Era andato avanti e indietro per il supermercato come un pazzo. D'altronde sua moglie era sempre stata impulsiva.

Alla cassa, Arturo incontra lo sguardo della cassiera, la quale lo saluta con dolcezza e gli esprime le più sentite condoglianze per la morte prematura della sua amata Elvira.




Di Enrico Papaccio

Avete conosciuto la Vita? E' forse una domanda particolare? Magari ''fumosa'' Signori? Eppure ve la sto ponendo; voglio porvela, qui e ora!

Se vorrete, più tardi, potrete rispondermi, ma lasciate... lasciate che sia io il primo a parlare; Poi, se sarà vostro desiderio, sarò io che ascolterò voi; Non temiate Signori, sono uomo di parola e poi... poi mi basta giusto un'istante; si, si un'istante...

Io la Vita l'ho conosciuta, e lasciatemi dire, per piacere, che non è stato affatto facile parlarle; -attaccar bottone- come si dice; o presentarmi, per usare un termine più educato; si, si..dimenticate, dimenticate..fatemi ricominciare...

Io la Vita l'ho conosciuta, e lasciatemi dire, per piacere, che non è stato facile parlarle; -presentarmi- come si dice...

Ecco, così dovrebbe aver un suono più gradevole, non trovate? Ma lasciate che vi racconti, lasciate...

Mi squadrava -la Vita- dall'alto in basso e non si degnava nemmeno di rispondere al saluto che io ogni tanto -sempre- le facevo dolcemente e un po' timidamente con un cenno della mano.

A ripensarci, l'ingenuità non mi era grande amica, non vi pare?

Alcune volte addirittura mi guardava in malo modo, o semplicemente, fingeva di non vedermi; bensì che i nostri sguardi più volte si incrociassero, sia ben chiaro; come se per lei non esistessi, non la meritassi, mi ignorava con inaudita violenza, spezzando il mio cuore così ancora puro e lindo e divertita dalla delusione che invadeva i miei occhi, la bella così tanto desiderata sembrava sempre compiacersene; in un modo che qualcuno avrebbe a ragione potuto definire perfido..

Ma non io signori; non io; io l'amavo; oh, come l'amavo signori tanto era bella; Nonostante sembrasse odiarmi con tutte le sue forze, schifarmi come un qualcosa di abominevole, io ne ero profondamente innamorato! L'amavo e non potevo farci nulla! L'amai dal primo istante. Non smetterò mai di ripetere al mondo intero e a me stesso quanto era bella. Dovevo conoscerla. Non potevo resistere.

Un giorno andai da lei, o forse ci finii per caso, non ricordo. La vedevo tutti i giorni, era bellissima e quel giorno lo era in modo particolare. Stava diritta in fronte a me. Non parlava. Non riuscii a fermarmi, qualcosa che doveva assomigliare al coraggio (ma che non lo era) mi portò a stamparle un bacio sulle labbra senza darle il men che minimo preavviso, non so cosa mi prese quel giorno ma è quel che feci.

Ora capite, perché non mi era amica l'ingenuità?

Fu un bacio brevissimo ma altrettanto intenso, durò forse una frazione di secondo; ma lei mi respinse in malo modo. Assunse un atteggiamento fra l'arrabbiato e il divertito, quasi di sbeffeggio, come se volesse prendersi gioco di me. Posso giurare di aver letto una punta d'odio sul suo viso.

A quel punto, preso dal panico, col viso ricoperto di vergogna, non sapendo cosa fare o cosa dire, me ne scappai piangendo.

Ancora oggi mi vergogno profondamente di quella mia stupida reazione. Avrei potuto dirle qualunque cosa, almeno scusarmi, ma non lo feci e fuggii spaventato come un codardo.

Fu una scena patetica, lo ammetto, ma fu quella la <<vera prima volta>> che la conobbi.

Dovetti lasciare passare parecchio tempo prima di avere di nuovo il coraggio per riuscire a guardarla anche solo di sfuggita, cercando di non farmi cogliere nel mentre l'ammiravo come un idiota qualunque. Non dopo quel che era successo. Ad ogni modo, così avrei perso il coraggio che faticosamente mi stavo mettendo da parte, ma fortunatamente, facendo un poco d'attenzione, non si accorse di nulla.

Ma la scena così ridicola di una tale patetica dichiarazione d'amore aveva invaso i miei pensieri dall'istante in cui le mie labbra si erano staccate dalle sue ponendo in tal modo fine a tanta ingenuità che col tempo e il passare dei giorni diventò una specie di ossessione. Anzi, una vera e propria ossessione: giorno e notte quella scena mi ritornava in mente a torturarmi e non v'era nulla che potessi fare per dimenticare. Dimenticare.

Cosa poteva pensare di me dopo quel che avevo fatto? Cosa dovevo fare per rimediare a quel mio stupido gesto? Nel migliore dei casi, doveva ritenermi un uomo di cui aver pena, da non prendere troppo sul serio; un uomo ridicolo, patetico.

Ma io l'amavo e non potevo starle lontano, dovevo farle cambiare idea. Se non altro per riscattare quel poco di onore che mi era pur sempre rimasto in cuore. Avevo pur sempre un mio certo amor proprio da difendere, un onore da riscattare con la mia innamorata..

Non potevo continuare a non sapere cosa lei pensasse di me. Io l'amavo, l'amavo profondamente -accada quel che accada- mi ripetevo;

Non potevo starle lontano un minuto di più o la follia, che tanto mi corteggiava, sarebbe finita per diventare la mia sposa al posto di lei..

Se solo voi l'aveste vista signori! Era di una bellezza imparagonabile. Bellissima era. E elegante e intelligente..e poi..e poi quanto era affascinante, intrigante e misteriosa perfino. Non potevo non amarla, fossi stato cieco mi sarei innamorato di lei ascoltandola, fossi stato sordo mi sarei innamorato di lei guardandola e se per disgrazia fossi stato entrambe le cose mi sarei innamorato di lei sognandola. Ma che dico! Io la sognai, la sognai eccome, ancor prima d'averla veduta io la sognai nei miei sogni più belli, nelle notti più dolci io la sognai. E l'ascoltai perfino, l'ascoltai centinaia di volte prima di sentirla, l'ascoltai signori.. non mento!

Un giorno, qualche mese dopo quel bacio,strinsi i pugni e sconfitta la vergogna -che non voleva lasciarmi- mi feci pian piano coraggio e, lentamente, senza dar troppo nell'occhio ,mi avvicinai a lei.

Non molto in realtà, giusto quel poco che mi permettevano le gambe.

Lei si accorse di me e di quel mio fare tanto goffo e impacciato, ma non si mosse. Così, lasciati trascorrere pochi istanti, mi avvicinai ancora un poco, un poco e un poco fino a quando, senza bene rendermene conto, mi ritrovai a meno di un passo da lei. Era lì, di fronte a me e senza muoversi mi fissava. Aveva degli occhi stupendi signori. Dio, quanto l'amavo!

Ci distanziavano si e no una trentina di centimetri, potevo sentirla respirare. Il suo respiro schiantarsi sul mio viso; i suoi occhi entrare nei miei.. e il profumo che emanava, signori, signori.. non v'è fragranza al mondo più sublime, più idilliaca e sensuale di quella che sentii provenire da lei quel giorno. L'amavo, io l'amavo!

Non potevo credere di averla finalmente tanto vicino, dopo tutto quel tempo che avevo passato a spiarla come un ladro, credetti che mai avrei avuto più occasione di starle tanto appiccicato come in quel momento

Il mio viso divenne -lo sentii dal sangue che mi saliva- di un color rosso intenso; credo che per qualche istante dovetti accennare una specie di sorriso che però non mi riusci come desideravo.

Lei continuava a fissarmi senza dire una parola. Il suo viso non tradiva emozioni.

Non sembrava né felice, né triste o arrabbiata, se ne stava lì e basta. Continuava a tenere fisso su me lo sguardo senza dire o far nulla. Finalmente riuscii a mettere insieme due parole ma erano talmente tante le cose che volevo dirle che ne venne fuori un biascichio insensato e incomprensibile.

Volevo dirle cosi tante cose che senza volere mi uscirono tutte insieme, e naturalmente non si capì nulla; credetti..

Lei però non fece per voltarsi e andarsene divertita come temevo, cosi tentai ancora.

Ricominciai.

Dovevo proprio apparire ridicolo. Lì, fermo davanti a tutto ciò che amavo e desideravo, senza parlare o anche solo accennare un gesto qualsiasi o chessò io; in piedi di fronte alla mia amata a fare la figura dell'imbecille e nient'altro.

D'un tratto mi svegliai; una scossa inaspettata di virile coraggio maschio mi fece venir fuori un saluto che pronunciai correttamente; o comunque fu un tentativo più generoso del primo: -salve.. cioè, ciao.. oh che diamine! Ciao!

Ma lei non rispose, cosi pensai di ripeterlo più deciso nel caso magari mi fossi solo immaginato di averlo pronunciato ad alta voce

Quanto dovevo sembrare idiota in quel momento

-un povero sciocco da non tenere nemmeno in considerazione- ecco cosa pensò, la Vita, del sottoscritto vedendomi così imbecille!

Quasi con urlo da pazzo ripetei il saluto ma ella continuava a tacere e a non rispondere.

Per qualche motivo lì per lì mi balenò alla mente la stravagante idea che in fondo, non era poi per forza necessario rispondere ad un saluto con un altro saluto, o magari lei non amava ripetere cose già dette, cosi me ne stetti zitto. Di nuovo.

Come mi sentivo stupido in quel momento, mi disprezzava talmente tanto da non degnarsi nemmeno di rispondermi.

Continuai a starle in fronte ancora qualche minuto come un qualche stupido animale se ne resta beota a fissare la parete, poi mi colse una sensazione che mai avevo provato prima per quell'essere cosi bello: era odio, la odiavo; Non potevo tollerare un simile affronto, non poteva trattarmi a quel modo. L'amavo perdio, non lo nego, ma avevo pur sempre una mia dignità.

-allora mi vedi?mi senti?-

Presi a scuoterla tentando di provocare in lei una qualche reazione. Quasi la feci cadere in terra,

ma lei continuò a ignorarmi; non rispondeva e non rispondendomi mi provocava, mi provocava con quel suo ostinato silenzio. Non faceva il minimo cenno per farmi intendere di smetterla, di lasciarla stare.

Fu in quel preciso momento che mi resi conto che non poteva vedermi ne sentirmi. Il suo sguardo non era stato fisso su me per nemmeno un secondo del tempo che avevo passato con lei, ma su un punto nel vuoto, che io occupavo abusivamente; e non rispondeva non perché non mi sentiva ma perché era intenta ad ascoltare i discorsi delle persone che ci circondavano, e che le occupavano i pensieri.. più delle mie grida, più delle mie percosse..

Non mi stava ignorando, ero io che non ero in grado di farmi notare.

Tentai in tutti i modi, a più riprese, e sempre con maggiore forza..e violenza anche..si, si.. fu violenza la mia, più visibile ai suoi occhi e di farmi sentire meglio; o perlomeno sentire perdio! ma cos'altro potevo fare se non gesticolare e gridare più forte che mi riusciva, e saltare e altre idiozie da circo? non potevo certo colpirla... io l'amavo...

Tentai per l'intera mattinata, fino a pomeriggio inoltrato, in un'impresa che finì per fallire miseramente.

Non vide e non sentì una sola parola di quanto le dissi per ore e ore, disperatamente e insistentemente.

Era come assente, non c'era, o forse ero io che non c'ero.. ma non fui in grado di rendermene conto e vigliaccamente e cosi incollerito me ne andai.

La odiavo, tutto quell'amore che avevo provato per lei era ora scomparso.

Nascosto fra le mura del mio appartamento la insultai, la umiliai e la odiai e la insultai di nuovo. La odiavo, la odiavo! Non volevo più vederla, non volevo più nemmeno sentirla nominare.

La cancellai dai miei pensieri...

Ma dopo un po' tornai ad amarla. Anzi, non smisi mai d'amarla! Io amavo la Vita!

Ancora oggi, a ripensarci, provo ripugnanza per quell'essere mostruoso in cui mi trasformai per tutto il periodo che smisi di amarla per odiarla.

-un tale mostro- mi dissi -non è degno di tanta bellezza- così ripresi coll'amarla.. ma da lontano, a debita distanza, per proteggerla dal mostro in cui mi ero tristemente evoluto; e non mi avvicinai a lei per anni interi. Anni che durarono più dell'ammissibile; l' ammiravo signori, certo che l'ammiravo, ma stando bene attento a non farmi notare, o vedere, o anche solo sentire.. ma l'ammiravo! Quanto era bella, Dio mio se l'amavo...

L'amavo, lo giuro!Ma è proprio perché l'amavo che fuggii da lei tanto a lungo. Temevo di rovinarla! Ecco, si. E' questo signori: le rimasi lontano tanto tempo perché temevo di poterla rovinare.

Se solo avessi saputo...

Le rimasi lontano talmente tanto tempo che ricordo ad un certo punto arrivai a pensare che se ero riuscito a starle lontano tanto a lungo potevo finalmente liberarmi di quell'enorme peso e dirle addio definitivamente.

Ragionate Signori! Siate indulgenti e cercate di comprendere quello che era il mio stato d'animo in quei momenti così tristi! Avevo dichiarato il mio amore cosi spontaneamente, senza inutili giri di parole, senza vergogna.. e la mia amata non solo mi respinse in malo modo ma finì anche per ridere di me umiliandomi come mai nessuno al mondo aveva osato umiliarmi... Non a quel modo!

Non ditemi che non riuscite a trovare un briciolo di comprensione per un uomo così enormemente distrutto nell'anima?!

Il timore di rincontrarla, finire con l'adorarla dopo tanto impegno per eliminarla dai miei pensieri ha dell'umano! Non oserete negarlo? Dovete ammetterlo!

Avevo il timore fondato che sarei finito per desiderare di nuovo quell'umiliazione, pur di starle vicino per qualche istante ancora! Dovevo convincermi; perlomeno fingere un odio tanto grande e violento.

Eppure l'amavo signori! L'amavo!

Se lor signori hanno provato nel corso della loro vita un sentimento tanto sublime come l'amore, sapranno come rimane impossibile anche al più grande degli eroi un impresa così mostruosa; mi era semplicemente impossibile.

E infatti non potei fare altro che fare ritorno al solito tavolo, del solito bar, dove lei passava intere giornate seduta a qualche metro da me facendosi ammirare da lontano.

Quanto era bella!

La odiavo, per quanto era bella. La odiavo. Lo giuro signori, la odiavo con tutto il mio corpo. Non c'era muscolo del mio corpo che non la odiasse a tal punto da arrivare a farle del male. Lo ammetto signori, lo ammetto! Qualche volta ho pensato di farle del male e.. e meditavo sui modi e sui tempi, quasi provavo piacere a far pensieri cosi meschini..anzi, anzi provavo piacere eccome..a far pensieri cosi meschini e colpevoli!

Pensai anche di ucciderla. Se non mi voleva allora doveva sparire. Andarsene! Se non mi voleva non doveva poter volere nient'altro! Doveva morire.

Come provo vergogna ora, nel raccontarvelo. In quale meschino mostriciattolo mi ero trasformato restandole lontano tanto a lungo cercando di dimenticarla? Di renderla invisibile come lei aveva reso invisibile me ignorandomi quel giorno?

Arrivai a far quasi l'irreparabile. Ebbene è cosi signori, i fatti si svolsero più o meno in questo modo: sapevo che tutti i giorni, dopo pranzo, verso le 14,30 doveva passare per una via poco frequentata non troppo lontano dal bar dove la incontravo tutti i giorni. Calcolai tutto nei minimi particolari.

Alle 14 in punto entrai al bar facendomi notare il più possibile urtando un mobile che sta all'ingresso, facendolo cadere a terra. Mi sedetti al solito tavolo e ordinai come sempre una bibita. Calcolai che dal momento in cui mi sedevo al momento in cui la cameriera mi avesse servito effettivamente la bibita richiesta sarebbero passati circa una decina di minuti, essendo io un cliente abituale e lei, la cameriera, presa col servire gli impiegati in pausa pranzo, non avrebbe senz'altro fatto troppo caso a me. E infatti cosi fu, la cameriera mi servì la bibita esattamente alle 14.16. Ci scambiammo qualche parola e se ne tornò al suo lavoro. Sorseggiai la bibita ancora per qualche minuto, e non appena ne ebbi l'occasione, sgattaiolai in bagno stando bene attento a lasciare giacca e chiavi bene in vista sul tavolo. Chiusi la porta a chiave, mi arrampicai sul lavandino e me ne uscii dalla finestrella che dava sul vicolo, percorsi un centinaio di metri a piedi fino al punto stabilito, nascondendomi nel buoi per tenderle l'agguato.

Ero deciso a farlo, nessuno avrebbe potuto sospettar di me. Decine di persone avrebbero testimoniato che al momento dell'omicidio mi trovavo al tavolo del bar.

Eccola, finalmente la vidi mentre imboccava la stradina stretta e buia che l'avrebbe portata direttamente fra le mia braccia. L'avrei presa di sorpresa, senza darle nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa le stava accadendo: avrei sparato.

Il rumore dei suoi passi da vuoti si facevano sempre più pesanti e pieni man mano che si avvicinava, ancora pochi passi e le sarei stato finalmente addosso prendendomi la mia rivincita! Tirai fuori di tasca la pistola e feci per saltar fuori e spararle.. feci per saltar fuori e spararle.. ma non riuscii a muovermi. Non potevo far veramente del male ad un essere tanto candido ed innocente. Me ne rimasi nascosto fin quando non fui del tutto sicuro che se ne fosse andata.

Buttai la pistola in un cassonetto e rientrai bambino dalla finestrella che poco prima mi aveva visto uscire assassino.

Il cuore batteva ancora all'impazzata quando tornai a sedermi al tavolo come nulla fosse, per un attimo credetti che da un momento all'altro una forza dentro di me che non potevo controllare mi avrebbe costretto ad alzarmi in piedi e gridare a tutti quanto avevo appena tentato di fare. Mi trattenni. Finii la mia bibita, lasciai qualche moneta sul tavolo e me ne scappai in strada...

Cosa volevo fare? Ero impazzito forse? Cosa mi era saltato in mente? Potevo forse farle veramente del male? Io? Io che l'amavo così tanto?

Ancora oggi, tutti i giorni, dopo il lavoro, vado al bar, al solito tavolo, e da lontano: l'ammiro..

Fu così che io conobbi la Vita mia cari signori, fu un incontro mai avvenuto ma costante, difficile e pericoloso.

Ma signori, quanto era bella...   

Di Enrico Papaccio

Sai.. b è la seconda lettera dell'alfabeto.. il sole sorge sempre al mattino e la luna non se ne va mai.. bozza salvata alle ore 00:16.. adesso 00:18.. il giudice decide sempre al posto degli altri.. le macchine inquinano e a nessuno interessa.. domani sta tornando.. io ho sonno.. ma se dormo domani arriva e allora resto sveglio.. i bambini sono divertenti.. anche i treni sono divertenti.. le prostitute non sorridono mai per davvero.. dal mondo si sentono provenire molte grida.. fanno paura e i neonati piangono perché hanno capito.. il vino è il miglior compagno di chi non vuole crescere.. i nazisti sono uomini tristi.. le donne normali fingono di essere maschi.. giù non esiste.. su, nemmeno.. farsi capire è un lavoro che non piace.. giugno è il miglior mese dell'anno.. di notte il silenzio è più caldo.. se parti è perché vuoi restare.. alle nove il mattino è già finito.. i cattivi sono buoni se non chiedi loro nulla.. giocare a nascondino è più divertente.. i nonni muoiono sempre per farti dispetto.. le foreste africane fanno arrossire.. se ami non lo devi dire.. luogotenente, sergente e capitano sono titoli ridicoli.. le piazze si riempiono solo quando è già troppo tardi.. arrivare in ritardo denota intelligenza.. lo stupido è martire in ogni epoca.. alla lettera b preferisco l'h perché nessuno può sentirla a parte me.. la prima volta non piace a nessuno dei due.. leggere è parlare a un buco nero.. il pazzo è al manicomio perché ha capito.. i cinesi sono così tanti che a contarli ci si metterebbe una vita intera.. poi bisognerebbe ricominciare tutto il lavoro daccapo.. l'amore della tua vita è sempre alla fermata dell'autobus.. regalare una rosa non si fa più.. al ristorante sputano nella zuppa.. la terra è marrone come la merda.. giovedì è una bella parola.. lo stupro è amore non richiesto.. italiano è un'invenzione anticamente riconosciuta.. l'inferno di Dante è la discarica dei medievali.. la cravatta la indossano i capi.. Giuliano Ferrara è grasso e brutto e stupido.. parlare inglese serve solo a far soldi.. la Francia non è romantica come nei film.. i greci violentavano adolescenti maschi per divertimento.. Giordano Bruno aveva ragione e l'hanno ammazzato.. Elena secondo me non era così bella come dice Omero.. la filosofia è religione.. la religione non è mai stata vera filosofia.. anche io ho rinnegato tre volte la verità.. i cristiani sono morti sulla croce.. Kant parla ai dotti e non ai savi.. la montagna non è mai andata da Maometto.. piangere serve solo a bagnare il viso.. i cammelli sono animali brutti.. le piramidi non sono poi sta' grande invenzione.. vivere nel deserto fa gola a molti.. il piccolo principe è nato e morto lì.. non ho mai scambiato un serpente che ha inghiottito un elefante per uno stupido cappello.. bozza salvata alle ore 01:14.. adesso 01:17.. adesso 01:19

Di Enrico Papaccio

Tenere la penna in mano. La carta intestata. La firma seguirà alle parole. Il terrore di cominciare.

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La penna incide sulla carta come un bisturi sulla carne.

Come il vigliacco esito per la paura del dolore. L'inchiostro come il sangue. La mano come l'assassino. L'uomo, come il suicida.

Sul vetro della finestra è riflesso il volto di un uomo che fuma. Fuori, la pioggia.

È più d'un mese. Un'eternità. Una vita intera. Ho tradito!

Quaranta giorni di silenzio e fesserie. Quaranta giorni da profugo in un pianeta non mio!

Credetelo! Ho tradito!

Ho tradito a tal punto che la penna tace, rifiuta di venire in mio soccorso come solo lei è stata capace quando ne avevo più bisogno.

Ho lasciato che il mostro prendesse il sopravvento.

L'ho scusato usando tutta l'astuzia dei libri, tutto il coraggio della filosofia, tutta la libertà che l'arte mi ha donato.

Ho fatto di lui un eroe. L'ho definito e incorniciato con le parole più sublimi. L'ho difeso. Ho combattuto al suo fianco. Ho prestato a lui giuramento!

Uno schiavo!

Ho permesso che mi facesse suo schiavo.

Non dovrebbe essermi più concesso di scrivere. Non più. Ho perso questo diritto.

Ho perso l'unico diritto che avevo.

Sono stato io: l'ho perso di proposito!

Non merito questa carta. Un uomo che si fa schiavo di una volontà, un uomo che rinuncia alla sua libertà in cambio di pochi istanti di lussuria, non merita questa carta.

Dovrei esser condannato a guardare il riflesso di quel mostro sullo specchio per il resto del tempo che ancora mi rimane; e che sia lungo! Che la tortura sia lunga! Che la natura voglia tenermi sano ancora cent'anni e cent'anni ancora!

Non oso, ancora lui... quel volto mi ripugna!

Ma voi! Voi dovete! Dovete vi dico!

Non abbiate pietà! O anzi, peggio, abbiatene! Commiseratemi! Questo solo, io merito da voi.

Fate costruire uno specchio tale che m'impedisca di non vedere altro che il mio volto per la sua imponenza; e poi... si, poi disponetelo in uno stadio, e sedete sugli spalti, tutti là, insieme ai vostri figli.

Ché il mostro non sia nascosto e difeso dalle mura di una prigione!

Indicatemi con la mano e tenete in silenzio le vostre mogli!

Al più, bisbigliate.

Ma che la vostra sia una presenza sentita, o la tortura non sarà completa!

Tradito!

Parola peggiore di questa non può darla una penna.

Il cielo non fa che piangere: ha perso un uomo e ha trovato uno schiavo.

Tradito!

Quanto poco sono stato capace di resistere... quanto poco sono portato per esser uomo!

Grida! Grida Cielo! Fa dei tuoi tuoni la mia sveglia! Fa della tua pioggia l'acqua per la mia anima perduta!

Anche ora il mostro mi tenta! Con tutta la sua forza osa ancora tentar di riprendere il controllo.

È pronto a chiedere perdono, di nuovo! Come le volte precedenti, per l'ennesima volta, vuole da voi esser perdonato!

Rifiutate!

Non permettetegli di ingannarvi!

Non questa volta!

Non ci può essere perdono per chi mente sapendo che tornerà a mentire.

E anzi, io vi dico che è or ora già intento a preparare il suo futuro inganno.

Con quale mostro voi siete ora costretti al confronto!

Sappiate che è astuto, perfido, manipolatore! Non credete alle sue lacrime; se esse vi toccassero vi brucerebbero la carne. Come acido sul legno, trapasserebbero le vostre mani lì per asciugarle.

Siate dei veri boia! Non fatevi intenerire dalla sua apparente innocenza; egli è il più malvagio dei diavoli.

Tergiverso! Giro in tondo! Studio il momento buono! La penna è ancora offesa! Non sarà lei a difendermi questa volta.

Vi è solo quel maledetto riflesso sulla finestra che mi tortura!

Ebbene, è giunta l'ora!

Come spiegarvi tutto questo senza offendere? Senza disgustare? Come posso continuare questa violenza alla mia unica amica?

Penna, perdonami!

È l'ultima volta!

L'estate quest'anno ha dimenticato di portar con sé il sole. Ora gli riconosco le ragioni; ma allora, quando, dopo la primavera che mi aveva dato la notizia, toccava a lei sopportar la boria di quell'infame che mi aveva così ben circuito prendendo di me il controllo, era ben felice di negarmi il suo calore.

Io, almeno questo vogliate permettermi di concedere per amore della verità di questi fogli, quando gli diedi accesso libero e completo al mio libero arbitrio, non potevo difendermi con tutta la forza dei miei vent'anni: la primavera mi aveva rinchiuso in un letto d'ospedale; mi aveva dichiarato non solo mortale, ma morto in vita.

E tutto questo volle farlo con la gentilezza d'uno strangolatore di professione.

Non un istante mi fu concesso per tentare la fuga e cercare riparo.

Allungò le mani e le strinse intorno al mio collo, fintanto che non mi dichiarai vinto.

Tanto ero stordito, frastornato, confuso, angosciato; tanto ero disperato dall'aver perso la guerra ancor prima d'andar soldato, che appena egli mi si presentò davanti promettendomi una battaglia tutta mia, nuova, più grande e gloriosa di tutte le altre, con milioni di soldati al mio comando e centinaia di generali disposti a dar seguito ai miei ordini, ché io proprio non volli, non potei, non credevo giusto rinunciarvi.

Terre da conquistare. Popoli da sottomettere.

E questo, solo per me! Per rifarmi dell'ingiustizia che m'era stata così crudelmente imposta.

Cos'altro avreste fatto voi?

Era la mia ultima battaglia; l'unica alla quale avrei potuto partecipare!

E la vittoria sarebbe stata mia!

Un Napoleone! Un Cesare!

Ecco come sarei stato ricordato!

La gloria per aver vissuto più in alto! La gloria per aver vissuto tutta una vita in soli vent'anni!

Avreste rinunciato a tutto questo? Avreste rinunciato a sentirvi uomini sapendo che non lo sareste mai stati?

Al diavolo voi eroi che non avete conosciuto la morte prima del giorno fatale, e che ora ridete della mia ingenuità!

Io volli tentare; sarei morto comunque!

Ben sapevo... Oh... al diavolo! Ben sapevo che quel che m'era chiesto in cambio era molto, troppo! Sapevo che avrei potuto perdere ogni cosa. Ma quale importanza poteva avere?

Firmai ogni cosa. E lo feci col sangue che lentamente distruggeva il mio giovane corpo dall'interno, dove non potevo combatterlo.

Uscii dall'ospedale una settimana dopo.

Devo ora ammettere che non fu spiacevole l'ospedale. Lo trovai... riposante.

Lo shock di cui vi ho accennato venne dopo, molto dopo.

Sul momento invece, non mi fece alcun effetto sapere della malattia.

Ricordo che l'infermiera, una donna energica, per nulla affascinante né come donna né come essere umano, nel darmi la notizia assunse un atteggiamento fra il grottesco e il comico; malgrado, certo, malgrado non fosse questa la sua intenzione. Anzi.

Anzi, sono sicuro che il suo dolore, quello che le ricoprì il viso mentre se ne stava ritta in piedi ai fianchi della scrivania dove sedeva la dottoressa - intenta a tentare senza successo di chiamare il pronto soccorso perché mi ricoverassero s'urgenza - fosse vero, sincero e sentito dramma.

Mi disse anche che se avevo desiderio, avevo ben diritto di mettermi a gridare contro il mondo.

Disse esattamente ''il mondo''.

Naturalmente io non feci nulla di tutto ciò.

Come ho detto, la notizia lì per lì mi parve solo un noioso contrattempo che si aggiungeva agli altri.

Una bega. Un intoppo.

Sorrisi e faticai grandemente a non scoppiare in una grassa, enorme, gigantesca risata.

Tutto ciò era comico. Tanto comico che in quella settimana scrissi un piccolo libricino satirico che intitolai: ''La commedia del malato''.

Se ciò non basta a rendervi l'idea di quanto la cosa non mi avesse minimamente turbato, temo che il vostro senso dello humor non sia minimamente in sintonia con il mio.

L'ambulatorio non era nulla di speciale, tranne forse per quell'armadio che conteneva centinaia o migliaia di cartelle e che, in un qualche modo che ignoro, digitando il codice della relativa cartella, forniva in pochi secondi, azionando tutto un gran movimento, appunto la cartella desiderata.

Lo trovai simpatico.

Per il resto, c'era una scrivania in legno come ce ne sono tante, troppe, una sedia da un lato per il dottore o la dottoressa, e una dall'altro lato, per il paziente o l'idiota che tenta di non ridere del modo in cui viene commiserato e maldestramente consolato.

Comunque non voglio mentire; o comunque non voglio che fraintendiate: non esultai alla notizia.

Di esser ricoverato poi non avevo alcuna voglia.

Però non piansi. Ora che ci penso, ricordo che non presi assolutamente in considerazione la possibilità che la notizia che mi stavano dando dovesse interessarmi.

Era... era come un qualcosa di superfluo.

Come quando ti parla un qualunque idiota che sei abituato a non ascoltare e che lasci parlare per non dover controbattere alle sue idiozie.

Semplicemente, non mi importava.

Avevo una malattia che potenzialmente poteva portarmi alla morte. E allora?

Potrei finire sotto una macchina. La stessa ambulanza che state tentando di chiamare con quel telefono, nel venirmi a prendere, facendo una qualche manovra sbagliata, un errore umano, potrebbe schiacciarmi come un verme. E allora?

Tutti, prima o poi, in qualche modo, dobbiamo morire.

Sapere in anticipo come e più o meno quando avverrà; sapere come, volendo, poter accelerare o rallentare il processo che mi sta uccidendo, beh... non è forse un vantaggio?

E poi, diciamocelo, morire giovani, a causa di una malattia incurabile che non viene per qualche colpa personale ma per puro caso, è romantico.

Morire giovani è romantico.

Almeno di questo ne fui completamente certo allora, e ne sono ancora certo adesso.

Tutti si mostrarono subito molto gentili e premurosi.

Nei giorni successivi capii da me che la gentilezza era stata solo un anestetizzante per convincermi ad accettare il ricovero e che del mio mestiere, del fatto che scrivo, li aveva interessati solo sul momento, e che in realtà, non importava un granché a nessuno.

Tanto meglio, pensai il giorno dopo quando mostrai il mio ultimo romanzo alla dottoressa e lei lo sfogliò per forse poco più un secondo.

Fui solo scocciato dal fatto che ora me lo sarei dovuto tenere con me per tutto il tempo.

Non amo stare in compagnia dei miei libri, e se non mi avesse domandato lei esplicitamente di fargliene avere una copia il primo giorno che la vidi, certo non sarebbe rientrato nella lista dei libri che domandai a mia madre di portarmi da casa.

Ma tant'era. S'arrangiasse.

Parlare di quel che scrivo con qualcuno che non mi ha ancora mai letto però mi turba.

Farlo con qualcuno che lo ha già fatto, mi fa incazzare. Comunque non era quello il caso.

Semplicemente, non le interessava. Il mondo è pieno di scrittori.

Fui ricoverato in chirurgia d'urgenza, il reparto era quello.

Il reparto era così strutturato: un lungo corridoio di forse una trentina di metri divideva le camere dei più gravi da una parte, e quelle dei meno gravi dell'altra.

Le camere, fatta eccezione per le prime due vicine all'ingresso, erano esse stesse ordinate in modo da partire dai più gravi e via via fino ai ricoverati meno gravi.

Naturalmente, io avevo il letto nella prima camera.

Oltre al mio, c'erano altri quattro letti.

Di nuovo naturalmente, io avevo l'età dei nipoti che controvoglia lì venivano nell'orario di visita del pomeriggio a salutare il nonno.

La mia sola reale preoccupazione, erano le sigarette. Ma per fortuna non erano tanto crudeli da obbligarmi ad usare il vaso da notte, e così quando dovevo andare al bagno mi staccavano le tre flebo alle quali ero incatenato, e ne approfittavo per fumare una sigaretta di nascosto.

Per quanto riguarda il cibo, quasi impazzii.

Non mi era concesso mangiare.

Non tanto quanto volevo almeno.

Un brodino insapore e purè.

Inaccettabile.

Mi diedi al furto di grissini.

Mangiai grissini per tutto il tempo.

Li rubavo dai vassoi degli altri pazienti, dal carrello del cibo, dalla cucina.

Mi scoprii anche capace nell'arte della corruzione: infermiere e infermieri erano i miei bersagli. Bastava insistere fintantoché non si arrendevano, e il gioco era fatto.

Uno o due pacchetti di grissini in cambio del mio silenzio.

Una sera riuscii perfino a farmi portare un tè caldo e due fette biscottate: un'autentica indecenza per il dottore che mi aveva in cura.

Due giorni prima di dimettermi mi spostarono in una stanza più piccola.

Eravamo in due.

Io, e un signore sui sessanta che aveva lavorato tutta la vita come cameriere.

Le nostre conversazioni erano tutte incentrate sui cibi che avremmo mangiato una volta usciti.

Mi spiegava nel dettaglio ricette di pesce, di carne, piatti a base di selvaggina... fu un'autentica masturbazione culinaria.

Entrambi parlavamo dei nostri cibi preferiti e i gli occhi brillavano.

Pensavo a tutto fuorché al fatto che sarei rimasto malato per il resto della mia vita.

Era la fine di aprile, i prati erano pieni di margherite.

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Da qualche giorno la testa mi duole.

''duole''...

Ma vaffanculo! La testa mi fa un male cane!

Il cervello è come se bruciasse! E il naso, insieme con la bocca, il collo, i denti, perfino i capelli... mi fa male tutto!

Non sono in grado! Non sono nella condizione di continuare.

Vi avevo promesso una confessione: non sono capace di mantenere la promessa.

Il dolore mi confonde, non mi permette di pensare! CAZZO!

Datemi ancora qualche giorno... aspettate ancora un poco... forse il dolore smetterà di perseguitarmi!

Di Enrico Papaccio



Impossibile!- gridò l'uomo al signore che lo fissava.

Impossibile!? - gli gridò di rimando il signore - ma come può dire che è impossibile se glielo sto dicendo? Le assicuro che le cose sono andate così eccome!

Eppure l'uomo non poteva proprio credergli. Dopotutto, non era poi una cosa tanto normale. E se non è normale, il novantanove per cento delle volte non è nemmeno vero.

Impossibile! Io non le credo e se proprio vuole che le creda, lo dimostri! -

Dimostrarglielo? E come vuole che glielo dimostri? -

Beh - disse l'uomo, convinto d'aver trovato il modo di zittire il signore - se è vero come dice, potrà pur dimostrarmelo. Dopotutto, non è poi una cosa tanto normale -

Normale - disse sprezzante il signore - sa Lei ora cosa è normale e cosa no. Io le sto dicendo che le cose sono andate proprio nel modo che le ho raccontato. E se non vuole credermi, sa che le dico? Non mi creda!

E così dicendo prese il suo ombrello e se ne uscì dal bar senza nemmeno salutarlo.

L'uomo, confuso, per un attimo pensò perfino d'uscire dal bar per inseguirlo. Per dirgliene quattro. Per dirgli che non gli credeva. Che era impossibile. Ma alla fine decise di mandare ogni cosa a farsi benedire, che l'impossibile, novantanove volte su cento, è proprio decisamente impossibile.

Il giorno subito appresso l'uomo tornò al bar di buon mattino, come faceva tutti i giorni, per buttarci l'intera giornata. Salutò chi doveva salutare, ordinò da bere, e zitto zitto, come faceva tutti i giorni, si mise in attesa dell'ora di pranzo.

Ma appena al terzo bicchiere, il signore del giorno prima era di nuovo lì che lo fissava.

È ancora convinto che è impossibile? - gli domandò dopo averlo squadrato per benino per qualche minuto, con ancora l'ombrello gocciolante fra le mani.

Dice a me? - rispose l'uomo al signore fingendo platealmente di non riconoscerlo, così, per superiorità acquisita.

È ancora convinto che è impossibile? - di nuovo domandò all'uomo il signore, questa volta facendosi sfuggire un sorriso maligno. Aveva qualcosa in mente e stava per scaricarla come una mitragliata.

Io, mio bel signore, non solo ne son convinto - disse l'uomo - io lo so, e se son nel torto, la mia mia proposta di ieri è ancora valida: me lo dimostri!

Ah! - gridò il signore soddisfatto fin nel midollo - e io glielo dimostro!

L'uomo parve sorpreso, non se lo aspettava, ma non era disposto ad ammetterlo. Ormai era una sfida. E una sfida, si sa, o si vince o si perde.

Vuole dimostrarmelo? - lo provocò l'uomo, - e sia, prego prego.. l'ascolto - 

Il signore divenne tutto rosso, ma rosso rosso che pareva scoppiare da un momento all'altro come un vulcano impazzito.

e.. e.. e certo che glielo dimostro! Venga con me! -

co.. con lei? - s'impaurì l'uomo - ma dove? Non vede che piove? -

Il signore aveva però l'aria di uno che non ammette repliche.

Vuole che glielo dimostro? - disse secco il signore davanti a tutti - se veramente lo vuole, mi segua. - e dopo averlo detto, uscì dal bar esattamente allo stesso modo del giorno appresso cosicché l'uomo, se non voleva far la figura del fanfarone che sfida e poi si tira indietro, doveva per forza prender cappotto ed ombrello ed uscir nel temporale per inseguire il signore.

Il tempo fuori era così maledetto che perfino l'aria ti bagnava. Perfino a respirare ti sembrava di bagnarti. Pioveva da giorni e da giorni le fogne avevano smesso di fare il loro mestiere. Le strade erano torrenti d'acqua. Una vera stramaledetta idea quella di fare una passeggiata. Una vera, stramaledetta, indecente, stupida idea.

Si può sapere dove mi porta? - urlava più forte della pioggia l'uomo al signore per farsi sentire.

Il signore però lo ignorava e continuava a camminare, voltandosi solamente di quando in quando per esser certo che non smettesse di seguirlo e per lanciargli uno sguardo di sfida.

Non manca molto - disse tutto d'un tratto il signore all'uomo - prima però deve fare una cosa per me -

Per lei? - si sbalordì l'uomo, ché certamente credeva il signore un pazzo già da chissà quanto tempo, ma fino a quel punto.. - che dovrei fare? - domandò tanto per sapere, non certo perché intenzionato a farlo veramente.

Lo vede quel negozio? Quello lì, con la vetrina verde.. -

Ma quale? Il negozio di scarpe? -

Si, si.. quello, il negozio di scarpe con la vetrina verde. Entri e compri un paio di stivali taglia uomo, e porti lo scontrino mi raccomando -

Un paio di stivali? Ma lei è serio? -

È ancora convinto che è impossibile? -

Ma cosa c'entrano un paio di stivali? -

Ora non ho tempo per spiegarle. Ha detto che vuole permettermi di dimostrarle che quanto le ho raccontato è accaduto per davvero. Lo ha detto? -

Ma veramente -

Lo ha detto? -

... -

Lo ha detto? -

Si -

Vada in quel negozio e compri un paio di stivali taglia uomo -

L'uomo borbottò qualcosa, ma alla fine attraversò la strada cercando di non annegare in quel mare di pioggia.

Un paio di stivali taglia uomo.. - si lamentava da solo sotto l'ombrello - che diamine vuol dire un paio di stivali taglia uomo.. -

Entrando nel negozio un grazioso campanellino d'orato appeso alla porta tintillennò e gli si fece avanti il proprietario. Si stringeva le mani e sorrideva pronto a servirlo, tanto che l'uomo per un attimo parve riconsiderare l'idea che entrare nel negozio fosse stata poi una così brutta idea. Faceva un bel calduccio e il proprietario pareva proprio quel tipo di persona pronta ad offrirti tè e biscotti pur di farti sentire a casa.

Buongiorno - disse l'uomo, leggermente imbarazzato - ecco, vede... ora non sto a spiegarle tutta la storia, ma lo vede quel signore lì fuori sul marciapiede dall'altra parte della strada? -

Quello? - disse il proprietario asciugando la condensa sulla sua vetrina con la mano e guardando attraverso il cerchio disegnato.

Si, quel signore -

Lo vedo, lo vedo. E... -

Ecco, vede... quel signore mi ha pregato di entrare nel suo negozio e di comprare un paio di stivali taglia uomo.. -

E ha fatto bene il signore. Ha fatto decisamente bene.. ma, perché non entra e se ne sta lì fuori con questa pioggia infernale? -

Gliel'ho detto, è una storia lunga.. insomma, li ha questi stivali? -

Taglia uomo, ha detto eh? - chiese il proprietario leggermente accigliato infilandosi fra gli scaffali di scatoloni e scatolette - mi faccia vedere.. taglia uomo, taglia uomo.. -

In quel momento entrò nel negozio una signora bagnata fradicia. Con lei, bagnati fradici come lei e più di lei, un cagnolino e un bambinetto. Quest'ultimo, a vederlo, poteva essere il figlio o il nipote della signora. Per quel che riguarda il cagnolino, non potrei giurarci, ma dava proprio l'impressione d'aver convinto la signora a prenderlo con sé forse una decina di minuti prima dopo averlo tirato fuori da una pozzanghera.

Mi dia il numero che vuole... - disse l'uomo al proprietario cercando di cavarsi d'impiccio il più in fretta possibile.

Vuole la taglia uomo o vuole un numero a caso? - chiese il proprietario seccato, guardando la signora che nel frattempo cercava inutilmente di non allagare il negozio.

L'uomo pagò gli stivali taglia uomo con tutti i soldi che aveva in tasca, comprese le monetine. E mentre riattraversava la strada riparandosi sotto l'ombrello come se dal cielo cascassero migliaia di migliaia di minuscole bombe atomiche, guardando il signore che lo fissava dall'altra parte del marciapiede, pensò che forse stava diventando scemo. Che mai nessuno di normale comprerebbe un paio di stivali taglia uomo solo perché ad ordinarglielo è stato un uomo che gli ha promesso di dimostrargli l'impossibile.